Il 6 marzo gli amministratori delegati delle maggiori aziende del settore della difesa degli Stati Uniti hanno partecipato a un vertice con il presidente Donald Trump alla Casa Bianca e hanno concordato di “quadruplicare la produzione” di armamenti per sostenere l’attacco di Washington a Teheran. Lo ha annunciato sui social media lo stesso presidente dopo l’incontro.
Alla riunione hanno partecipato gli amministratori di Rtx (ex Raytheon), Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Bae Systems, L3Harris Missile Solutions e Honeywell Aerospace, aziende che in alcuni casi hanno un capitale che supera il prodotto interno lordo (pil) di uno stato.
Gli Stati Uniti sono già il paese che spende di più al mondo per la difesa, con quasi mille miliardi di dollari nel 2025, che potrebbero diventare 1.500 nel 2027. Ma sono anche i più grandi esportatori di armi al mondo.
Secondo lo Stockholm international peace research institute (Sipri), nel 2024 i cinque paesi che hanno speso di più in armi sono stati gli Stati Uniti, seguiti da Cina, Russia, Germania e India, che insieme hanno rappresentato il 60 per cento della spesa militare mondiale di armi. L’Italia è al quattordicesimo posto con una spesa di 38 miliardi di dollari nel 2024.
Secondo il Sipri, la spesa globale per la difesa è aumentata del 9,4 per cento nel 2024, raggiungendo i 2.700 miliardi di dollari. Inoltre, i paesi che fanno parte della Nato si sono impegnati ad aumentare i loro bilanci annuali per la difesa dal 2 al 5 per cento del pil entro il 2035, che significa centinaia di miliardi di dollari in più all’anno. E negli ultimi cinque anni l’Europa è diventata la principale importatrice di armi statunitensi, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Nella guerra contro l’Iran, cominciata il 28 febbraio 2026, sono stati già spesi miliardi di dollari in armi e munizioni e sono aumentati i prezzi delle azioni delle principali aziende produttrici di armi.
Secondo il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom), nell’operazione Epic fury condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran sono impiegati una ventina di sistemi d’arma.
Tra i più noti ci sono il missile Tomahawk e i sistemi di difesa Patriot e Thaad. Il Tomahawk è realizzato da un gruppo di aziende di cui fanno parte la General Dynamics e la Raytheon ed è quello che ha distrutto una scuola iraniana uccidendo 165 bambine. I Patriot sono realizzati dalla Raytheon e dalla Lockheed Martin, che produce anche i Thaad.
Nel conflitto gli statunitensi hanno cominciato a usare anche il Lucas, un drone d’attacco monodirezionale prodotto dalla SpektreWorks, simile all’iraniano Shahed. Con un costo di 35mila dollari, il Lucas rappresenta una svolta verso armi più economiche e più facilmente sostituibili. È molto più economico, per esempio, del drone MQ-9 Reaper della General Atomics, che può arrivare a costare anche 40 milioni di dollari.
Altri fornitori di armi usate nella guerra all’Iran sono la Northrop Grumman e la Boeing, che costruiscono soprattutto aerei ed elicotteri.
I contractor israeliani
Secondo il rapporto annuale del Sipri, tre aziende israeliane del settore della difesa figurano nella lista delle cento maggiori aziende del settore. L’industria della difesa israeliana è in espansione trainata dalle esportazioni di tecnologie militari raffinate.
La Elbit Systems è la più grande azienda israeliana del settore della difesa, specializzata in droni, sistemi di sorveglianza, elettronica da campo e ottica militare. Nel 2024 il suo fatturato nel settore della difesa è stato di 6,3 miliardi di dollari.
La Israel Aerospace Industries è un’azienda statale del settore aerospaziale e della difesa specializzata in sistemi di difesa missilistica, satelliti, droni da combattimento e tecnologia radar. Nel 2024 il suo fatturato nel settore della difesa è stato di 5,2 miliardi di dollari.
La Rafael è un’altra azienda statale, responsabile del celebre sistema di difesa missilistica Iron Dome. Fornisce inoltre munizioni di precisione. Nel 2024 il suo fatturato nel settore della difesa è stato di 4,7 miliardi di dollari.
Chi compra le armi italiane
Nel rapporto annuale del Sipri c’è un dato che colpisce: le esportazioni italiane di armamenti sono aumentate del 157 per cento nel periodo 2020-2025 rispetto ai cinque anni precedenti. La crescita più alta tra i primi dieci fornitori mondiali di armi. Dal decimo posto del 2016-2020, l’Italia è balzata al sesto per le esportazioni.
La destinazione delle armi italiane è l’Asia sudoccidentale, che compra il 59 per cento di tutte le esportazioni italiane di armamenti. Il principale acquirente è il Qatar, che ne compra il 26 per cento: ha acquistato sei aerei da combattimento e cinque grandi navi da guerra. L’Italia è il suo secondo fornitore e soddisfa il 21 per cento delle importazioni qatarine.
Al secondo posto tra i clienti italiani c’è il Kuwait, a cui va il 17 per cento delle esportazioni: ventitré aerei da combattimento consegnati. Anche in questo paese l’Italia è il secondo fornitore e vale il 31 per cento delle importazioni.
L’Indonesia è il terzo cliente delle aziende italiane di armi e riceve il 12 per cento delle esportazioni italiane: Roma è il suo primo fornitore, coprendo il 40 per cento di tutto quello che Giacarta importa.
Inoltre l’Italia compare stabilmente tra i primi tre fornitori di numerosi altri stati: è terza per l’Egitto (18 per cento delle importazioni del Cairo), per la Turchia (19 per cento), per il Brasile (8,6 per cento), per la Grecia (4,4 per cento), per la Polonia (2,2 per cento), per la Norvegia (1,7 per cento), per Taiwan (1,5 per cento) e per Israele (1,3 per cento).
La Leonardo è stata l’azienda italiana che ha esportato più armamenti nel 2024, con un valore di 1,8 miliardi di euro, pari al 27,7 per cento del totale, seguita dalla Fincantieri con 1,5 miliardi, il 22,6 per cento. La Leonardo è una società a controllo pubblico, in cui il ministero dell’economia detiene circa il 30 per cento delle azioni. Anche la Fincantieri è un’azienda pubblica, controllata al 70 per cento dalla Cassa depositi e prestiti.
L’Italia nel conflitto contro l’Iran
In Italia è in vigore la legge 185 del 1990 secondo cui per esportare armi e tecnologie militari è necessaria un’autorizzazione del governo, rilasciata dall’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama).
La stessa legge vieta l’esportazione di armamenti verso paesi in stato di conflitto armato, quando questo sia in contrasto con i principi dell’articolo 51 dello statuto delle Nazioni Unite o con gli obblighi internazionali dell’Italia. Inoltre, proibisce le esportazioni di armamenti verso i paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della costituzione, secondo cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
“Alla luce dell’attacco condotto dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, senza alcun mandato internazionale e senza consultazione con gli altri alleati della Nato, sarebbe necessario che l’autorità competente per le autorizzazioni all’esportazione di armamenti, cioè l’Uama, sospendesse almeno temporaneamente le autorizzazioni per nuovi contratti di esportazione verso gli Stati Uniti e Israele”, spiega Giorgio Beretta, portavoce dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia.
L’Uama ha già sospeso, a partire dal 7 ottobre 2023, le nuove autorizzazioni per l’esportazione di armamenti verso Israele. Tuttavia stanno continuando le consegne relative ad autorizzazioni rilasciate negli anni precedenti, che riguardano soprattutto componenti e parti di ricambio per gli aerei addestratori M-346, prodotti dalla Leonardo. L’Italia ha venduto a Israele circa trenta aerei addestratori M-346 nell’ambito di un contratto firmato nel 2012.
Ci sono poi alcune componenti e parti di ricambio per gli elicotteri AgustaWestland, anche questi venduti in passato. Si tratta quindi principalmente di componentistica e ricambi legati a contratti precedenti.
“Nel 2024 e nel 2025, in seguito a interrogazioni parlamentari, il governo, attraverso il ministro della difesa e quello degli esteri, ha confermato la sospensione delle nuove autorizzazioni. Dopo la tregua nella Striscia di Gaza non ci sono state ulteriori interrogazioni su questo tema, né dichiarazioni ufficiali dei ministeri o dell’Uama”, chiarisce Beretta, secondo cui potremmo avere informazioni più precise dopo il 31 marzo, quando verrà pubblicata la nuova relazione della presidenza del consiglio sulle esportazioni di armamenti, che include anche una sezione redatta dall’Uama. L’anno scorso proprio in quella relazione era stata comunicata la sospensione delle autorizzazioni verso Israele.
Gli Stati Uniti sono da anni uno dei principali acquirenti di armamenti italiani. Secondo gli ultimi dati disponibili – relativi al 2024 – risultano tra i principali destinatari, insieme a paesi come il Regno Unito e la Germania tra gli alleati Nato, a vari paesi del golfo Persico come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, e ad alcuni paesi del Nordafrica come l’Egitto.
Nel 2024 il valore delle autorizzazioni verso gli Stati Uniti è stato relativamente basso, circa 159 milioni di euro, il più basso dal 2020. In anni precedenti era stato molto più alto, fino anche a 762 milioni di euro.
“Queste variazioni dipendono soprattutto dai grandi contratti firmati di anno in anno. Per esempio nel 2023 l’Indonesia ha registrato un valore molto alto – più di un miliardo di euro – legato a una grande commessa per navi militari”, spiega Beretta. Quando si analizza il commercio di armamenti, aggiunge, sarebbe meglio prendere in considerazione periodi di cinque anni più che i singoli anni.
Per quanto riguarda il tipo di armamenti esportati verso gli Stati Uniti, dalle relazioni ufficiali emergono diverse categorie:
- armi automatiche e relative munizioni
- bombe e siluri
- radar e sistemi elettronici
- apparecchiature per la direzione del tiro
- sistemi e componenti per mezzi terrestri e navali
“Il problema è che i dati della relazione della presidenza del consiglio non permettono sempre di identificare con precisione i singoli sistemi d’arma, se non attraverso analisi molto complesse”, spiega Beretta. “Negli ultimi anni, per esempio, c’è stato un importante contratto legato ai cantieri navali italiani per componenti destinati a fregate militari che verranno costruite negli Stati Uniti”.
Ma secondo l’esperto per il momento, per quello che sappiamo delle armi impiegate dagli Stati Uniti nell’attacco all’Iran, possiamo escludere che si stiano usando armi italiane. “Nelle operazioni militari in corso si usano principalmente caccia e sistemi d’arma di produzione statunitense”.
“Per quanto riguarda bombe o componenti di armamenti, la maggior parte viene prodotta direttamente negli Stati Uniti. Per quanto mi risulta al momento non dovrebbero esserci componenti italiani impiegati nell’operazione”, conclude.
Anche Francesco Vignarca della Rete italiana pace e disarmo conferma che le esportazioni italiane verso Israele e Stati Uniti sono marginali: “È difficile sostenere che le operazioni di Israele negli ultimi mesi – a Gaza, in Libano, in Iraq, in Siria e ora anche verso l’Iran – dipendano in modo strutturale dalle vendite italiane. Il loro impatto concreto appare piuttosto limitato”.
“Un discorso simile vale per gli Stati Uniti. In realtà ciò che vediamo nei rapporti con gli Stati Uniti non è tanto una vendita diretta di armi italiane, quanto la presenza di aziende italiane che producono direttamente sul territorio statunitense”, spiega l’esperto.
Gli Stati Uniti hanno infatti una legislazione che li spinge a realizzare i propri sistemi d’arma all’interno del paese. Per esempio, le navi della Fincantieri destinate alla marina statunitense – il programma di fregate derivato dalle Fremm – sono costruite in Wisconsin.
“Si tratta di navi progettate dalla Fincantieri e appartenenti al gruppo, ma costruite nei cantieri statunitensi. Lo stesso vale per molte attività della Leonardo Drs, che è una controllata statunitense del gruppo Leonardo. Ma al di fuori di queste collaborazioni specifiche, gli Stati Uniti non hanno un reale bisogno di comprare sistemi d’arma dall’Italia. Hanno già una produzione molto ampia e, soprattutto, una struttura legislativa e industriale che privilegia il controllo interno della produzione militare”, chiarisce Vignarca.
È più probabile, continua, che in questo momento nel conflitto in corso siano i paesi del Golfo a usare armi italiane: “Parliamo infatti di paesi come il Qatar, con le navi, gli Emirati Arabi Uniti con vari tipi di sistemi d’arma e munizioni, e l’Arabia Saudita con gli aerei e le relative munizioni. Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, insieme anche agli Emirati Arabi Uniti, sono stati tra i principali clienti dell’industria militare italiana degli ultimi anni”.
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