Marina Bay, Singapore, marzo 2015.

Cosa spinge le persone a cambiare città e lavoro

Marina Bay, Singapore, marzo 2015.
23 maggio 2016 16:36

“Al primo posto c’è l’assenza di inquinamento. Al secondo, la sicurezza personale e livelli bassi o assenti di criminalità. Al terzo, una società tollerante. E al quarto, il costo dell’affitto”.

Sono queste le priorità delle persone che vogliono trasferirsi in una nuova città, come spiega Sten Tamkivi, imprenditore estone e fondatore di Teleport, un servizio che aiuta a individuare la “città ideale per vivere e lavorare”.

“Molto spesso si pensa che il budget sia la cosa più importante, ma i primi tre criteri non sono economici”, spiega Tamkivi. “Riguardano aspetti generali della vita, come sentirsi sicuri e accettati in un ambiente tollerante. L’ultima cosa che vogliamo è andare a vivere in un posto dove potrebbero aggredirci per il colore della pelle”.

Su Teleport, dopo una breve procedura di iscrizione, un questionario ci aiuta a capire quale sia la città più adatta alle nostre esigenze. È piuttosto dettagliato: si può modificare in base alle preferenze su clima, istruzione, sicurezza, lingua, mercato del lavoro, tasse, inquinamento, perfino il traffico. Per di più, se specificate il vostro affitto mensile e lo stipendio, il sito mostra il reddito disponibile in più che avrete in diverse città in tutto il mondo. Teleport guadagna aiutandovi durante il trasferimento e mette a disposizione contatti e servizi per facilitare le cose.

Poter decidere di andare a vivere altrove è un privilegio enorme

La prima città nella mia classifica è Singapore. Questo mi ha sorpreso perché, avendo indicato che mi piace il clima di Stoccolma, mi aspettavo città ben più fredde tra i primi risultati. Ma a quanto pare, i punteggi più alti di Singapore per quanto riguarda accesso a internet, sicurezza e qualità ambientale – criteri altrettanto importanti per me – hanno prevalso sul clima umido.

Dopo Singapore ci sono Glasgow, Edimburgo e Stoccolma, che mi hanno sorpreso di meno visto che vivo a Göteborg, in Svezia.

Mi sono trasferito da Londra a Göteborg circa tre anni e mezzo fa per un master. Non sono ancora del tutto sicuro se mi sono trasferito per studiare, o se mi sono iscritto al master per potermi trasferire. In ogni caso, Göteborg è una città fantastica e la adoro – è abbastanza piccola per muoversi facilmente con i mezzi pubblici, piena di parchi e spazi verdi, comoda per raggiungere gran parte dell’Europa e, nonostante le sue dimensioni ridotte, offre sempre qualcosa da fare. Vivere qui è come una vacanza perpetua: è il posto perfetto per me.

Ma riconosco che avere la libertà di decidere di vivere altrove è un privilegio enorme. Ho avuto i soldi, il sostegno della famiglia, la flessibilità lavorativa e il passaporto giusto per poter lasciare Londra e trasferirmi a Göteborg. Una giovane donna che vive in uno slum di Nairobi non ha queste possibilità. La maggior parte delle persone non le ha, e molte sono comunque costrette a trasferirsi.

Bianchi, maschi e benestanti

A pensarci bene, è difficile sfuggire alla conclusione che il fenomeno dei “nomadi digitali” che si spostano dall’occidente verso le città più economiche nelle nazioni in via di sviluppo (e qui non sto certo pensando a Göteborg) è essenzialmente solo una forma di gentrificazione globale. Questi “lavoratori della conoscenza” fanno aumentare i prezzi locali, scacciano i residenti dai quartieri diventati più alla moda e interagiscono di rado con la cultura e la comunità locale. Questa tendenza ha anche paralleli storici problematici con il colonialismo, in particolare in Asia.

Anche se i lavoratori della conoscenza di solito pagano più tasse degli altri residenti perché hanno stipendi più alti, questo avvantaggia l’economia locale solo se i lavoratori sono registrati come contribuenti e se la corruzione non è diffusa. La presenza di “nomadi digitali” di solito è correlata a una rete locale di startup, ma la ricchezza che generano spesso non ricade sulle persone che ne hanno più bisogno.

Siete più in contatto con i vostri vicini di casa o con i vostri amici su Facebook?

Tamkivi ammette che molti utenti di Teleport si somigliano: bianchi, maschi, provengono da ambienti benestanti e lavorano nel settore della tecnologia. Ma riconosce anche che questa fascia demografica non è sufficiente a sostenere la sua azienda a lungo termine e sta lavorando per ampliare la base di utenti.

Quella base aveva avuto una certa espansione dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, quando l’azienda ha notato un picco di iscrizioni al sito, stimolato da una certa copertura sui mezzi d’informazione francesi. “Ho visto che i nuovi iscritti erano un gruppo completamente diverso”, spiega Tamkivi. “C’è stata una quota significativa di utenti che come professione indicavano ‘altra’. Da allora, abbiamo aggiunto venti o trenta nuove categorie di lavoro. Non siamo ancora pronti per utenti che cercano lavoro come infermieri, ma almeno sappiamo che ci sono e impariamo qualcosa sulle loro esigenze”.

Teleport ha anche notato un aumento del numero di pensionati interessati al servizio. “Sanno qual è il loro budget, quanto prendono di pensione, se hanno una casa”, dice Tamkivi. “Di solito non hanno altre persone a carico, i bambini, le scuole e tutto il resto. Hanno qualche richiesta in più: per esempio, la vicinanza a un ospedale. E magari non vogliono finire a più di tre ore di volo dai nipoti”.

Ciò che Teleport non fa, tuttavia, è aiutare a trasferirvi al di fuori di una città. Probabilmente perché, con poche eccezioni, le zone rurali di tutto il mondo non hanno le infrastrutture richieste dai lavoratori della conoscenza: principalmente, una connessione internet veloce, ma anche un buon accesso ai principali snodi di trasporto e agli spazi dove le persone possono incontrarsi e scambiare idee.

Ma la tecnologia avanza inesorabilmente e di conseguenza è difficile vedere come le città – almeno nella loro forma attuale – possano evitare una futura estinzione. Con la diffusione della banda larga super veloce anche al di fuori delle zone urbane e con lo sviluppo delle tecnologie per la realtà virtuale, le nostre città perderanno il loro posto sulla mappa e diventeranno invece delle comunità digitali. Forse sta già succedendo: siete più in contatto con i vostri vicini di casa o con i vostri amici su Facebook?

“Se si arriverà a una tecnologia di realtà virtuale che funziona davvero, con impianti cerebrali che possono trasmettere informazioni direttamente sull’iride, la linea di confine diventerà più confusa”, osserva Tamkivi quando deve dire se la città tradizionale sia la forma definitiva di organizzazione umana. “C’è la cosiddetta uncanny valley, l’incertezza su quanto sia davvero vicina la realtà virtuale, ma a un certo punto lo sarà. Non sono sicuro che la città sia la risposta migliore per tutto quello che il genere umano potrà scoprire nei prossimi secoli”.

(Traduzione di Monica Cainarca)

Una versione di questo articolo è stata pubblicata in italiano su Medium Italia e in inglese su Medium.

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