Ogni volta che guardiamo l’orologio, eseguiamo un calcolo inventato circa quattromila anni fa nell’attuale Iraq, spiega un articolo della Bbc. Il quadrante rotondo, le 60 tacche, i 60 secondi in ogni minuto: non è una scelta tecnica moderna, ma l’eredità di una civiltà che contava in modo radicalmente diverso rispetto a oggi.

Tutto comincia in Mesopotamia, nel terzo millennio aC. I sumeri avevano sviluppato un sistema di numerazione chiamato sessagesimale. Non è del tutto chiaro perché scelsero proprio il numero 60, ma la risposta più convincente è piuttosto pratica: 60 è divisibile per 1, 2, 3, 4, 5, 6, 10, 12, 15, 20 e 30. È tra i numeri con il maggior numero di divisori nell’intervallo tra uno e cento. Per i sumeri era una soluzione quasi perfetta.

C’è anche una spiegazione fisica. I babilonesi, che ereditarono e perfezionarono il sistema sumero, contavano fino a 12 con una mano sola: facevano l’operazione con il pollice, indicando le tre falangi di ognuna delle altre quattro dita di quella mano. Ogni volta che arrivavano a 12 alzavano il dito dell’altra mano: moltiplicando 12 per 5 il risultato è 60.

Il sistema uscì presto dalle tavolette d’argilla dei mercanti. I babilonesi lo applicarono all’astronomia, che per loro era insieme astrologia, religione e scienza. Catalogarono le stelle a partire dal quattordicesimo secolo aC, calcolarono i cicli del Sole e della Luna, predissero le eclissi.

Quando i greci entrarono in contatto con queste conoscenze, le adottarono con entusiasmo: Eratostene usò il sistema sessagesimale per i suoi calcoli sulla circonferenza della Terra; nel secondo secolo aC, Ipparco di Nicea propose di dividere la giornata in 24 ore uguali, basandosi sulle 12 ore di luce e le 12 di buio degli equinozi. Prima di lui le ore cambiavano in base alle stagioni: più lunghe d’estate, più corte d’inverno.

Gli antichi egizi furono però i primi a dividere la giornata in ore. Le tracce più antiche di questo metodo compaiono nei testi religiosi del terzo millennio aC. Usavano le cosiddette tavole stellari, dipinte sui coperchi dei sarcofagi, che servivano a contare le 12 ore della notte. A ricostruirlo è stata Rita Gautschy, archeoastronoma dell’università di Basilea, in Svizzera.

Non è chiaro perché scelsero proprio il numero 12. Gautschy cita diverse ipotesi: il conteggio sulle falangi, il ciclo di alcune costellazioni. Qualunque fosse la ragione, portò alla divisione della giornata in 24 ore. Meridiane e clessidre compaiono intorno al 1.500 aC, legate soprattutto a riti religiosi. Per molto tempo l’unità minima non fu l’ora ma il turno di lavoro. Solo in epoca romana le ore diventarono lo standard, e con loro comparvero anche le mezze ore.

La prima piccola parte

Verso il 150 dC l’astronomo Claudio Tolomeo suddivise ciascuno dei 360 gradi del cielo in 60 parti. In latino quella divisione era la pars minuta prima: la prima piccola parte. Da lì derivano i minuti. Poi li divise di nuovo in 60 parti ancora più piccole: la pars minuta secunda. Da lì arrivano i secondi.

Erano misure geometriche, non unità di tempo. Per secoli rimasero concetti astratti, usati solo dagli astronomi. Gli orologi meccanici comparvero in Europa nel quattordicesimo secolo, ma avevano una sola lancetta: la precisione dei minuti non serviva nella vita di tutti i giorni.

Fu l’astronomia a spingere verso la precisione. Nel cinquecento astronomi come Tycho Brahe costruirono orologi sempre più accurati per fare misurazioni celesti affidabili. Solo allora il sistema sessagesimale finì nel quadrante degli orologi.

Un tentativo rivoluzionario

Nel 1793 la convenzione nazionale, l’assemblea legislativa ed esecutiva che ha governato la Francia durante la fase più radicale della rivoluzione, adottò un nuovo sistema: un giorno era formato da dieci ore, un’ora da 100 minuti, un minuto da 100 secondi. Un giorno avrebbe avuto 100mila secondi, contro gli 86.400 del sistema tradizionale: i rivoluzionari volevano che tutto fosse decimale, dai pesi alle misure, al tempo.

Il sistema durò meno di due anni. Le ragioni del fallimento, elencate nel 1795 dal rivoluzionario Claude-Antoine Prieur, sono istruttive: non si era creato alcun vantaggio evidente rispetto al vecchio sistema, la forza dell’abitudine era difficile da superare, la confusione era tanta, il costo per sostituire orologi e strumenti era troppo alto. I fabbricanti di orologi non riuscivano a liberarsi delle vecchie scorte.

Presto si tornò all’ora formata da sessanta minuti, e al minuto formato da sessanta secondi. Nel novecento gli orologi atomici hanno poi permesso agli scienziati di definire il secondo in modo più preciso, “passando da un calcolo basato sulle rotazioni del Sole a un valore basato sull’assorbimento e l’emissione di radiazione a microonde da parte degli atomi di cesio-133”, scrive la Bbc. Oggi una rete internazionale di orologi atomici è alla base di molte delle tecnologie più diffuse, da internet ai gps.

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