Dopo l’affondamento delle leggi anti-pirateria Sopa e Pipa negli Stati Uniti, il Vecchio continente ha preso la testa del movimento globale contro l’imposizione di nuovi controlli sulla rete, in nome della libera circolazione delle idee e dei contenuti.
L’Europa delle piazze, con le manifestazioni che, ogni settimana, portano nelle strade decine di migliaia di persone per protestare contro Acta, l’accordo multilaterale sulla contraffazione. Il testo è stato firmato a gennaio dall’Unione europea e da una decina di altri paesi, alcuni dei quali lo hanno fatto controvoglia o senza sapere esattamente che cosa stessero siglando, come ha raccontato The Economist. Acta è contestato dalle organizzazioni di utenti della rete perché accusato di rafforzare il potere dei governi di restringere l’accesso a internet allo scopo di combattere la pirateria online.
Da ultimo, il 25 febbraio, migliaia di giovani sono scesi in piazza in diverse città europee (essenzialmente in Germania, Austria e Francia) con la maschera di Guy Fawkes per contestare il provvedimento. Due settimane prima, centinaia di migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Parigi, Varsavia, Berlino e Sofia.
L’appello dei manifestanti ha dato i suoi frutti: Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Romania hanno sospeso la ratifica dell’accordo.
Anche l’Europa delle istituzioni si muove : il 16 febbraio, la Corte di giustizia europea ha stabilito che i social network non possono essere obbligati a dotarsi di un sistema di filtraggio per impedire agli utenti di scaricare contenuti piratati. La Corte ha dato ragione al social network belga Netlog nel processo intentato da Sabam, la società belga che difende gli interessi degli autori e dei compositori. I giudici del tribunale di Lussemburgo hanno così confermato un verdetto del novembre scorso, secondo cui l’obbligo di filtraggio non può essere imposto ai provider. In entrambi i casi la Corte ha sottolineato che il filtraggio violerebbe le leggi europee in materia di libertà per le aziende e di protezione dei dati personali.
Per parte sua il Parlamento europeo, che a novembre aveva votato in favore del testo, sembra aver capito che il vento soffia in un’altra direzione ed è ora propenso a bocciare Acta, malgrado le pressioni delle potenti lobby dell’industria dell’entertainment.
Chi invece resiste con ostinatezza a questa tendenza è la Francia, che si è dotata a fine 2009 di Hadopi, l’authority sulla diffusione delle opere e la protezione dei diritti su internet. Hadopi deve quindi tutelare gli interessi degli autori e badare a che le loro opere non vengano diffuse illegalmente e che i contravventori vengano sanzionati, una scelta condivisa da gran parte dello schieramento politico. Un’opzione, quella repressiva, preferita a quella, sostenuta dalle associazioni di utenti, ma anche da molti addetti ai lavori dello spettacolo, della cosidetta “licenza globale”: il pagamento di una somma forfettaria da parte degli utenti, che viene poi ridistribuita da un ente indipendente agli autori in proporzione ai download delle loro opere.
Un’opzione rischiosa dal punto di vista dell’efficacia e poco accorta: come racconta Simon Garfield nello spassoso Just My Type — A Book About Fonts, la font utilizzata dallo studio Plan Créatif per la comunicazione dell’authority — Bienvenue, dal grafico francese Jean-François Porchez (quello che ha disegnato la font del métro di Parigi) —, era…protetta da copyright. “Non solo non potevano usarla. Ma nemmeno avrebbero potuto acquistare il diritto di farlo, poiché era stata concepita in esclusiva per France Telecom”, scrive Garfield. Quando la cosa venne a galla, grazie a un ex grafico dello studio Porchez, Plan Créatif evocò goffamente “manipolazioni digitali errate” e fu costretto a ritirare il logo in capo a tre giorni.
Gian-Paolo Accardo è condirettore di presseurop.eu e collaboratore regolare di Internazionale.
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