Durante una notte insonne a Gainesville, in Florida, stavo facendo zapping inutilmente quando ho trovato il canale di storia della Pbs. Trasmetteva il documentario Slavery by another name, basato sul libro che porta lo stesso titolo pubblicato nel 2008 da Douglas Blackmon. Le immagini erano familiari: alcuni neri con indosso l’uniforme a righe del carcere che lavorano sui binari di una ferrovia. Il documentario e il libro raccontano di quanto fosse strutturale, diffusa e programmata la sottomissione dei detenuti neri: una nuova forma di schiavitù, messa in atto dopo la guerra civile nel sud degli Stati Uniti, dove viveva il 75 per cento degli afroamericani liberati.
Le leggi del sud, particolarmente punitive per i neri, permisero l’arresto arbitrario di decine di migliaia di persone, a cui veniva chiesto di pagare le spese del loro arresto. Non potendo saldare il debito, questi uomini venivano “prestati” dallo stato alle miniere, alle compagnie ferroviarie, alle fabbriche e ai privati. Gli obiettivi erano due: negare i loro diritti civili e approfittare della manodopera a buon mercato. In altre parole si voleva compensare la perdita economica che i bianchi avevano subìto con l’abolizione della schiavitù. Questo sistema è durato fino alla seconda guerra mondiale.
Quest’anno ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti ed è bene ricordare ancora una volta che l’élite è sempre pronta a battersi e a fare carte false pur di conservare i suoi privilegi.
*Traduzione di Andrea Sparacino.
Internazionale, numero 939, 9 marzo 2012*
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