Il premier greco Alexis Tsipras a bordo della fregata cinese Changbaishan nel porto del Pireo, in Grecia, il 19 febbraio 2015.

Pechino vuole la Grecia dentro l’euro

Il premier greco Alexis Tsipras a bordo della fregata cinese Changbaishan nel porto del Pireo, in Grecia, il 19 febbraio 2015.
03 luglio 2015 16:53

Crisi in cinese si dice weiji. Per anni, in occidente, il termine è stato interpretato come la combinazione dei due caratteri che significano “pericolo” e “opportunità”, aprendo la strada a speculazioni infinite sulla filosofia orientale che nei momenti di pericolo sa riconoscere delle possibilità di miglioramento.

Sono dovuti intervenire sinologi autorevoli per spiegare che, se proprio si voleva fare un’analisi etimologica, weiji significa “punto cruciale”, ed è vicina, quindi, alla radice di crisi, krino, che significa separare e, per estensione, discernere, valutare. Esattamente quello che sono chiamati a fare i greci e i paesi dell’eurozona in questo momento “cruciale”. E insieme a loro anche la Cina, preoccupata per i suoi investimenti nel vecchio continente e per il futuro di quella che chiama “la nuova via della seta”.

Tra il 2000 e il 2014 gli investimenti cinesi nei paesi dell’Unione europea hanno superato i 46 miliardi di euro. In Grecia sono passati da 1,8 miliardi nel 2010 a più di 16 miliardi del 2014. Il crollo delle borse cinesi indurrebbe a un’accelerazione dei tempi nella soluzione della crisi greca, ma il 29 giugno a Bruxelles, durante la conferenza stampa a margine del vertice tra Cina e Unione europea, il primo ministro cinese Li Keqiang si è mostrato prudente: “Il debito greco è un problema interno europeo. Ma se la Grecia rimarrà o meno nell’eurozona è una questione che riguarda anche i rapporti tra Cina e Ue”.

Il progetto di una nuova via della seta, attraverso cui le merci viaggeranno sulle stesse rotte di quella storica, fa del porto del Pireo lo snodo principale dei container che arrivano via mare dal sud della Cina, dove sono concentrate le grandi fabbriche. Di fatto è la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa. L’azienda di stato cinese Cosco ha cominciato a operare nel porto greco nel 2009, e da allora il traffico di merci che transitano dal Pireo è quadruplicato. Gli investimenti per costruire infrastrutture nei Balcani annunciati alla fine del 2014 completano il quadro del nuovo sogno cinese. La Grecia indebitata è un elemento cruciale nelle nuove dinamiche geopolitiche disegnate dall’ex impero di mezzo per il continente euroasiatico. E la Cina non può permettersi di abbandonarla al suo destino.

L’errore di Fetonte

Quando il premier greco Alexis Tsipras ha vinto le elezioni e il suo ministro delle finanze Yannis Varoufakis ha minacciato di annullare gli accordi con Cosco sulla gestione del porto del Pireo, un quotidiano vicino al Partito comunista cinese l’ha paragonato addirittura a Fetonte, mitico figlio di Apollo, il dio del Sole, che volle guidare il carro del padre ma ne perse il controllo andando incontro alla morte. Poi, dopo una trattativa durata mesi, a metà maggio la Grecia ha sbloccato la vendita di una quota del 51 per cento del Pireo. Le offerte degli investitori dovranno essere presentate entro settembre, ma se la Grecia rimarrà in piedi è più che probabile che Cosco vincerà la gara. Per questo i toni dei mezzi d’informazione cinesi sono diventati più concilianti.

Pechino prende tempo nella speranza che i paesi dell’eurozona arrivino a una soluzione che porti a “un euro forte e a un’Europa unita”. Ma se questo non accadrà Atene sarà costretta a svendere i suoi asset. Arriveranno altre aziende cinesi, come Cosco, interessate a investire in aeroporti e autostrade. E la Repubblica popolare sarà pronta a trasformare la crisi greca nella sua migliore opportunità.

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