Tra i primi provvedimenti del suo governo, nel 2007, Nicolas Sarkozy aveva deciso di aumentarsi lo stipendio di presidente della repubblica del 170 per cento cioè da settemila a 18.700 euro mensili.
Appena insediato, il suo successore socialista François Hollande ha deciso una riduzione del 30 per cento del suo stipendio e di quello dei suoi ministri, oltre al taglio del 10 per cento delle spese dei vari dicasteri. Il nuovo capo dello stato ha anche chiesto a tutta la squadra governativa di firmare una carta etica in cui i ministri s’impegnano a rifiutare qualsiasi vacanza pagata da un stato straniero o da un imprenditore legato all’attività del ministero, a sbarazzarsi di qualsiasi regalo troppo prezioso, ad abbandonare qualsiasi altra carica politica, a prendere il treno invece che l’aereo e a rispettare, con le auto blu, il codice della strada.
Quando Hollande parlava di presidenza “normale” intendeva dunque governo esemplare. “Se si vuole chiedere ai grandi manager di ridurre il loro stipendio bisogna cominciare da se stessi”, ha confidato un collaboratore del presidente. Dal punto di visto concreto, l’impatto sarà tuttavia molto ridotto. In termini di numeri, la diminuzione delle retribuzioni ministeriali dovrebbe in effetti permettere di risparmiare circa 1,4 milioni di euro all’anno rispetto al governo precedente di François Fillon. Una goccia di fronte al debito pubblico francese, pari a circa 1.700 miliardi di euro, quasi il 90 per cento del pil. È qui il limite dell’azione di François Hollande.
La sera del suo insediamento, il 15 maggio, ha sfidato i fulmini per volare a Berlino e chiedere ad Angela Merkel un “riequilibro” dell’asse franco-tedesco e un rilancio della crescita nell’Ue. Una buona parte dell’opinione pubblica europea ha posto la sua speranza nella capacità del nuovo presidente francese di influenzare la cancelliera tedesca per ottenere più flessibilità e meno politica di rigore. Ma in realtà il margine di manovra di Hollande è molto stretto.
Ed è per questo che per marcare la rottura con il governo precedente dovrà rifugiarsi in provvedimenti emblematici ma limitati, come la riduzione del stipendio dei ministri o l’introduzione dei matrimoni omosessuali. Ha promesso rilancio dell’attività, la lotta alla disoccupazione e maggiori spese pubbliche (ritorno alla pensione a 60 anni per i lavoratori con 41 anni di contributi, 60mila insegnanti in più ecc.), ma le casse sono vuote. Per cercare di ridare dinamismo all’economia, introdurrà una riforma fiscale con la tassazione dei redditi più alti e dei grandi patrimoni per aumentare il potere d’acquisto dei più disagiati e dunque ridare un po’ di vigore alla domanda. Chiederà all’Europa, come ha già annunciato, maggiore utilizzo dei fondi strutturali, l’intervento della banca europa per gli investimenti e i project bond per le grandi infrastrutture.
Ma l’effetto di questi provvedimenti si farà sentire a medio termine e con effetti insufficienti a ridurre in modo sostanziale e rapido la disoccupazione. Anche se un riequilibro fiscale e una maggiore giustizia sociale appaiono auspicabili, non basterà tassare i più ricchi per uscire dalla palude. L’unica soluzione efficace e urgente sarebbe allentare la morsa del rigore di bilancio per dare un po’ di ossigeno all’economia in modo di avere il tempo di introdurre delle riforme strutturali senza massacrare l’attività del paese.
Ma per questo non basta convincere la Germania di Angela Merkel, che non si fida più delle promesse di riforme strutturali che non sono mai arrivate. Bisogna anche respingere l’assalto dei mercati che vedono crescere il debito e che chiedono interessi sempre maggiori per prestare soldi agli stati. E per questo ci vorrebbe una politica europa che tramite la Bce o gli eurobond dissuadesse i mercati dal prendere di mira i paesi indebitati. Senza questo salto europeo, l’unico in grado di reintrodurre la parola fiducia, condizione essenziale per un rilancio economico, François Hollande dovrà accontentarsi di piccoli lavori. Praticamente quello che in francese si chiama bricolage.
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