Salvare l’Europa, senza gli europei. Ci risiamo. In occasione del recente meeting di Comunione e liberazione a Rimini, il presidente del consiglio Mario Monti ha citato diverse volte Alcide De Gasperi per spiegare la sua azione politica, che prevede il risanamento del paese in una prospettiva europea.

L’ex commissario Ue ha difeso la moneta unica, definendola come “un pinnacolo della costruzione europea”, come “la Madonnina sul duomo di Milano” e ha aggiunto che “sarebbe una tragedia se diventasse, per incapacità nostra, un fattore di disgregazione o di nascita dei pregiudizi del nord contro il sud e del sud contro il nord”. Mario Monti ha fatto sua la prospettiva degasperiana di una federazione europea, insistendo nel dire che i paesi del continente si salveranno solo se uniti.

Il premier italiano ha anche criticato ogni idea di referendum o di consultazione diretta dei popoli sul futuro dell’euro e sulla permanenza nell’unione. Già l’anno scorso si era impedito ai greci di esprimersi sulla questione. E la storia recente della (de)costruzione dell’Europa è stata segnata, per motivi vari, anche dal rigetto del trattato costituzionale da parte dei francesi e degli olandesi nel 2005.

In questi giorni sta tornando pericolosamente di moda l’idea che il trasferimento di sovranità nazionale a Bruxelles dev’essere fatto da una sorta di avanguardia di professori, intellettuali e alcuni industriali o politici illuminati che sanno da che parte va la storia.

I cittadini, secondo questa visione, non sarebbero in grado di percepire la posta in gioco. È la famosa teoria secondo cui un giorno i popoli si addormenteranno nei loro stati nazionali e d’incanto si sveglieranno europei. Il tutto grazie alle élite internazionali che avranno fatto il bene del popolo a sua insaputa.

“Quale sarebbe stato l’esito in Francia e Germania di un referendum sulla dichiarazione Schuman che proponeva la messa in comune delle risorse solo cinque anni dopo la guerra?”, ha ironizzato Monti a Rimini. Anche se in realtà il risultato è stato il contrario: più di sessant’anni dopo, mentre il mondo si è enormemente allargato, la Francia e la Germania non hanno ancora le risorse in comune e l’Europa fa fatica.

Paradossalmente, questo atteggiamento di diffidenza verso i cittadini ha avuto un ruolo nel rigetto, con il referendum del 2005, di un testo considerato tecnocratico, deciso dall’alto e di impronta neoliberista. Temendo il giudizio popolare, gli europeisti rischiano di regalare la questione democratica agli euroscettici o addirittura agli eurofobici. I difensori della moneta unica e delle istituzioni di Bruxelles cominciano un po’ dappertutto a essere accusati di non volere rispettare la volontà popolare.

Certo, per evitare certe fiammate populiste e dannosi colpi di testa bisogna evitare il moltiplicarsi dei referendum. Ma l’Unione europea non può più fare a meno di una democratizzazione diretta delle sue istituzioni per legittimare e rinforzare le sue decisioni. È anche su questo aspetto che Mario Monti sarà giudicato. Non solo sulla sua capacità di risanare l’Italia.

Essendo un tecnico di matrice europea, toccherebbe a lui in particolare prendere iniziative per proporre l’atteso salto federale e democratico dell’unione. “Un uomo politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”, ha sentenziato Monti a Rimini citando De Gasperi.

Di sicuro il professore della Bocconi è in fretta diventato un politico. Ma sono le sue ricette per l’Europa che ci diranno nei prossimi mesi se è diventato anche uno statista.

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