Nel [quartiere europeo][1] di Bruxelles sopravvive un palazzo unico, l’Atelier Marcel Hastir. Unico architettonicamente, perché nell’area sono pochi gli edifici costruiti prima degli anni sessanta, e unico soprattutto per chi ci ha vissuto fino a qualche giorno fa. Non ho avuto la fortuna di conoscere Marcel Hastir, ma ho parlato con alcune persone che gli sono state vicine negli ultimi anni: Roland Schmid, presidente della Fondation Atelier Marcel Hastir, e Caroline Hack, regista del documentario 51, rue du Commerce. Entrambi mi hanno descritto una persona straordinaria.

Nato nel 1906, Hastir era tutt’uno con il suo atelier. Chiamarlo “studio”, però, è un po’ riduttivo. Se è vero che a rue du Commerce, dove si stabilì nel 1935, Hastir ha dipinto e insegnato pittura per decenni, quell’indirizzo è stato anche molto altro: luogo d’incontro per artisti e intellettuali, da René Magritte a Paul Delvaux; sede di concerti e spettacoli di danza e di teatro; rifugio per ebrei e membri della resistenza (tra cui i fratelli Livchitz, Jean Franklemon e Robert Mistriau, che nel 1943 riuscirono a bloccare un treno diretto ad Auschwitz). Dopo la seconda guerra mondiale lo studio è rimasto al centro della vita culturale di Bruxelles, ospitando le esibizioni di artisti emergenti come Jacques Brel e Barbara. [1]: http://www.internazionale.it/amarcord-in-parlamento/

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Nonostante il suo incredibile valore, a partire dagli anni settanta l’edificio ha rischiato più volte di sparire sotto le ruspe dei promotori immobiliari. Come raccontavo in un altro articolo, Hastir ha potuto contare sull’appoggio di una rete di amici e ammiratori nella lotta contro i progetti di demolizione. Semplice inquilino, si era sempre fidato della Società teosofica belga, proprietaria dell’edificio. E aveva peccato di ingenuità, perché “la giovane generazione di teosofi”, spiega Schmid, “ha cominciato a pensare anche ai soldi”.

Nel 2002 arriva il divieto di demolizione: prima vittoria. Nel 2006 l’edificio è dichiarato bene culturale della città. I teosofi, però, non demordono, e cercano comunque di cacciare l’anziano inquilino. Entra in scena Beliris (agenzia federale che finanzia la regione di Bruxelles-Capitale). Finalmente, nel 2009, il palazzo diventa proprietà di Bruxelles, che firma un contratto di enfiteusi con la neonata Fondation Atelier Marcel Hastir.

“Io morirò, ma il mio atelier non deve morire!”, diceva Hastir. A giudicare dal successo dei concerti organizzati dalla fondazione, non sarà difficile esaudire il suo desiderio.

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