L’eterno braccio di ferro

12 dicembre 2014 15:02

Altro che clima natalizio. Quello che è successo giovedì in parlamento è la prova che la balcanizzazione della politica italiana procede senza sosta. Il rinvio del conflitto d’interessi in commissione affari costituzionali con un voto congiunto di Partito democratico e Forza Italia è stato accolto dai grillini con tumulti, urla e proteste che hanno costretto il vicepresidente Luigi Di Maio a espellere il suo collega dell’M5s Manlio Di Stefano. I parlamentari del Pd sono stati definiti “ladri e mafiosi”. Beppe Grillo ha lanciato invettive contro Napolitano e si ripreso il centro della scena politica, sfidando Matteo Salvini.

C’è un altro indicatore che rivela il modo di concepire la politica in Italia. È la foto che mostra il senatore leghista Roberto Calderoli in compagnia di due colleghi, che con tre carrelli depositano otto cartoni con 10.500 emendamenti alla legge elettorale. Sono follie che non succedono in nessun altro parlamento del mondo. Calderoli ci ha abituato a ben altre idiozie, come la maglietta contro l’islam o il falò per bruciare le leggi che sosteneva di aver abolito. Carnevale permanente.

Eppure non c’è dubbio che la situazione dell’Italia non è mai stata così grave dal dopoguerra. Ma se in altri paesi nei momenti drammatici si cerca una tregua politica, in Italia continua l’eterno braccio di ferro, con i partiti in fibrillazione permanente. Non sembrano esistere interessi generali condivisibili.

Volano gli stracci nel Partito democratico. I sindacati indicono uno sciopero generale dieci giorni prima di Natale. I magistrati, con un inusuale annuncio a pagamento sui grandi giornali, premono sul governo chiedendo “vere riforme per una giustizia nell’interesse dei cittadini”. Per reagire alla cupola mafiosa di Roma, Renzi annuncia una legge anticorruzione per aumentare le pene, allungare i tempi di prescrizione e confiscare i bene dei corrotti. In Italia spesso si legifera per reagire a fatti di cronaca.

È un’operazione rischiosa. Due anni fa la ministra della giustizia Paola Severino ha dovuto minacciare le dimissioni per ottenere il varo della sua legge, che prima è stata largamente svuotata da un fronte trasversale condotto da Silvio Berlusconi. Una legge che non ha impedito ai corruttori pluricondannati Primo Greganti, Gianstefano Frigerio e Luigi Grillo di patteggiare pochi giorni fa pene leggere che gli evitano di nuovo il carcere. E c’è chi si meraviglia che su cinquantamila detenuti nelle carceri italiane i condannati per reati di corruzione siano solo 270. Ma nella rissa quotidiana tra politicanti questi fatti non contano. È molto più proficuo e utile presentare 12mila emendamenti alla riforma costituzionale.

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