Che succede quando si fotografano i fotografi? A volte dei servizi molto interessanti, come Dietro le quinte, che propone Internazionale. Altre, delle foto decisamente meno amene, ma altrettanto edificanti, come quelle che ha scattato Jan Vanderbergh.
Jan Vanderbergh è un signore belga i cui figli frequentano la scuola Sint-Lambertus, a Heverlee, come sette dei 22 bambini morti nell’incidente di pullman avvenuto a Sierre (Svizzera) il 13 marzo scorso. Da quel giorno la cittadina fiamminga è assediata dalla stampa internazionale: cameramen, giornalisti, fotografi, furgoni-regia satellitari, gazebi per le dirette e così via. Il solito “media circus” che occupa “militarmente” qualsiasi posto faccia notizia con i suoi potenti mezzi. Un’orda che tutto travolge e spesso non tiene in gran conto chi vive sul posto.
Come Jan Vandenbergh, appunto. E così, il 17 marzo, Jan è sceso in strada e si è messo a fotografare i fotografi. “E sapete che cosa è successo”?” scrive sulla sua pagina su Facebook “alla maggior parte di loro non è piaciuto. Alcuni erano visibilmente a disagio (il ché rivela se non altro un senso di vergogna). Alcuni mi hanno rivolto un sorriso, sicuramente l’atteggiamento meno appropriato alle circostanze. Alcuni mi hanno detto ‘non la capisco’, che è esattamente quello che penso anch’io”.
Poi Vandenbergh si è avvicinato a un altro fotografo, che “non ha apprezzato affatto” e, dice, “mi ha regalato la foto che riflette perfettamente lui e molti suoi colleghi.” “Questa foto”, conclude Vandenbergh, “è per tutti quei giornalisti che hanno ritenuto necessario bussare alla mia porta alla ricerca di dettagli insignificanti, di assillare i bambini nei cortili, di introdursi in casa delle persone e di estorcere ai bambini i nomi delle vittime su fotografie rubate. […] In special modo per Paul Daenen (Het Laatste Nieuws) e Liesbeth Van Impe (Het Nieuwsblad) che pare pensino che tutto ciò che sta su internet sia di dominio pubblico.”
All’indomani dell’incidente di Sierre, i due quotidiani fiamminghi citati da Vandenbergh avevano pubblicato in prima pagina le foto delle vittime, provocando un’ondata di proteste e di interrogazioni sull’atteggiamento della stampa nei confronti del dolore dei privati cittadini.
Daenen si è difeso prendendosela con “i sostenitori del politically correct” e chiedendosi perché “non si lamentano quando i giornali pubblicano delle foto orribili dei bambini siriani”. Per parte sua, il Consiglio per la deontologia giornalistica ha ricordato che “i giornalisti hanno una responsabilità sociale e devono in particolare tenere conto delle conseguenze della diffusione di informazioni o di fotografie. L’interesse pubblico non è l’interesse del pubblico.”
Chi ha ragione? L’esasperazione di Vandenbergh è comprensibile: chiunque abbia avuto a che fare con il “media circus” sa quanto è travolgente e poco delicato, per non dire insensibile. Giornalisti, operatori e fotografi sono sul posto per poco tempo, hanno il terrore di prendere un “buco” dai concorrenti e spesso i luoghi non consentono grandi deviazioni rispetto a percorsi o tappe obbligati.
Si dovevano pubblicare le foto delle vittime dell’incidente? Quello che suscita la compassione nei lettori/spettatori è la capacità a identificarsi con le vittime e i loro parenti. E questa è sicuramente facilitata dal fatto che le vittime hanno, oltre che un nome, un volto. Tanto più che quei volti erano stati affissi nei luoghi di memoria e di omaggio che sono stati approntati dalle autorità a Heverlee e a Lommel, da cui provenivano le altre vittime. Ed è quella compassione che ha stretto intorno alle famiglie dei bambini e dei loro accompagnatori morti un intero paese, come non accadeva dai tempi della vicenda Dutroux.
Gian Paolo Accardo è condirettore di Presseurop e collabora con Internazionale da Parigi.
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