La prima mossa di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea (Bce) è stata tagliare i tassi applicati dall’istituto dall’1,50 all’1,25 per cento. I mercati europei hanno accolto con favore questa scelta sorprendente, che segnala una svolta perché significa basare la politica monetaria sulle aspettative di inflazione invece che sull’inflazione corrente.
È un buon inizio, che dovrebbe però essere comunicato agli operatori chiaramente, con obiettivi precisi. Purtroppo di questo cambiamento di strategia non c’è traccia nei comunicati diffusi dalla Bce. Inoltre la Bce dovrebbe diventare sempre di più un prestatore di ultima istanza dei governi. E per assumere questo ruolo avrebbe bisogno di un chiaro mandato dai governi dell’Unione europea. Circostanze eccezionali richiedono una politica monetaria eccezionale: i mercati vivono un periodo d’incertezza e la crisi del debito pubblico mette in pericolo l’euro.
Su lavoce.info, Tommaso Monacelli suggerisce che servirebbe un acquisto di titoli di stato dei paesi in sofferenza convinto, ampio e di durata prestabilita. Se la Bce è la prima a mostrarsi scettica sul fatto di avere quei titoli nel proprio bilancio, non sorprendiamoci se lo sono anche gli investitori.
L’Italia è chiaramente avvitata in una spirale di sfiducia: debito elevato implica debito rischioso, cioè tassi d’interesse elevati, che a loro volta richiedono un ulteriore indebitamento per sostenere il costo dei vecchi debiti. La priorità è interrompere il circolo vizioso prima che diventi insostenibile. E questo potrebbe succedere molto presto.
Internazionale, numero 923, 11 novembre 2011
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