Avvertenza. Il linguaggio di questa rubrica è diretto ed esplicito.
Sono uno statunitense di cinquant’anni bisessuale e sposato, e vivo in Europa insieme a mia moglie e ai figli. La mia parte bisessuale è ancora una grossa novità. Due anni fa ho cominciato ad andare da un terapeuta di larghe vedute rispetto al sesso per esplorare il mio notevole interesse (e i relativi sensi di colpa) per i kink e il bdsm. Per farla breve: ho ammesso a me stesso che non solo mi piacciono i kink, ma sono anche bisessuale. Tutte le cose che credevo difficili – dichiararmi a mia moglie, parlare di coppia aperta, fare le mie prime esperienze gay – sono andate benissimo. Io e mia moglie abbiamo un ottimo equilibrio e sto bene con me stesso come mai prima d’ora. Quello che mi crea difficoltà è l’identità. Io mi considero bisessuale, Dan, però non ho idea di cosa significhi essere queer. Se fossi negli Stati Uniti troverei qualche gruppo e conoscerei altre persone queer, invece mi trovo in un paese straniero in cui è facile farsi fare una sega da un uomo, ma è difficile fare un discorso articolato sulla sessualità. Ho preso in considerazione l’idea di non preoccuparmene. A vedermi sono un papà di provincia noioso, e avrei potuto vivere il resto della mia vita dichiarandomi solo a un gruppo ristretto di persone. Sento però l’impulso di capire meglio me stesso e questa dimensione. Non so niente della cultura gay e mi sento alla deriva rispetto a chi ha fatto coming out da giovane. Sostanzialmente mi chiedo cosa fare ora. Non ho problemi a definirmi bisessuale, ma non penso di potermi definire queer perché non so cosa significhi per me. Hai qualche suggerimento?
– Bi Dad Seeking Meaning
Un errore che ha fatto nell’ultimo decennio il movimento lgbt+, oltre a tutte le varianti della sigla, è stato quello di convincere la gente che essere queer o alleati significava dover fare i compiti. Non bastava essere queer, non bastava essere a proprio agio con le persone queer. No, ci volevano letture dedicate, sessioni di lotta, prove lessicali da superare.
Da semplice identità che si poteva rivendicare, abbiamo trasformato queer in un corso di quattrocento livelli con il rischio costante di essere bocciati. Prendiamo il caso di Bdsm. È bisessuale dichiarato, va in giro a farsi fare seghe, e ci auguriamo anche altro, dagli uomini, e in questa impresa del queer le sta azzeccando tutte. Però ha paura di essere bocciato.
Guarda, Bdsm, puoi stare tranquillo. Se non sei etero, sei queer. E il tuo modo di essere queer, comunque tu scelga di esprimerlo, è legittimo quanto quello di un docente di studi di genere. E anche se a guardarti sembri solo un papà noioso di provincia, in realtà stai sovvertendo – sottoponendo a queering, come dicono i docenti di studi di genere – il concetto di papà noioso di provincia, una sega alla volta.
Detto questo, Bdsm, non devi per forza definirti queer, non lo fanno anche un sacco di gay, lesbiche e persone bisessuali. Se definirti bisessuale ti provoca meno ansia – se non temi di essere bocciato in bisessualità – puoi definirti così e basta. Ha il vantaggio di essere una definizione chiara e veritiera. Perché, diversamente dal dire a un tizio che sei queer, termine ampio che suscita almeno una domanda di chiarimento (“Va bene, ma con queer cosa intendiamo?”), dire a un tizio che sei bisessuale gli darà tutte le informazioni che gli servono prima di cominciare a farti quella sega.
P.s. A volte, dopo essersi confidata con la moglie o il marito, e aver ottenuto il nulla osta a esplorare la propria sessualità, la persona che si è appena dichiarata ha un momento da bambino-nel-negozio-di-dolciumi e finisce per trascurare le esigenze sessuali della moglie o del marito. Spero che tu ti renda conto di quanto sei fortunato ad avere l’appoggio di tua moglie, Bdsm, e che non ti rovinerai con le tue stesse mani facendola pentire di averti dato la sua benedizione a esplorare gli uomini e i kink fuori dal matrimonio.
P.p.s. A me non sembra che tu cerchi dei compiti di lettura, Bdsm, ma un senso di comunità, e quello arriverà con il tempo. Più uomini gay e bisessuali incontrerai e più seghe ti ci farai, più ne conoscerai altri, e imparerai a capire meglio la tua identità queer e quella di altri uomini.
P.p.p.s. Pare che alcuni gay e alcune lesbiche – compresi quelli abbastanza vecchi da saperla più lunga, in teoria – credano che il termine queer gli sia stato imposto da una manica di fallofile allosessuali non binarie registrate femmine alla nascita. (O, come si diceva una volta, “donne etero”). È semplicemente falso. Queer è stato adottato come termine unificante dopo che attiviste lesbiche e attivisti gay avevano distribuito il pamphlet intitolato Queer, leggete qui al pride di New York nel 1990.
“Usiamo queer come lesbiche che amano gli uomini gay”, scrivevano gli anonimi autori del capitolo “Perché queer” del manifesto, che portò alla fondazione del collettivo Queer nation. “Diversamente da gay, queer non significa maschio. E quando è pronunciato da altri gay e altre lesbiche, è un modo per invitarci a serrare i ranghi e a dimenticare le nostre differenze individuali, perché abbiamo di fronte un nemico comune ben più insidioso. Sì, queer può essere una brutta parola, ma è anche un’arma ironica e maliziosa che possiamo strappare agli omofobi”.
Altrettanto fastidiosi – anzi molto più fastidiosi – delle lesbiche e dei gay che si lagnano per l’imposizione del termine queer, sono le persone queer autoproclamate che ci tengono a ribadire che essere gay o lesbiche “non basta” per rendere una persona queer.
Quindi a chi cerca di escludere gay e lesbiche dalla definizione di queer, dico: i gay e le lesbiche sono le persone queer delle origini, piccoli stronzi escludenti. E a chi si accanisce a dire che il termine è stato un’imposizione, dico questo: la parola queer non ci è stata imposta, gente, ci è stata rubata. Potremmo lasciargliela, potremmo permettergli di impadronirsene, ma riprendercela farebbe incazzare ancora di più gli omofobi di oggi.
Sono una donna di 25 anni che da quasi sei ha una cotta per una delle sue amiche. Lei è assolutamente straordinaria. Al college abbiamo avuto un periodo di intimità – siamo anche uscite insieme un paio di volte – ma poi le nostre vite hanno preso strade diverse. Oggi sto con un uomo straordinario, con cui ci sposeremo, e abbiamo un bambino di un anno, mentre lei è appena uscita da una storia lunga e vive in un altro stato. Ultimamente ci siamo parlate molto di più e la cosa sta emozionando parecchio entrambe. (Sono sentimenti reciproci!). Il mio fidanzato è disponibile all’idea di invitarla a partecipare alla nostra vita intima, e forse addirittura sentimentale. Da parte di lei mi pare che ci sia un interesse totale. Però. Io tendo a pianificare troppo e in modo ansioso, quindi ora sto consultando qualunque libro e podcast sulla non monogamia etica per arrivare preparatissima al momento in cui lei entrerà a far parte della nostra vita. Ho già la testa piena di timori come: “La mia famiglia la prenderà benissimo, ma cosa penserà invece quella del mio fidanzato, che è più conservatrice?”, “e se lei volesse un bambino, come funzionerebbe?”. Direi che ho due domande: che libri o altre risorse mi consigli per saperne di più sulla non monogamia etica? Sto correndo troppo?
– Very Hopeful Romantic
L’idea giusta l’ha avuta il tuo fidanzato: “Scopiamo e vediamo”. Il primo passo da fare, cioè, è quello di scoparvi di brutto questa donna. Se c’è intesa tra tutti a livello sessuale (e non è affatto scontato) ed emotivo (ancora meno scontato), Vhr, allora potrete intavolare un discorso sulla possibilità di invitare questa donna a partecipare alla vostra vita sentimentale, non prima di sei mesi e di varie decine di scopate a tre. Dopodiché, leggiti pure i libri e ascoltati i podcast sul poliamore, male non ti fa di certo, però se chiedi anche al tuo fidanzato di leggerli e ascoltarli rischi di non ottenere quello che vuoi. Proprio come al primo appuntamento nessun single vuole sentir parlare l’altro del matrimonio dei suoi sogni, così nessuna persona in procinto di sposarsi vuole sentir parlare il futuro coniuge del terzetto poliamoroso dei suoi sogni prima di aver scopato con il terzo in questione.
Informarsi sul poliamore è una buona idea, specie se ci tieni ad avere un’opinione al riguardo (come tutti, oggi), però non devi portarti avanti con i compiti a ogni costo. È chiaro che l’idea ti entusiasma, il tuo fidanzato straordinario è disponibile e questa donna straordinaria è interessata. Per il momento basta così. Se di qui a sei mesi state ancora scopando tutti e tre, Vhr, torna a scrivermi e ti manderò un elenco di libri, risorse e podcast sul poliamore. Ma ora non devi fare altri compiti. Devi solo cominciare a scopare.
Sono una donna cisgender single di 37 anni. Qualche tempo fa avevo cominciato una storia seria insieme a un tizio che aveva già dei figli e si era fatto la vasectomia. Stando con lui avevo dovuto rinviare il momento in cui avrei avuto dei figli e stavo cercando di capire se mi andava bene così. Poi lui è morto, tragicamente e all’improvviso. Dopo la sua morte ho sviluppato la convinzione profonda che un giorno avrò un figlio. Da allora è passato un anno e mezzo. Negli ultimi mesi sto andando a letto con un divorziato bello, gentile e sveglio. All’inizio ero interessata solo a uscirci, ma ora mi sembra più come uno scopamico. Gli ho detto sinceramente che con lui non vedo un futuro sentimentale, quindi lui ha messo da parte i sentimenti di “amore” forte nei miei confronti perché andare a letto gli piace e vuole continuare a farlo. Lui non ha mai voluto dei figli biologici (ne ha uno di un’altra donna). Pratichiamo il coito interrotto. Gli ho detto chiaramente che io desidero un figlio e che, se rimango incinta, me lo tengo. A lui va bene. Conosco bene i miei tempi di ovulazione e mi fido abbastanza del coito interrotto. La mia domanda è: devo prendere in considerazione di chiedergli di aiutarmi a restare incinta? Non so bene quanto lui voglia essere coinvolto, ma a me andrebbe bene sia cavarmela da sola sia permettergli di avere un rapporto con il bambino. Mi è già capitato di restare incinta, ma non era il momento adatto, e non volevo stare insieme al tizio con cui stavo. Ora però mi chiedo se non mi sono giocata la mia unica chance di avere un bambino. Vorrei tanto avere un partner con cui fare questa scelta, ma se poi mi innamoro di qualcuno che di figli non ne vuole? O magari un partner non lo trovo proprio e mi perdo gli anni fertili. Sono piuttosto soddisfatta della mia vita, mi piace fare da zia ai figli delle mie amiche e rifiuto sempre la retorica delle “gravidanze geriatriche”, mi pare una stronzata. Devo aspettare ancora qualche anno e vedere cosa mi capita tra le mani? O mi conviene di più fare un tentativo insieme al mio scopamico?
– Baby Games
Ma tu lo vuoi, un bambino? Dici di sì, ma più rimandi questa decisione, Bg, e più mi sembra che tu non lo voglia. Se anche rifiuti il concetto di “gravidanza geriatrica” (che oggi ha il nome più delicato di “gravidanza tardiva”), la realtà biologica è quella che è, Bg, e più aspetti a deciderti, meno probabilità hai di avere un bambino.
È vero che molte donne riescono ad avere figli a quasi quarant’anni e anche oltre, ma resta il fatto che dopo i 35 la fertilità di una donna cala, mentre il rischio di complicazioni aumenta. È uno di quei casi in cui non scegliere è già una scelta: se rinvii troppo a lungo, la decisione sarà presa per te.
E questo tizio lo vuole, un bambino? Dice di no, ma più te lo mette dentro senza preservativo, Bg, più mi sembra che lo voglia. Cioè, gli hai già detto che se ti mette incinta tu il bambino te lo tieni, no? E il coito interrotto può essereun metodo contraccettivo efficace (se eseguito alla perfezione), ma ogni volta che lui decide di metterlo dentro a una donna senza preservativo – che si tratti di te o di un’altra, e che lei voglia un bambino o meno – rischia di diventare padre. Perciò, proprio come il tuo rimandare può essere interpretato come segno che non vuoi un figlio, il suo mancato uso del preservativo può essere interpretato come segno che lui lo vuole.
Se invece mi sbaglio sul tuo conto – se i figli tu li vuoi – direi che un tizio bello, gentile e sveglio non è niente male, anzi potrebbe capitarti di ben peggio. E dato che gli hai già detto cos’hai intenzione di fare se ti mettesse incinta per sbaglio, non vedo perché non possiate parlare di una gravidanza voluta.
P.s. L’articolo uscito sul New York Times qualche tempo fa sullagenitorialità platonica potrebbe interessare sia a te sia a lui.
(Traduzione di Francesco Graziosi)
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