Un rave vicino a Napoli, 2010.

Milioni di persone hanno ancora voglia di ballare

Un rave vicino a Napoli, 2010.
06 giugno 2015 11:41

Da qualche tempo si sente parlare di “rave party” solo in cronaca nera. Articoli prodotti soprattutto dalle edizioni locali che se ne occupano segnalando incidenti, risse, denunce, infrazioni, sequestri di droga. Tuttavia, oggi l’espressione “rave party” è usata in modo improprio per descrivere eventi di massa che non hanno nulla a che vedere con l’estetica, i valori, la musica di quella scena.

Semplificazioni giornalistiche, e anche di marketing degli eventi, che giocano sulla parola per attirare pubblico.

Che cosa è un rave party? Queste feste illegali si svolgono ancora? Certamente esiste un problema di ordine lessicale: il “rave party” nasce alla fine degli anni ottanta in Gran Bretagna all’interno della scena acid house, ma i locali chiudono troppo presto e così gli eventi escono da lì e cominciano a occupare fabbriche abbandonate, capannoni industriali dismessi: d’ora in avanti si chiameranno “free party”.

Nati come un miscuglio di nomadismo hippy, controcultura punk e sound system giamaicani, accompagnati da musica creata digitalmente (acid house, techno, goa), i free party sono eventi totalmente gratuiti che hanno spopolato per tutti gli anni novanta e i primi duemila coinvolgendo centinaia di migliaia di ragazzi.

I free party sono diminuiti negli ultimo decennio – anche se oggi esistono ancora soprattutto nell’est Europa – e hanno lasciato più spazio alla cosiddetta scena goa e ai festival psy-trance che ora stanno vivendo la loro estate. Questo per dire che non sentirete mai un ragazzo, “teknuso” o “goano” che sia, dire “Andiamo a un rave party”. Qui in Italia si chiamano semplicemente “feste”: che siano feste illegali, lunghe tre giorni e al ritmo di ripetitive beats lo si capisce dal contesto.

Al netto di queste precisazioni, non è un rave la maratona-concerto di musica elettronica al prezzo di 74 euro che si è svolta in provincia di Caserta, versione italiana di un famoso festival spagnolo, Monegros, dove è stato ucciso a coltellate Antonio Franzese, di 24 anni. Non sono rave le serate a pagamento nei locali e non lo sono nemmeno i grossi eventi di musica trance. Forse i rave non esistono più, o quasi.

Perché parlare di “rave party” proprio ora che sono diventati un fenomeno residuale e per certi versi subculturale?

Vanni Santoni, toscano, classe 1978, autore di numerosi romanzi, ha scritto una sorta di romanzo ibrido sulla scena rave, dettato proprio da un’esigenza di chiarezza storica.

“In tutta la storia delle feste in Italia sono morte tre o quattro persone di cui almeno due per incidenti che potevano accadere ovunque, ma che i giornali si sono affrettati ad attribuire al rave. Ho scritto Muro di casse proprio per superare questa narrazione falsificante dei giornali”.

Dopo aver letto il libro di Santoni – tanto disorientante quanto può essere trovarsi in mezzo a una folla di ragazzini dal look postnucleare che ballano al ritmo della techno e che cerca di raccontare la “più importante avanguardia musicale e giovanile che ci sia stata in Europa negli ultimi 25 anni”, dal 1989 a oggi, – ecco dopo aver letto questo libro pieno di voci, di informazioni, ma soprattutto di quell’incantesimo che io personalmente non ho vissuto, ma che non avevo nemmeno tanto capito, viene voglia di sapere cosa ne è stato ma soprattutto cosa sia rimasto di tutto questo.

La scena dei rave è stata un fenomeno atipico: lungo, diffuso, ma estremamente sotterraneo. Poco compreso dai media e in genere ignorato dagli scrittori. Uno dei pochi a non averlo fatto è Marco Mancassola, classe 1973, autore di Last Love Parade, pubblicato con successo anche in Francia da Gallimard e ripubblicato in versione aggiornata da Il Saggiatore. Anche questo è un libro ibrido, che mescola autobiografia e saggio, e traccia una mappa della musica elettronica degli ultimi 30 anni. Le prime “feste” Mancassola le descrive così:

Evento anarchico, allucinato, spartano. Con i suoi giocolieri e mangiatori di fuoco, venditori improvvisati, cani che scorrazzano, tende piantate ai bordi della pista, gente che balla tra nubi di polvere, il rave-free party può somigliare a un accampamento medievale, o una scena postatomica. Suggestioni new age e apocalittiche, come in bilico costante tra rinascere o sparire. La dimensione rituale è forte: dance come stato di meditazione attiva, bassi elettronici come strumenti tribali (il tipo di strumenti dal suono cupo, abissale, suonati nelle società primitive nei riti di passaggio o di guarigione), mezzo di comunicazione con le potenze del sottosuolo. Dallo sciamano al raver, quasi un’unica storia.
Rurale, postindustriale. L’atmosfera di un free party è connessa al suo set: spiazzi all’aperto, aree naturali, boschi, spiagge di fiume, capannoni agricoli in disuso, ex hangar. Oppure vecchie fabbriche, ex depositi ferroviari, stazioni abbandonate, ex macelli. Pinze e tenaglie per aprire un varco nelle reti di recinzione, un silenzioso lavoro di qualche giorno per ripulire, un gruppo elettrogeno per attivare il sound system.

Per uno dei personaggi del romanzo di Vanni Santoni la “festa” era invece:

….una cosa mai vista, completamente avanzata, avevano tutto quello che cercavamo, anche se declinato in modo bizzarro e distorto: energia, autonomia, immaginario, radicalità, antagonismo, internazionalismo, capacità di coinvolgimento, anti-elitarismo (ma senza rinunciare alla complessità), identità (ma meticcia e permeabile), una musica che spaccava il culo e fomentava la gente, e poi un approccio nuovo rispetto agli spazi (che in Italia si ricollegava in modo perfetto a tutto il discorso aperto dagli spazi occupati e autogestiti)….

Un altro personaggio del libro si chiede: “E se fossero stati solo una forma di svago molto avanzata?”. Certo che lo sono stati, ma non solo, risponde… i rave stati anche “un tentativo di creare bellezza. E quindi speranza”.

Un rave vicino a Roma, 2010.

In queste due brani ci sono quasi tutti gli elementi di novità e di interesse maggiori del fenomeno: il mito delle origini, la spinta radicale, l’autogestione, la musica che libera, la ri-semantizzazione dello spazio abbandonato.

Stefano Laffi, sociologo e autore del libro La congiura contro i giovani può aiutarci a capire come sono andate le cose. Nel 2013 Laffi ha svolto un cantiere narrativo, raccogliendo le esperienze di alcuni ravers ed ex ravers dai 19 ai 35 anni. La sua idea, mi spiega, era proprio quella di raccontare un mondo senza impoverirlo. Non gli piaceva come i giornali lo raccontavano, questo mondo. Anche se ha promesso ai ragazzi che non li avrebbe citati né avrebbe divulgato le registrazioni, mi racconta alcune cose che ha compreso grazie a quegli incontri.

Le comunità dei ravers nascono come una sorta di villaggio in movimento, una comunità viaggiante che si sostiene da sola e che abita luoghi abbandonanti da quella stessa società ipercapitalista a cui il movimento cerca di opporsi. Queste comunità erano composte da persone con abilità artigiane e pratiche che li rendevano completamente autosufficienti. Se c’è un’emergenza nucleare, noi sappiamo cosa fare, mi dicevano sempre provocatoriamente i ragazzi. L’idea di un mondo ‘post’, un mondo non civilizzato dove ci si può autoesiliare dalla realtà quotidiana e tornare al mito delle origini, che è molto forte all’inizio di questa esperienza e poi si è perso via via. Come anche il senso di parità: non ci sono star a free party, i dj di solito non si vedono, non ci sono biglietti da pagare: smontando così l’idolatria per il performer e ricreando una società più giusta, non violenta, democratica. I rave erano luoghi non violenti, dove ci si liberava dalla nevrosi quotidiana rielaborandola in un’estasi collettiva.

Il primo paragone che viene in mente è con le discoteche, l’alternativa “civilizzata” al rave (siamo sicuri che sia morta più gente nei rave che nelle stragi del sabato sera?). E poi con gli stadi (dove droga e violenza non sono mai mancate, possiamo dire). Oggi, mentre i free party hanno perso un po’ quella consapevolezza politica e rischiano di diventare luoghi dove si va solo a sballarsi, le discoteche non godono certo di buona salute. Paradosso: capita sempre più spesso che i club affittino proprio alle crew dei nuovi rave “legali”.

Per Mancassola, il cambio di paradigma sociale è evidente. Negli ultimi decenni del novecento la società ha desiderato ballare, oggi con il capitalismo immateriale c’è più che altro desiderio di connettersi: “Il rave digitale al posto di quello dei corpi”.

Secondo Laffi è mancata un’elaborazione su come si sta nel quotidiano, dopo la festa, alla luce del giorno:

L’idea di scollegarsi dal mondo per due tre giorni è bellissima, ma poi come si fa a tornare alla vita normale? Agli impegni, al lavoro, alla burocrazia? Come fai a far funzionare quest’alternanza? Il rave ha in sé una contraddizione: è contro lo schiavismo del lavoro ma non propone alternative, è per l’autogestione ma poi sono in pochissimi a praticarla davvero. C’è il rischio dell’alienazione Forse oggi questa contraddizione è emersa più violentemente e si è capito che la rivoluzione è meglio farla dal lunedì al venerdì, non solo al rave.

Ho chiesto lumi anche a un giovane raver, Lane, 25 anni, animatore della scena tekno milanese e oggi di stanza a Berlino. Lane mi risponde via email e preferisce non parlare al telefono:

Certi teknival duravano e durano una settimana. Però in generale l’elaborazione poteva starci finché c’erano abbastanza tribe che erano veramente nomadi, allora si creava una società mobile. C’erano spazi, punti d’incontro, ogni giorno c’erano più feste dove andare. Direzioni diverse. Quando questo si estingue e fai le serate tek nei locali, ok hai la tua musica ma quell’aspetto lì non c’è più. Diventa intrattenimento.

E come si esce da questa alienazione? Da questo vuoto? Dalla famosa “gestione del down”? Si è detto spesso che per alleviare questi “ritorni” alla noia della quotidianità, spesso accompagnate da pesanti depressioni, sia arrivata (tornata) l’eroina.

“Mi sembra che l’eroina sia tornata in generale”, dice Lane, “E se è tornata è perché un sacco di gente non ha più un cazzo di prospettive, non è tanto rave e non rave”.

Andrea Zambelli, classe 1975, regista che ha firmato l’unico film italiano sulla scena rave, non è d’accordo: “Se tu fai abuso di ecstasy o non fai passare abbastanza giorni tra un’assunzione e l’altra, la serotonina cala e arriva la depressione. Cosa fai dal lunedì al venerdì? Be’ l’eroina è modo per non pensarci”.

“Teniamo presente che il mercato della droga è regolato dall’offerta, non dalla domanda”, mi ha ripetuto più volte Laffi invece. “Se si butta la ketamina, tutti vogliono la ketamina, ma non dipende mai dai ragazzi. Non è un fenomeno culturale, ma di mercato”.

Arrivati a questo punto è necessario fare un piccolo salto all’indietro e affrontare la questione delle droghe, l’unica che sia mai stata affrontata, sempre superficialmente, dai mezzi d’informazione.

In Muro di casse Vanni Santoni dichiara senza giri di parole il presupposto di queste feste: “Le sostanze sono parte della festa quanto la musica e la messinscena”.

Però poi, mi spiega, che ci sono droghe e droghe, e almeno quattro fasi nella storia dei rave: agli albori delle feste si usavano solo Mdma (o ecstasy) e Lsd, il primo entactogeno e il secondo psichedelico che non danno dipendenza e che hanno un effetto lungo e costano poco.

Alla fine degli anni novanta sono arrivate ketamina e speed (amfetamina) che costano di più, hanno effetto breve e danno dipendenza. Poi sono arrivate le “droghe mainstream”, come eroina e cocaina, che sono completamente scollegate dal contesto e infinitamente più care. “Oggi forse entriamo nella quarta fase, quella del ritorno a quelle psichedeliche e più leggere, che non riguarda solo i rave ma in generale la società”.

Un rave vicino a Roma, 2009.

Oggi i party illegali ci sono ancora, anche se diradati. Ci sono in Italia, in Francia, nel resto d’Europa, ma soprattutto in Repubblica Ceca, dove la scena è vivissima e dove nel 2005 durante il CzechTek di Mlynec u Primdy ci fu un attacco deliberato della polizia a raver pacifici, molti feriti e un morto (con conseguenti proteste e dimissione ministro dell’interno). Lane, “teknuso” doc mi dice:

Cosa è rimasto? È rimasta la nuova cultura free tekno. Riappropriazione, autogestione, psichedelia, riuso. Tutto questo vive ancora. Le serate tekno nei locali fanno schifo, ma i free vivono ancora. Il rave oggi è un elemento sotterraneo ma diffuso della società. Chiunque sia stato a un free non può che vivere come una perdita di tempo o addirittura una umiliazione l’andare in una serata in discoteca. I rave hanno distrutto le discoteche, che infatti falliscono e affittano i locali alle crew. C’è stata una riappropriazione del ballo, del fatto di ballare. Fuori da schemi sessisti e di ostentazione del vestito, del corpo. Anche i festival dei goani sono il presente del rave. Non sono pirati come la free tekno ma comunque mille passi avanti rispetto alle discoteche e ai discopub da sette euro a birra.

Si è detto già che i festival psy-trance sono in buona salute: mega eventi, ormai sempre a pagamento, che si svolgono sempre in posti all’aperto, luoghi potenti e selvaggi.

Lucy, organizzatrice di goa e free party in Appennino, precisa:

La cultura goa non è un derivato della tekno, i free party ci sono sempre stati anche con musica psy-trance… è più una cosa che si è sviluppata parallelamente, ha una logica e una estetica sua, e i suoi valori, ecologismo, spiritualità, distinti dalla logica più punkettona della tekno. Oggi i festival goa si moltiplicano, e semmai sono a rischio mainstream. Nei prossimi mesi in Italia ci saranno il Blackmoon, lo Human Evolution, e anche il Sonica che torna dopo un esilio all’estero.

Il costo di ingresso di questi eventi va dai 70 ai 90 euro. È chiaro che il concetto di “free” party non esiste più.

La sensazione che si ha raccogliendo materiale e parlando con i raver di oggi è che non sia tanto facile raccontare l’incantesimo di una festa con le parole. Forse sono meglio le immagini. Per avere un’idea basta guardare Tekno - Il respiro del mostro (2013).

Il film è di Andrea Zambelli, che è stato per anni un raver attivo e ha unito spesso l’attività di vj durante le feste – durante le quali proiettava filmati suoi e spezzoni di film. Zambelli, che ora sta girando un documentario su un ex partigiano, ha cominciato a girare immagini nel 2002. Spaccato fedelissimo della scena, con un finale sui famosi scontri in Repubblica Ceca, il film (per vederlo vai qui) è un’opera di culto per i teknusi di mezza Europa che lo hanno sottotitolato in una infinità di lingue.

La scena è andata male, si dice spesso, perché non siamo riusciti a trasmettere alle nuove generazioni. Ho voluto fare un film proprio per dare un documento ai ragazzi più giovani. Ma non sono uno di quelli che dice: ‘Ah non ci sono più i rave di una volta’. Sono stato a una festa un anno e mezzo fa ed era bella. A cambiare è stata anche la società. Fino a Genova al G8 c’era una spinta a cambiare; oggi c’è un magma indistinto. Se questi ragazzi non sanno nulla insegniamoglielo, spieghiamo le motivazioni che stanno dietro alla cultura tekno, il tribalismo, il rito, la taz (temporary autonomous zone). E poi sono convinto che queste cose funzionino a cicli e che l’esigenza primaria, il bisogno di empatia, di ballare, ci siano ancora.

Che ci sia stato un gap tra vecchie generazioni e nuove è indubbio. Nel film di Zambelli a un certo punto c’è un raver della vecchia generazione che dice: “Se a un ragazzo di vent’anni gli chiedi cosa è una taz probabile che ti risponda: una metamfetamina”.

E poi forse oggi non c’è più una società capitalista vincente e sfrenata da contrastare. C’è piuttosto un bisogno di reinventarsi, di trovare lavoro, di inventarsi un mondo sostenibile. Forse ora i giovani non hanno così bisogno di chiamarsi fuori, di auto esiliarsi, ma cercano nuove forme di cooperazione, come la sharing economy?

Proprio vedendo un altro film viene da pensare che sì, uno dei lasciti più interessanti di questi movimenti di autogestione – a partire ovviamente da quello hippy – sia proprio la nascita del cohousing e di nuove comunità ecologiche sostenibili.

Frastuono (2014) di Davide Maldi, Lorenzo Maffucci, Nicola Ruganti è la storia vera di due adolescenti: Laui, nato e cresciuto in una comunità autogestita sull’Appennino, che sogna di portare la sua musica psy-trance nei festival di tutto il mondo e Angelica che vive di musica, ma punk-rock, e suona in una band di amici.

“I genitori di Laui si sono ricavati uno spazio per lavorare negli stand della pizzeria nei festival goa e trance, o semplicemente per ballare, cercando un modo di vivere parallelo al mondo contemporaneo. Dentro questo contesto misto, forse nel tentativo di darsi un’opzione leggermente diversa, Laui ha cominciato a coltivare la passione per la ricerca di suoni che non fossero legati alle radici hippy”, mi dicono gli autori del film. In Frastuono c’è una delle pochissime “feste” del cinema italiano. L’unica?

Abbiamo seguito Laui per alcuni giorni in un festival di musica psy-trance nel sud della Francia e lì abbiamo filmato quello che ci si presentava davanti. Si trattava non di un rave, ma di un festival ufficiale. Ci interessava guardare da vicino quell’esperienza, filmare le persone intrappolate nel fango o lo sguardo perplesso delle forze dell’ordine.

“Oggi i rave, si dice, sono tornati underground. Da tempo ormai non si usa più internet per avere informazioni sulle feste, luogo e ora del party. Si è tornati ai flyer e al passaparola già dal 2009”, mi dice Lane. “Alla fine le guardie hanno capito quali siti bookmarkare, e anche le infoline non funzionavano più. Serve anche a tenere fuori i pischelli che vengono a far rissa e babypusher”.

A livello estetico la cultura techno è debitrice di Mad Max e anche di fumetti come Ken il Guerriero e anche Tank girl.

Lo stile postnucleare dei teknusi viene soprattutto da questi immaginari, con tante aggiunte come i giubbotti da snowboard (adatti agli sbalzi climatici di luoghi abbandonati), le scarpe da skate, le canottiere da basket stile hip-hop. Di nuovo è miscuglio, sincretismo. Un look simile, in versione stilizzata e nordica, a quello dei addestratori di draghi di Dragon Trainer (2010), il capolavoro animato ambientato in villaggio di vichinghi un po’ punkabbestia, ma insieme iperevoluti: i draghi, e in particolare il famoso draghetto del protagonista “Sdentato”, e il rapporto di amicizia profonda con questi animali, somigliano molto a quello che hanno alcuni raver con i loro cani.

Fenomeno residuale

La cultura rave è già stata storicizzata ampiamente, perfino sulle passerelle. La nuova collezione moda di Marc Jacobs è ispirata agli anni novanta dei rave, all’“idealismo hard-core” di quegli anni: casse, luci al neon, modelle vestite come Bjork a inizi carriera e My House di Rhythm Controll come colonna sonora. Il teatro è forse la disciplina che ha rielaborato meglio questa avanguardia.

Un rave nella campagna toscana, 2009.

Nell’immaginario collettivo sui rave ci sono le gigantesche sculture saldate dei Mutoid Waste Company, compagnia inglese, a Santarcangelo di Romagna dal 1991. Oppure i catalani di La Fura dels Baus famosi per le loro azioni teatrali estreme che molto devono alla cultura digitale e alla tradizione più circense delle feste. Drammaturgicamente poveri, gli spettacoli della Fura, erano (sono) il tentativo di ricreare certe atmosfere, una sorta di caos ipereccitante in cui lo spettatore si perde un po’.

Ci sono infine tutta la cultura e l’arte psichedelica: lo stesso Matrix viene da qui, e anche un artista come Alex Grey, il visionary artist americano famoso per certi artwork di dischi, e naturalmente tutto il mondo di tatuatori.

Naturalmente in Italia rimane centrale in questo senso l’esperienza del Link Project di Bologna dove Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti di Xing hanno dato vita alla prima e unica friche italiana, ovvero un capannone industriale in disuso trasformato in chilometrico locale all’avanguardia. Chi ha mai messo piedi al Link in quegli anni avrà assistito con stupore a memorabili dj set, ma anche a produzioni sceniche sperimentali. Sembrava un rave, ma era un teatro: Motus, Socìetas Raffaello Sanzio, Teatrino Clandestino, Fanny & Alexander…

Olivia Corsini, attrice di teatro e cinema, residente da anni a Parigi, 36 anni, ci è passata di sicuro dal Link negli anni d’oro. E ha conosciuto bene anche il mondo dei primi rave.

La Raffaello Sanzio di Romeo Castellucci è riuscita senza dubbio a evocare la realtà distorta di quella cultura, anche grazie a un lavoro molto ricercato sul suono e sulla musica elettronica. Perché il rave è musica, folla e soprattutto esperienza psichedelica e droghe. E le droghe per me sono uno dei soggetti più difficili da raccontare, perché personale, profondissimo e astratto. La droghe sono un tema interessante perché ti cambiano la vita, e non necessariamente in male. Per me è stata un’esperienza formativa fondamentale, anche per il mio lavoro di attrice.

Damir Ivic, critico musicale (da leggere il suo commento ai fatti di Monegros Italia), uno con cui sono andata a sentire quei memorabili dj set al Link di Bologna, è drastico:

Oggi i rave sono un movimento residuale in tutti i sensi, anche musicale. Sono solo un riverbero stanco di quello che erano, musicalmente riciclano le stesse cose. L’est Europa? Se consideri kaZantip un rave, quando in realtà è più una macchina da soldi istituzionalizzata, allora va bene. Quello che c’è oggi è una forma di breakbeat ultraveloce e crudo, (così ultraveloce da sconfinare in cadenze [gabber](http://it.wikipedia.org/wiki/Gabber_(musica)), da un lato; dall’altro c’è la goa trance. Che cosa ne è uscito di buono? I Prodigy, almeno quelli dei primi dischi. Music for the jilted generation è stato un manifesto dei raver. Oggi siamo al paradosso che le nuove generazioni di artisti citano i suoni dei rave inglesi fine anni ‘80, inizio ‘90.

“Sono stati un’avanguardia e le avanguardie sono brevi”, dice Vanni Santoni. “Semi di una rinascita ci sono”, dice Marco Mancassola da Londra dove vive, “una rinascita però che non rinasce. Non può tornare un fenomeno di massa perché non c’è più l’humus sociale, lo Zeitgeist adatto. C’è anche l’oggettiva difficoltà tecnica di inventare una musica nuova: cosa puoi inventare di davvero nuovo dopo una musica che faceva ballare la gente a 160 battiti al minuto? Accelerare è impossibile; allora ci si disperde: è così che si disperde una scena”.

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