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Film | Piero Zardo

Nessuna pretesa di parlare di Cinema. Piuttosto di film, registi, attori, qualche produttore e via dicendo
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Sarà la febbre
Visto che ho l'influenza ho pensato di tornare dopo tanto tempo sul mio blog. Il raffreddore e la febbre mi spingono alla malinconia e la malinconia più o meno casualmente mi porta a Parigi.

Ho visto tre film in cui la "capitale gastronomica mondiale", come la definì un mio vecchio collega parigino, ti salta addosso. Il primo è An education, da oggi nelle sale. L'ho trovato un film a suo modo triste. Parla di voglia di ribellione, di bugie, di illusioni. E nonostante il lieto fine e qualche lampo di speranza, fa pensare molto a quello che bene o male ci si lascia dietro. Non so quanto si senta la mano di Nick Hornby come sceneggiatore, ma bisogna dire che il film è tutt'altro che lieve, come ci si potrebbe aspettare leggendo il nome di Hornby nei titoli di testa. C'è una sequenza abbastanza veloce a Parigi, ma la voce di Juliette Gréco (e vai con la malinconia) "allieta" alcune scene.

Il film è ambientato alla fine degli anni cinquanta, proprio quando Louis Malle realizzava Ascenseur pour l'échafaud. Il film mostra una Parigi che ormai non esiste più. Forse si può ritrovare in qualche cartolina da qualche bouquiniste, Eppure la città sembra incredibilmente moderna. Il merito è senz'altro della colonna sonora. Incredibile quello che riesce a fare la tromba di Miles Davis, specialmente nelle sequenze notturne in cui Jeanne Moreau cammina cercando disperatamente Maurice Ronet. Ho beccato il film in pieno delirio febbrile su una tv privata (fate conto Viterbo Tv o qualcosa del genere).

Un altro film gioca con Parigi. Sempre una Parigi ormai lontanta negli anni. Insieme a Parigi di Richard Quine. Film del 1964 spinge sui luoghi più celebri della Ville, in particolare la Tour Eiffel. Mostra aspetti tradizionali di una città che vorrebbe moderna, ma che moderna non è. E la presenza di William Holden e Audrey Hepburn contribuisce a fornire un'immagine da cartolina che forse si può trovare solo in qualche album di ricordi di qualche turista americano. C'è anche un Tony Curtis estremamente divertente ed è un film che racconta qualche trucco degli sceneggiatori hollywoodiani. Ma quanta malinconia… Sarà stata la febbre?

Ho visto anche Avatar. Ho trovato sostanzialmente triste anche il film di James Cameron. Non che sia triste il film. Ma usciamo desiderando di essere alieni (magari un modello wireless di alieno) o di vivere in un posto meraviglioso in armonia con la natura e ci ritroviamo immersi nel centro di Roma (e siamo anche fortunati). Ma magari stavo solo covando il malessere…


05 Feb 2010 - posted by Piero Zardo
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La vita senza i Bellissimi
Finora ce la siamo cavata egregiamente. La mancanza dei Bellissimi di Retequattro era compensata dal fatto di non vedere praticamente più Emilio Fede, neanche per sbaglio, tra la prima e la seconda parte del Colombo domenicale. Giusto qualche spezzone a Blob. E poi rivedere dei film anni ottanta maciullati dai tagli e spezzettati dalle news del Tg.com+Meteo o tagliati in due dalla rassegna stampa del Tg4 non era più così divertente.

Ma ora? Tra pochi giorni tutta la tv, come la conosciamo da quando eravamo minorenni, passerà al digitale terrestre, al quale, finché si può, eviterei di cedere. Certo, per vedere i film bisogna avere la parabola. Eppure non sono sicuro che valga la pena di spendere i soldi dell'abbonamento per vedere Natale in India o Scusa ma ti chiamo amore a reti unificate.

A fare film erano rimasti praticamente solo RaiTre e Italia Uno e non sempre imperdibili. Nel giro di un anno vari affitta dvd, almeno quelli più comodi per me, hanno chiuso i battenti. È piuttosto difficile riuscire a vedere i film nelle sale, almeno come piacciono a me. Se qualcuno ha visto Brüno doppiato capirà a cosa mi riferisco.

Cosa resta se non andare in rete a caccia di streaming dei blockbuster stagionali o delle ultime puntate delle serie tv che dovremmo aspettare mesi per vedere, sempre doppiate o spezzettate dalla pubblicità? A occhio non credo che sentirò la mancanza della tv (analogica, digitale, terrestre, satellitare, anche se ammetto che mi piacerebbe un circuito chiuso di casa mia).

Ma sento già la mancanza di un servizio serio di video on demand da questa parte del globo. Quanto dovremo aspettare?


05 Nov 2009 - posted by Piero Zardo
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Una domanda a bruciapelo
Chi è la protagonista di American beauty? È il quesito della settimana in cui ho visto Towelhead (titolo italiano Niente velo per Jasira) il primo film da regista di Alan Ball (lo sceneggiatore del film di Mendes) e la prima serie di True blood, scritta sempre da Bell autore anche di Six feet under.

Diciamo subito che secondo me non c'è una protagonista femminile di American beauty. Eppure diverse persone, interrogate sull'argomento hanno immediatamente risposto: "La bionda". Una risposta un po' vaga. Mena Suvari, cioè Angela? L'amichetta della figlia di Kevin Spacey che diventa l'oggetto delle fantasie sessuali dell'unico vero protagonista del film? E perché mai, visto che compare di quasi di sfuggita? Solo perché sta sulla suggestiva locandina che tutti si ricordano?

È un argomento su cui si può discutere, anche se per me la risposta è semplice. Non c'è una protagonista femminile. C'è Kevin Spacey. E poi ci sono Annette Bening e Thora Birch. Chris Cooper e Wes Bentley. Altri personaggi. Ma protagonisti?

Protagonista femminile di Niente velo per Jasira (che bel titolo italiano!), invece, è Summer Bishil che interpreta appunto Jasira. Il film ha dei punti di contatto con American beauty. Non la regia né il cast, decisamente inferiori. Ma l'ambientazione (le casette americane dei sobborghi di qualche grande città) e gli equivoci causati dall'incomunicabilità, dalla paranoia, dalla violenza, dall'ipocrisia.

La serie True blood è molto divertente. Anche qui abbiamo una protagonista femminile, Anna Paquin: una ragazza capace di leggere nel pensiero che s'innamora di un vampiro, in Louisiana, oggi. Un fumettone in cui sovrannaturale e commedia romantica si mescolano in una satira della stessa società di American beauty e Towelhead.

Per sentirmi a posto con Alan Ball a questo punto vedrò Six feet under, di cui ancora non ho mai visto neanche una puntata. Mi sembra un buon proposito per le vacanze estive.


16 Jul 2009 - posted by Piero Zardo
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Stagione cattiva
È una stagione cinematografica particolarmente povera. A parte due o tre scosse al botteghino (in particolare Trasformers e Un'estate ai Caraibi) e la chicca Coraline, le sale si sono riempite di commedie statunitensi buttate nel calderone indistintamente.

Non è molto facile distinguere le migliori (Una notte da leoni o Adventureland, di Greg Mottola, in uscita venerdì) dalle peggiori (La rivolta delle ex, Miss Marzo). Ma tanto non le va a vedere praticamente nessuno. Forse è colpa del cinecocomero dei Vanzina, ma è difficile trovare film italiani da recensire e le pagine dei giornali si riempiono di rivelazioni sul set di Moccia a via Camilluccia.

Allora tanto vale rivolgersi al passato. Il Times, insieme a infuocati editoriali che gettano fango sui nostri poveri governanti, nei giorni scorsi ha pubblicato una classifica dei 50 cattivi più cattivi della storia del cinema. La top ten mi ha un po' deluso. Per esempio, Darth Vader, primo in classifica, non è il vero cattivo di Star Wars. Il vero cattivo è l'imperatore, come poi diventa evidente nei successivi (e nei precedenti) capitoli della saga. Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti non è cattivo affatto. Anzi in qualche modo è uno degli eroi. È molto più cattivo Francis Dollarhyde di Manhunter e di Red Dragon.

Naturalmente è facile farsi suggestionare dalla popolarità del film. Un esempio è Norman Bates. Sta al quarto posto solo perché Psycho è un film molto popolare. Ma, per rimanere a Hichcock, è molto più cattivo Bob Rusk, il killer della cravatta di Frenzy (magnificamente interpretato da Barry Foster) che il timido Norman Bates, che per uccidere si doveva vestire da vecchietta.

Nella mia classifica dei cattivi Max Cady di Cape fear (sia nella versione Mitchum sia in quella DeNiro) sarebbe senz'altro tra i primi cinque, e non al quattordicesimo come nella classifica del Times. Ci metterei anche Gene Hackman degli Spietati (al 39 posto nella classifica del Times), ma anche in Pronti a morire di Sam Raimi. E il macellaio di Gangs of New York? E il Petroliere? E l'onda anomala del Poseidon?

Comunque, tanto per giocare, ci possiamo divertire a stilare una classifica dei cattivi del cinema italiano. Attori italiani in film italiani. Che ne dite? Votate. Una tripletta al volo, di incoraggiamento:

Clara Calamai in Profondo rosso
Luca Zingaretti in Vite strozzate
Adolfo Celi in La mala ordina


08 Jul 2009 - posted by Piero Zardo
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Elicotteri
Per chi non lo sapesse o non se ne fosse accorto, in questi giorni a Roma c'è Gheddafi. Oltre al suo seguito di limousine, tende, un'ambulanza e una mezza dozzina di auto, gli spostamenti del colonnello (probabilmente anche quelli minimi) sono costantemente seguiti da elicotteri che girano incessantemente sulle nostre stressate teste.

Nonostante il caos del traffico romano, l'elicottero sopra la testa è una cosa che siamo portati a notare, proprio come Ray Liotta in una delle sequenze finali di Goodfellas. Poco prima che venga arrestato dall'Fbi.

È normale che ci si faccia caso. Non siamo nella Corea raccontata da M*A*S*H di Robert Altman, che si apre proprio con una lunga sequenza in cui un elicottero porta un ferito dalla prima linea all'ospedale mobile dell'esercito Usa (una tendopoli ricostruita da Altman a pochi chilometri da Los Angeles).

Non siamo neanche nel Vietnam di Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola, quando gli elicotteri (accompagnati da Wagner) servivano, oltre che a portare le truppe, anche a cercare luoghi adatti a fare surf. In zona Monteverde (dove vivo), probabilmente, ci accorgeremmo anche dell'odore del napalm, se in qualche mattinata ce ne fosse data l'opportunità.

Né nel Vietnam del Cacciatore o di Platoon, dove l'elicottero poteva salvarti e riportarti a casa.

Insomma in quelle occasioni il continuo viavai di elicotteri sarebbe percepita come una cosa normale. A Roma, nonostante tutto, non è così. Tre giorni con un costante sbattere di pale è una cosa che non passa inosservata. Una gentile concessione della "tre giorni" di Gheddafi a Roma, che proprio grazie a questo dettaglio, sembra molto più lunga… Infinita.

Mi viene in mente una scena di un altro film. Più recente. Il film è La guerra di Charlie Wilson. Siamo in Afghanistan. L'elicottero non è americano, ma russo e semina distruzione in un piccolo villaggio. Capiamo allora la soddisfazione del guerrigliero che esce dalla sua capanna con un bazooka (probabilmente di fabbricazione israeliana, o forse proprio russa, arrivato in suo possesso grazie alla mediazione di Stati Uniti, Francia, Israele, Egitto e Pakistan) e lo abbatte.

Forse era per evitare che sterminasse civili nel suo villaggio. Forse solo perché voleva bere un tè in santa pace.


11 Jun 2009 - posted by Piero Zardo
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