Dominique Strauss-Kahn
La guerra tra due mondi in una suite d’albergo
- 26 maggio 2011
- 16.41
Rebecca Solnit, TomDispatch, Stati Uniti
Come faccio a raccontare una storia che conosciamo già fin troppo bene? Lei si chiamava Africa. Lui Francia. Lui l’ha colonizzata, sfruttata, messa a tacere, e anche decenni dopo che tutto sembrava finito continuava a sentirsi in diritto di risolvere i problemi della Costa d’Avorio, per esempio, un nome che le è stato dato per i suoi prodotti d’esportazione, non per la sua identità.
Lei si chiamava Asia. Lui Europa. Il nome di lei era silenzio. Quello di lui potere. Lei si chiamava povertà. Lui ricchezza. Lei aveva un nome, ma cos’altro aveva? Lui aveva un nome, e pensava di poter avere tutto, compresa lei, e di poterla prendere senza dover chiedere nulla e senza conseguenze. È una storia molto vecchia, anche se negli ultimi anni è un po’ cambiata. E questa volta le conseguenze stanno scuotendo molte fondamenta, fondamenta che era assolutamente necessario scuotere.
Chi avrebbe mai scritto una favola così ovvia e violenta come quella che ci hanno appena raccontato? Sembra che il potentissimo capo del Fondo monetario internazionale (Fmi), un’organizzazione che ha creato povertà di massa e ingiustizia economica, abbia aggredito una cameriera immigrata dall’Africa nella lussuosa suite di un albergo di New York.
Si sono scontrati due mondi. In passato, la parola di lei non avrebbe avuto alcun valore contro quella di lui e lei non lo avrebbe denunciato, o la polizia non l’avrebbe ascoltata e non avrebbe trascinato all’ultimo momento Dominique Strauss-Kahn giù dall’aereo per Parigi. Ma lei lo ha denunciato, la polizia ha fatto il suo dovere, lui è stato arrestato, l’economia europea ha subìto un duro colpo, la politica francese è stata sconvolta, annaspa e si sta facendo un esame di coscienza.
E l’economia del Ghana?
Cos’avevano in mente gli uomini che hanno deciso di concedergli questa eccezionale posizione di potere, nonostante tutte le voci e le prove della sua immoralità? Cosa aveva in mente lui quando ha pensato che poteva farla franca? Credeva di essere in Francia, dove a quanto pare finora se l’era sempre cavata? Solo oggi una giovane donna che dice di essere stata aggredita da lui nel 2002 ha sporto denuncia. La madre, impegnata in politica, l’aveva convinta a non farlo, e lei stessa era preoccupata per l’impatto che avrebbe potuto avere sulla sua carriera giornalistica (mentre la madre a quanto pare era più preoccupata per la carriera di lui).
Il Guardian ha scritto che queste voci “danno maggior peso alle affermazioni di Piroska Nagy, un’economista di origine ungherese che, quando lavorava all’Fmi, era stata ripetutamente molestata dal direttore tanto da farle pensare che non aveva altra scelta se non accettare di andare a letto con lui al World economic forum di Davos nel gennaio 2008. Nagy ha dichiarato che lui la chiamava insistentemente e le inviava email con il pretesto di farle domande sul settore di cui si occupava, l’economia del Ghana, ma poi usava un linguaggio volgare e le chiedeva di uscire con lui”.
Secondo alcuni, la donna che Strauss-Kahn è accusato di aver aggredito a New York è originaria del Ghana, secondo altri è una musulmana della vicina Guinea. “Il Ghana è prigioniero dell’Fmi”, annunciava nel 2001 un titolo della Bbc, che di solito è molto accomodante. E il servizio mostrava come le politiche dell’Fmi avevano distrutto la sicurezza alimentare del paese basata sulla coltivazione del riso, aprendo il suo mercato al riso a buon mercato importato dagli Stati Uniti e gettando la maggior parte del Ghana nella più profonda miseria. Tutto era diventato una merce per la quale si doveva pagare, dall’uso del gabinetto a un secchio d’acqua, e molti non potevano permetterselo.
Forse è troppo perfetto per essere vero che lei sia fuggita dalle politiche dell’Fmi in Ghana. La Guinea, da parte sua, si è liberata dalla gestione dell’Fmi grazie alla scoperta di grandi riserve petrolifere, ma rimane un paese corrotto e con gravi disparità economiche.
C’è un assioma che un tempo piaceva molto ai biologi evoluzionisti: “l’ontogenia ricapitola la filogenia”, vale a dire lo sviluppo del singolo embrione riproduce l’evoluzione della sua specie. L’ontogenia del presunto stupro di Dominique Strauss-Kahn riflette la filogenia del Fondo monetario internazionale? Dopotutto, l’organizzazione è stata fondata alla fine della seconda guerra mondiale nell’ambito della famigerata conferenza di Bretton Woods, che avrebbe imposto la visione economica degli Stati Uniti al resto del mondo.
Un’istituzione predatoria
Il Fondo monetario internazionale doveva essere un istituto che erogava prestiti ai paesi per favorirne lo sviluppo, ma negli anni ottanta era già diventato un’organizzazione con un’ideologia precisa: il fondamentalismo del libero scambio e del libero mercato. Usava i suoi prestiti per avere un enorme potere sulle economie e sulle politiche di tutto il sud del mondo.
Nel corso degli anni novanta l’Fmi ha avuto un’influenza enorme, ma nel ventunesimo secolo ha cominciato a perderla, grazie alla resistenza popolare verso le sue politiche economiche e i disastri che producevano. Strauss-Kahn era stato scelto per evitare il tracollo di un’organizzazione che nel 2008 aveva dovuto vendere le sue riserve d’oro e reinventare i suoi obiettivi.
Lei si chiamava Africa. Lui Fmi. L’aveva condannata al saccheggio, alla mancanza di assistenza sanitaria, alla fame. L’aveva devastata per arricchire i suoi amici. Lei si chiamava Sud. Lui si chiamava Accordo di Washington. Ma la stella vincente di lui si stava spegnendo e quella di lei stava sorgendo.
È stato l’Fmi a creare le condizioni economiche che nel 2001 hanno portato alla rovina l’Argentina, ed è stata la rivolta contro l’Fmi e le altre forze neoliberiste a stimolare la rinascita dell’America Latina in questi ultimi dieci anni. Qualunque cosa pensiate di Hugo Chávez, sono stati i prestiti del Venezuela, ricco di petrolio, a consentire all’Argentina di saldare il suo debito con l’Fmi e avviare politiche economiche più sane.
L’Fmi è stato una forza predatoria, ha aperto i paesi in via di sviluppo agli assalti economici del nord ricco e delle potenti multinazionali. È stato un ruffiano. Forse lo è ancora. Ma da quando le manifestazioni di Seattle del 1999 contro le multinazionali hanno dato il via al movimento no global c’è stata una rivolta contro il Fondo. E in America Latina quelle forze hanno vinto, modificando il quadro di tutti i dibattiti economici e permettendoci di immaginare economie e possibilità diverse.
Oggi, il Fondo monetario internazionale è un disastro, l’Organizzazione mondiale del commercio è stata messa da parte, il Nafta è disprezzato quasi da tutti, l’Area di libero scambio delle Americhe è stata cancellata (anche se gli accordi bilaterali resistono) e gran parte del mondo ha imparato molto dal corso accelerato di politica economica dell’ultimo decennio.
Lo stato del mondo
Il New York Times ha scritto che “alcuni mezzi d’informazione hanno cominciato a rivelare i dettagli, a lungo segreti, del comportamento predatorio e aggressivo di Dsk nei confronti delle donne: studentesse, giornaliste e dipendenti”. In altre parole, creava un’atmosfera di disagio e una sensazione di pericolo che sarebbe stata sgradevole anche se avesse lavorato in un piccolo ufficio. Ma che un uomo in grado di controllare il destino del mondo sprechi le sue energie a seminare paura, infelicità e ingiustizia tra le persone che lo circondano ci dice molto sullo stato del nostro mondo e sui valori dei paesi e delle istituzioni che hanno tollerato il suo comportamento e quello degli uomini come lui.
Negli Stati Uniti non sono mancati scandali sessuali che sono indice della stessa arroganza, ma almeno (per quanto ne sappiamo) erano consensuali. Il direttore dell’Fmi, invece, è accusato di violenza sessuale. Se questo temine vi confonde, togliete la parola “sessuale” e concentratevi su “violenza”, il rifiuto di trattare una persona come un essere umano, la violazione di uno dei diritti basilari, quello all’integrità del proprio corpo e alla sicurezza personale. I diritti dell’uomo sono stati uno dei grandi obiettivi della rivoluzione francese, ma non si è mai capito bene se includessero anche i diritti della donna.
Gli Stati Uniti hanno un milione di difetti, ma io sono fiera del fatto che la polizia ha creduto a quella donna e che lei potrà prendersi la sua rivincita in tribunale. Una volta tanto sono orgogliosa di vivere in un paese che ha deciso che la carriera di un potente o il destino di un’organizzazione internazionale contano meno di questa donna e dei suoi diritti. È questo che intendiamo per democrazia: che tutti abbiano una voce, che nessuno la faccia franca solo per la sua ricchezza, il suo potere, la sua razza o il suo sesso.
Due giorni prima che Strauss-Kahn uscisse – a quanto pare – nudo da quel bagno d’albergo, c’era stata una grande manifestazione a New York. Il suo slogan era “Facciamola pagare a Wall street” e più di ventimila lavoratori sindacalizzati e disoccupati si erano riuniti per protestare contro la violenza economica di questo paese, che sta procurando sofferenza e privazioni a molti e oscene ricchezze a pochi.
C’ero anch’io. Alla fine, sull’affollato vagone della metropolitana che mi riportava a Brooklyn, un uomo dell’età di Strauss-Kahn ha tastato il sedere alla più giovane delle amiche che erano con me. All’inizio lei ha pensato che l’avesse semplicemente urtata. Ma poi ha sentito una mano sulla natica e mi ha detto qualcosa, come spesso fanno le ragazze, sottovoce, come se non stesse succedendo niente o non fosse così grave.
Alla fine, lo ha fissato e gli ha detto di smetterla. Mi è tornato in mente il giorno in cui ero una diciassettenne povera che viveva a Parigi e un vecchiaccio mi ha toccato il culo. È stato forse il mio momento più americano in Francia, che all’epoca era la patria di migliaia di toccatori. Americano perché avevo con me tre pompelmi, un acquisto prezioso per i miei miseri fondi, e li lanciai uno dopo l’altro, come palle da baseball, contro quello sporcaccione prendendomi la soddisfazione di vederlo filare via via nella notte.
Il suo comportamento, come buona parte delle violenze sessuali contro le donne, serviva a ricordarmi che questo mondo non era mio, che i miei diritti – la mia liberté, egalité e sororité – non contavano. Ma io l’avevo fatto scappare con una scarica di pompelmi. E Dominique Strauss-Kahn è stato trascinato giù da un aereo per rispondere delle sue azioni davanti a un giudice. Tuttavia, il fatto che la mia amica sia stata palpeggiata al ritorno da una manifestazione per la giustizia indica chiaramente che c’è ancora molto da fare.
Rapporti sbilanciati
Quello che rende più interessante questo scandalo è il fatto che il presunto aggressore e la sua vittima rispecchiano i rapporti tra deboli e potenti nel nostro mondo, a cominciare dall’attacco dell’Fmi ai suoi poveri. Questo attacco rientra nella grande guerra di classe della nostra epoca, in cui i ricchi e i loro delegati nei vari governi cercano di arricchirsi a spese di tutti noi. I paesi in via di sviluppo sono stati i primi a pagare. Ma ora anche noi stiamo pagando, perché quelle politiche e la sofferenza che hanno prodotto ci si ritorcono contro attraverso la politica economica della destra, che distrugge i sindacati, i sistemi educativi, l’ambiente e i programmi di assistenza ai poveri, ai disabili e agli anziani in nome della privatizzazione, del libero mercato e dei tagli fiscali.
In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, nell’ottobre del 2008, Bill Clinton – protagonista anche lui di uno scandalo sessuale – ha tenuto uno dei discorsi di scuse più memorabili della nostra epoca. Ha dichiarato alle Nazioni Unite che, poiché l’economia globale era in profonda crisi, “la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, le grandi fondazioni e i governi devono ammettere che per trent’anni abbiamo sbagliato tutti. Anch’io ho sbagliato, quando ero presidente. Abbiamo sbagliato a comportarci come se il cibo fosse uno dei tanti prodotti del commercio internazionale. Dobbiamo tutti tornare a un tipo di agricoltura più responsabile e sostenibile”.
Nel 2010 lo ha ripetuto ancora più chiaramente: “Dal 1981 fino a più o meno un anno fa, gli Stati Uniti hanno ritenuto giusto seguire la politica secondo cui i paesi ricchi dovevano produrre una gran quantità di cibo e venderlo ai paesi poveri per sollevarli dal peso di produrlo da soli e consentirgli di entrare finalmente nell’era industriale. Non ha funzionato. Forse è andata bene per gli agricoltori dell’Arkansas, ma non ha funzionato. Era sbagliato. È stato un errore che ho commesso anch’io. Non sto puntando il dito contro nessuno. È stata colpa mia. Devo vivere ogni giorno assistendo alle conseguenze del fatto che per colpa mia Haiti ha perso la capacità di coltivare riso per sfamare la sua gente”.
Le ammissioni di Clinton sono state seguite da quelle dell’ex presidente della Federal reserve, Alan Greenspan, il quale ha dichiarato che le premesse della sua politica economica erano sbagliate. La sua politica e quella del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e dei fondamentalisti del libero mercato hanno prodotto povertà, sofferenza, fame e morte. La maggior parte di noi ha capito che il mondo è molto cambiato dai tempi in cui quelli che erano contrari al libero mercato venivano etichettati come “difensori di cause perse, protezionisti e hippy nostalgici degli anni sessanta”, per usare le parole che Thomas Friedman si sarebbe poi rimangiato.
Dopo il devastante terremoto di Haiti del 2010 è successa una cosa straordinaria: l’Fmi di Strauss-Kahn ha pensato di sfruttare la vulnerabilità di quel paese per costringerlo a chiedere nuovi prestiti alle solite condizioni. Gli attivisti si sono opposti a un piano che avrebbe sicuramente fatto aumentare il debito di uno stato già menomato dalle politiche neoliberiste per cui Clinton si era tardivamente scusato. L’Fmi ha accusato il colpo, ha fatto un passo indietro e ha cancellato il debito che Haiti aveva con l’organizzazione. È stata una grande vittoria dell’attivismo informato.
Forse una cameriera d’albergo metterà fine alla carriera di uno degli uomini più potenti del mondo, o meglio, sembra che lui stesso vi abbia messo fine non rispettando i diritti e la dignità di quella lavoratrice. Più o meno la stessa cosa è successa a Meg Whitman, l’ex miliardaria di eBay che l’anno scorso si è candidata alla carica di governatore della California. È saltata sul carro dei conservatori attaccando gli immigrati illegali, fino a quando non si è scoperto che lei stessa aveva come governante una di loro, Nickie Díaz.
Quando, dopo nove anni, era diventato politicamente scomodo tenere in casa la donna, l’ha licenziata di punto in bianco, ha dichiarato di non aver mai saputo che fosse illegale e si è rifiutata di pagarle la liquidazione. In altre parole, Whitman era pronta a spendere 140 milioni di dollari per la sua campagna elettorale, ma ha rischiato di mandare tutto all’aria per non aver pagato a quella donna i 6.210 dollari che le doveva. Díaz ha dichiarato: “Mi sono sentita gettata via come spazzatura”. Ma la spazzatura ha parlato, il sindacato ha amplificato la sua voce, e lo stato si è risparmiato un governatore miliardario le cui politiche avrebbero ulteriormente brutalizzato i poveri e impoverito la classe media.
Donne in battaglia
Le battaglie per ottenere giustizia fatte da una governante senza permesso di soggiorno e da una cameriera d’albergo immigrata sono solo due episodi della guerra mondiale della nostra epoca. Se la storia di Díaz e la battaglia dell’anno scorso per la cancellazione del debito di Haiti dimostrano qualcosa è che il risultato finale è ancora incerto. Ogni tanto vinciamo una piccola battaglia, ma la guerra continua. Resta ancora molto da scoprire su quello che è successo esattamente in quella camera d’albergo di Manhattan, ma una cosa è certa: nel mondo c’è una lotta di classe e un cosiddetto socialista si è schierato dalla parte sbagliata.
Lui si chiamava Privilegio, lei Possibilità. Quella di lui era la solita vecchia storia, ma questa volta lei poteva cambiare le cose e la sua storia non è ancora finita, ci coinvolge tutti ed è così importante che non staremo solo a guardarla, ma la faremo e la racconteremo anche noi nelle settimane, nei mesi e negli anni a venire.
Traduzione di Bruna Tortorella.
Internazionale, numero 899, 27 maggio 2011
Rebecca Solnit è una scrittrice e saggista statunitense. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Un paradiso all’inferno. Questo articolo è uscito su TomDispatch con il titolo “Worlds collide in a hotel suite”.
Illustrazione di Chiara Dattola.