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Libri

Libri della settimana

  • 25 marzo 2011
  • 14.14

Jonathan Franzen, Libertà
Einaudi, 622 pagine, 22,00 euro


Ogni umano alfabetizzato che vive sul pianeta Terra probabilmente ha un’opinione su Le correzioni di Jonathan Franzen. È un’epocale opera di genio o una sopravvalutata soap opera per masse letterate, la coraggiosa riproposizione di un genere classico, o un inutile esercizio di stile. L’estetica di Franzen, già consapevolmente retrograda nel 2001, prima dei blog e degli iPhone, oggi sembra preistorica. Ma eccolo tornare alla carica con un altro mattone di 500 pagine che a prima vista sembra identico al precedente. Libertà è cugino di primo grado di Le correzioni: epica social-realista con al centro una depressa e caotica famiglia del Midwest alle prese con il turbine della modernità. Anche in Libertà abbondano psicologia, relazioni extraconiugali e sincere paternali (sul capitalismo, la sovrappopolazione e Israele). In altre parole, Libertà è un classico Franzen preistorico: un nuovo modello di fossile letterario. È dura non essere un po’ preventivamente annoiati. Infatti il libro sarebbe quasi di sicuro insopportabilmente noioso, se non fosse anche una straor­dinaria opera di genio.

Come ogni romanzo di Franzen, Libertà racconta molte storie, e le spande nel raggio di alcuni decenni e di diversi continenti. Ma la vicenda al centro del libro è una classica storia d’amore: l’interminabile e tormentata relazione tra Walter e Patty Berglund che, nel corso degli anni, diventa troppo complessa: si trasforma in un triangolo, poi in un quadrilatero, poi di nuovo un triangolo, poi forse in una specie di rombo sbilenco senza un paio di lati, e infine diventa solo una serie di punti sconnessi. Nel corso del romanzo assistiamo a questa agonia da diversi punti di vista e ogni passaggio la illumina di nuova luce, facendo oscillare le colpe, rivelando i motivi, facendo apparire ogni volta gli eroi come miserabili e i miserabili come eroi.

Non mi sarei mai immaginato di rimanere così coinvolto. Avevo dimenticato il piacere di vivere per un po’ in un testo di Franzen: la precisione con cui delinea i compromessi decisivi del diventare adulti; l’ordine che impone alla magmatica autocoscienza dei suoi personaggi; la strana catarsi dell’autopunizione e dell’accumulazione psichica; il crescente senso della commedia. Sam Anderson, New York Magazine

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Louise Erdrich, Passo nell’ombra
Feltrinelli, 208 pagine, 16,00 euro


Il nuovo romanzo di Louise Erdrich è un piccolo e teso capolavoro sul conflitto coniugale, che rievoca la tragica relazione dell’autrice con il poeta Michael Dorris. Ma non è l’atto di vendetta contro l’ex marito, che si è ucciso nel 1997. Al contrario, Erdrich ha trasformato la sua dolorosa esperienza personale in un’accattivante finzione che parla della tragedia universale dell’amore che va a rotoli. In un triste appartamento del Minnesota, Irene e Gil alimentano quel che sanno essere un matrimonio morto. Irene vuole il divorzio, ma Gil non è d’accordo, e così litigano e fanno pace, si combattono e si perdonano. Come spesso succede nei romanzi di Erdrich, il modo in cui la storia è raccontata e chi la racconta sono elementi cruciali per il suo significato. In questo caso, l’identità del gelido narratore onnisciente non è rivelata fino all’ultimo capitolo, ma le altre due voci narranti appartengono entrambe a Irene, in due diari. Nel suo vero diario racconta la rabbia e la frustrazione. Ma in un altro diario, dato in pasto a Gil, inventa relazioni e scappatelle. In questa storia di gelosia esasperata, è come se la stessa persona facesse le parti di Desdemona e di Iago. Un ritratto devastante della follia circolare dell’ossessione romantica. Ron Charles, The Washington Post

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Nicole Krauss, La grande casa
Guanda, 340 pagine, 18 euro


La struttura del terzo romanzo di Nicole Krauss sembra, fin dall’inizio, un guanto di sfida lanciato al lettore. Aprendo il libro, siamo catapultati senza preavviso nel tumultuoso mondo interiore di un narratore senza nome. Come in certi racconti di Edgar Allan Poe, questa voce ci coinvolge in modo sornione e ci invita a scovare le informazioni di base: il luogo e il tempo in cui si svolge l’azione, l’età e il sesso del narratore, l’identità del suo destinatario. E questa è solo una delle quattro voci narranti che il lettore deve riannodare insieme per ricomporre la storia. C’è Nadia, scrittrice americana in viaggio a Gerusalemme; un vedovo israeliano senza nome; Arthur, un professore di Oxford in pensione; e Isabel, una donna americana che vive a New York e di cui non conosciamo l’occupazione. Tutti e quattro sono di mezza età o più vecchi, e raccontano le loro storie in forma di confessione. Qualcosa nel presente li lega fortemente l’uno all’altro, ma non diremo cos’è per non guastare al lettore il piacere di risolvere il rompicapo. Ann Harleman, The Boston Globe

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Fatima Bhutto, Canzoni di sangue
Garzanti, 532 pagine, 18,90 euro


Nel 1979, mentre languiva nelle celle dei condannati a morte della prigione Rawalpindi, Zulfikar Ali Bhutto, primo presidente eletto del Pakistan, scrisse una lettera ai figli Murtaza e Shahnawaz: “Se non vendicate il mio omicidio, non siete miei figli”. L’ordine di Bhutto, simile a quello che lo spettro del re di Danimarca impartisce ad Amleto, scatenò una feroce e sanguinosa faida familiare nei decenni successivi alla sua esecuzione. La contesa non accenna a finire: il libro di memorie di Fatima, nipote di Bhutto, accusa l’attuale presidente pachistano Asif Zardari di aver autorizzato l’omicidio di Murtaza in combutta con la sua ultima moglie, Benazir Bhutto (zia di Fatima). I fratelli Bhutto morirono cercando di riscattare il nome del padre come fondatore e leader del Partito del popolo pachistano (Ppp). Benazir, la sorella maggiore, è stata due volte primo ministro prima di essere uccisa, a 54 anni. La storia che Fatima Bhutto racconta è una fusione della sua vita e di quella del padre, e una storia della loro dinastia feudale. Canzoni di sangue sostiene che c’è ancora del marcio nello stato pachistano. Oltre a essere un amorevole ritratto di Murtaza, il libro è un atto d’accusa carico d’odio contro Benazir e il marito. Una storia di colpi di scena, idealismo, omicidio, tracotanza e paranoia. Arifa Akbar, The Independent

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Dominique Manotti, Già noto alle forze di polizia
Tropea, 187 pagine, 16,00 euro


Quando si tratta di rigirare la penna nelle piaghe della nostra epoca, Dominique Manotti non è seconda a nessuno. Siamo nel 2005, nel commissariato di Panteuil, città immaginaria della periferia nord di Parigi. Tutti, dagli alti gradi ai semplici agenti, subiscono la “nuova politica di sicurezza” promossa dal ministro dell’interno: bisogna far caccia grossa di delinquenti e fornire l’impressione che l’ordine regni. Una situazione esplosiva per la furba e temibile commissaria Le Muir. Se a volte possiamo rimproverare a Dominique Manotti i suoi accenti manichei, applaudiamo alla sua arte della tensione e alle sue frasi lapidarie, ma anche ai suoi personaggi forti (soprattutto le donne). Delphine Peras, L’Express

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Benjamin Berton, Hanno rapito Alain Delon
Nottetempo, 242 pagine, 12,00 euro


Alain Delon viene rapito da due fan giapponesi, Tetsuko e Kaizu, un po’ come Jerry Lewis in Re per una notte di Scorsese. Un romanzo delirante, e senz’altro il miglior libro che si possa scrivere su Delon: nessuna biografia potrà rivaleggiare con questa storia. Benjamin Berton fa rivivere la star sotto i nostri occhi, con il suo stile burlesco, raffinato e acuto. Anzi, è il lettore, man mano che volta le pagine, a diventare lui stesso Alain Delon. Alla fine sa anche lui cosa vuol dire essere stato il più bello e poi invecchiare, essere stato il più famoso del mondo e ritrovarsi solo. Hanno rapito Alain Delon rivisita un periodo della storia francese come un disco usato e graffiato, pieno di polvere, sul quale la figura di Alain Delon agisce come una puntina. Yann Moix, Le Figaro

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Fumetti

Magdi el Shafee, Metro
Il Sirente, 102 pagine, 15,00 euro

El Shafee vive in Egitto ma è mentalmente cosmopolita, infatti subisce le influenze più varie: Hugo Pratt (di cui è innamorato), i supereroi statunitensi o i manga, di cui questo libro propone, oltre a un’influenza stilistica, la struttura editoriale e la lettura da sinistra verso destra per le singole tavole. Autore ed editore locale sono stati perseguitati e censurati in patria, condannati a pagare una multa salata e a distruggere tutte le copie del libro per presunte scene di sesso e riferimenti a politici. Non è strano. La sfida-messaggio dell’autore è di liberarsi dalla corruzione, materiale e spirituale, che è in tutti noi (e che riguarda anche l’Italia), liberarsi da questa prigione mentale e appropriarsi con avidità di tutte le opportunità che offre la democrazia. Magdi deve lavorare ancora per trovare un equilibrio tra immediatezza (che lo rende pericoloso per il potere) e profondità, nella chiarezza della costruzione delle tavole e nell’amalgama delle influenze (talvolta sorprendenti) e degli stili (dal realismo all’umorismo: in quest’ultimo il disegno eccelle, El Shaffee è infatti un vignettista umoristico). Ma il lettore avrà una radiografia della situazione in Egitto incredibilmente precisa, narrata in modo rapsodico. Francesco Boille

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Harvey Kurtzman, Will Elder, Little Annie Fannie, vol. 1
MagicPress, 240 pagine, 25,00 euro

La lotta per i diritti civili, la rivoluzione sessuale e altro attraverso le tavole disegnate per Playboy, con colori abbacinanti, da un genio del fumetto popolare, precursore dell’underground. Francesco Boille

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I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Gerhard Mumelter, del quotidiano austriaco Der Standard

Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia
Rizzoli, 277 pagine, 18,00 euro


Nessun altro paese possiede tanti siti Unesco e un numero così smisurato di palazzi storici, chiese, borghi e monumenti antichi: “Mille tesori a rischio nelle mani di barbari e cannibali”. Il nuovo impietoso volume di Stella e Rizzo indaga sulla distruzione e la mancata valorizzazione di arte, cultura e paesaggio: l’unica ricchezza del bel paese. Dalle macchine blu che sfrecciano sul selciato dell’Appia antica all’abusivismo dilagante sulle coste calabresi, dal degrado di Pompei e Selinunte alla tenuta di Cavour distrutta dai teppisti, è un bilancio desolante e quasi rassegnato: “L’Italia è isterica col borseggiatore, invelenita con il vu cumprà, ma distratta con chi rapina il nostro unico tesoro”. In mille dettagli il  libro documenta lo scempio, la svendita, l’incuria che minacciano il patrimonio culturale. Mentre gli incassi di un sito famosissimo come Pompei si fermano  a 17 milioni, il Metropolitan Museum di New York arriva a 221. Le cifre sono scoraggianti: il bilancio del ministero dei beni culturali in dieci anni è sceso da 2,4 a 1,4 milliardi, il fondo unico per lo spettacolo da 825 a 258 milioni.  Nell’ultimo capitolo Stella e Rizzo tornano alla casta, al “partito trasversale degli ingordi”, che “tiene insieme nord e sud, padani e terroni”. Povera Italia.

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