Mentre le truppe israeliane attendevano l’ordine di invadere Gaza, due portaerei statunitensi sono state inviate nella zona per dare sostegno allo stato ebraico. Il loro compito è dissuadere l’organizzazione Hezbollah e i suoi alleati iraniani dall’aprire un secondo fronte al confine con il Libano. Nessun altro paese avrebbe potuto impegnarsi così: le due navi sono una manifestazione della potenza statunitense in un momento in cui gran parte del mondo pensa che sia in declino.

I prossimi mesi ci diranno qual è la verità. La posta in gioco è alta. Il 20 ottobre il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto che siamo a un “punto d’inflessione”, mettendo sullo stesso piano l’attentato di Hamas e l’invasione della Russia in Ucraina. Sullo sfondo, intanto, incombe la minaccia di un’aggressione cinese contro Taiwan.

Washington deve affrontare un contesto internazionale complicato e ostile. Per la prima volta dagli anni settanta, quando l’Unione Sovietica cominciò a perdere terreno, gli Stati Uniti fronteggiano un’opposizione seria e organizzata, guidata da Pechino. Questo mentre la politica interna è sempre più squilibrata. Il momento attuale definirà non solo il futuro di Israele e del Medio Oriente ma anche quello degli Stati Uniti e del resto del mondo.

Dall’estero arrivano tre minacce per Washington. La prima è il caos alimentato dall’Iran in Medio Oriente e dalla Russia in Ucraina. Le aggressioni e l’instabilità compromettono le risorse politiche, finanziarie e militari degli Stati Uniti. Se la Russia avrà la meglio in Ucraina, il conflitto potrebbe diffondersi nel resto d’Europa. E gli spargimenti di sangue in Medio Oriente potrebbero esasperare la popolazione in molti paesi, spingendola a rivoltarsi contro il proprio governo. Trascinata in nuove guerre, l’America sarebbe un facile bersaglio per le accuse di bellicismo e ipocrisia. Tutto questo contribuisce a destabilizzare l’ordine mondiale. La seconda minaccia sta nella complessità della situazione geopolitica. Un gruppo di paesi, di cui fanno parte India e Arabia Saudita, considera le relazioni internazionali sempre più come una questione d’affari, concentrandosi quasi esclusivamente sui propri interessi.

A differenza dell’ Iran e della Russia, questi paesi non vogliono il caos ma allo stesso tempo non sono disposti a prendere ordini da Washington (perché mai dovrebbero?). Questa dinamica indebolisce il potere degli Stati Uniti. Basta pensare ai tentennamenti della Turchia sull’adesione della Svezia alla Nato, una questione che si è risolta dopo mesi di dispute sfiancanti.

Strapotere economico

La terza minaccia è la più seria. La Cina vorrebbe creare un’alternativa ai princìpi che stanno alla base delle attuali istituzioni globali, favorendo un modello in cui lo sviluppo va a scapito della libertà personale e la sovranità nazionale è più importante dei valori universali. Cina, Russia e Iran non formano una squadra coordinata ma sono animati da interessi convergenti: l’Iran fornisce droni alla Russia e petrolio alla Cina, mentre alle Nazioni Unite Mosca e Pechino hanno usato la diplomazia per proteggere Hamas, alleato di Teheran.

Queste minacce sono amplificate dalla situazione interna degli Stati Uniti, dove i repubblicani tendono all’isolazionismo in economia e in politica estera, come ai tempi della seconda guerra mondiale. Questo atteggiamento non riguarda solo Donald Trump, e solleva dubbi sulla capacità del paese di mantenere un ruolo di primo piano nel mondo quando uno dei suoi partiti principali rifiuta il concetto di responsabilità globale.

Da sapere
Soldi e armi
Distribuzione del prodotto interno lordo a livello mondiale, percentuale (Fonte: The Economist)
Spesa militare nel mondo, migliaia di miliardi di dollari (Fonte: The Economist)

Per capire come questa dinamica può danneggiare gli interessi statunitensi nel mondo basta considerare il caso dell’Ucraina. I repubblicani trumpiani vorrebbero interrompere l’invio di denaro e armi a Kiev. Sarebbe una scelta insensata anche in termini puramente egoistici, perché la guerra permette agli Stati Uniti di arginare Vladimir Putin e scoraggiare un’invasione cinese di Taiwan senza mettere a repentaglio la vita dei propri soldati. Abbandonare l’Ucraina lascerebbe il campo a un attacco russo contro la Nato che avrebbe un costo enorme in termini di soldi e vite umane, oltre a dimostrare a nemici e alleati che Washington non è più un partner affidabile.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti possono anche contare su alcuni punti di forza. Il primo riguarda il peso dell’apparato militare. Oltre ad aver inviato le due portaerei in Medio Oriente, Washington fornisce armi, informazioni e consulenza a Israele, esattamente come fa con Kiev. La Cina ha rapidamente aumentato i fondi per le forze armate, ma nel 2022 gli Stati Uniti hanno comunque speso per l’esercito quanto i dieci paesi che seguono nella classifica della spesa militare mondiale messi insieme (tra l’altro molti di questi paesi sono alleati di Washington).

Il secondo elemento di forza riguarda l’economia. A livello mondiale gli Stati Uniti producono un quarto della ricchezza anche se rappresentano solo un ventesimo della popolazione globale, un rapporto che è rimasto immutato negli ultimi quarant’anni, nonostante l’ascesa economica della Cina. Inoltre possono ancora contare su una supremazia nel settore tecnologico e su un forte dinamismo, soprattutto rispetto a un paese, ancora la Cina, in cui la crescita economica è subordinata al fatto che il Partito comunista mantenga il controllo su tutto.

Un altro elemento di forza, sottovalutato da molti, è la capacità di creare alleanze. La guerra in Ucraina ha ridato slancio alla Nato. Nella regione del Pacifico Washington ha stretto il patto di sicurezza con Australia e Regno Unito (Aukus) e ha rafforzato i rapporti con molti paesi tra cui Giappone, Filippine e Corea del Sud. Di recente Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha spiegato sulla rivista Foreign Affairs che i paesi intenzionati a perseguire i propri interessi possono comunque rivelarsi partner essenziali.

L’esempio principale di questo comportamento è l’India, sempre più coinvolta nei progetti statunitensi per la sicurezza in Asia nonostante la sua determinazione a non fare parte di alcuna alleanza.

Polo d’attrazione

In che posizione sono quindi gli Stati Uniti, mentre cercano di fermare l’escalation del conflitto in Medio Oriente? Alcuni vedono una vecchia superpotenza che si è di nuovo lasciata trascinare in Medio Oriente dopo aver cercato per quasi quindici anni di uscirne. Allo stesso tempo bisogna dire che per gli statunitensi la crisi attuale non comporta un impegno paragonabile a quello nelle guerre in Afghanistan e in Iraq.

La lettura di Biden, in questo caso, è condivisibile: per l’America questo è un punto di svolta che metterà alla prova la sua capacità di adattarsi a un mondo più complesso e con più rischi. Gli Stati Uniti hanno ancora molto da offrire, soprattutto se sapranno collaborare con gli alleati per garantire la sicurezza e il libero commercio. Anche se messi in pratica in modo discutibile, i valori degli statunitensi continuano ad attirare le popolazioni di tutto il pianeta, cosa che non riesce al comunismo cinese.

Se Biden riuscirà a gestire la crisi di Gaza farà un favore agli Stati Uniti, al Medio Oriente e al mondo. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1536 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati