Da sempre le onde erodono le coste: piccole isole scompaiono, villaggi di pescatori sono inghiottiti dalle acque, costruzioni troppo vicine al mare vengono trasferite in posti più sicuri. Con il riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacci sui continenti e ai poli, l’innalzamento del livello dei mari accelera e cresce l’allarme per le possibili catastrofi. Di solito si pensa sopprattutto alle zone costiere dell’oceano Atlantico o del Pacifico, ma anche il Mediterraneo è in pericolo. Secondo uno studio dell’università di Kiel, in Germania, di qualche anno fa, almeno 49 siti costieri patrimonio dell’Unesco sono a rischio. La più minacciata è la zona di Venezia, ma anche le antiche rovine di Samo in Grecia, il sito archeologico di Tarraco a Tarragona, in Spagna, la città di Tiro, in Libano, oltre a Siracusa, Paestum e la costiera amalfitana in Italia.

Lontano dall’Europa, nella piccola città balneare di Atafona, a nord di Rio de Janeiro, nel delta del fiume Paraíba do Sul, il fotografo brasiliano Felipe Fittipaldi documenta, dal 2014, l’evoluzione annuale dell’avanzata delle acque. In quest’area, una sessantina di anni fa il processo di erosione costiera si è aggravato a causa della crisi climatica e dell’attività umana. Il fiume Paraíba do Sul alimenta alcune delle grandi città del Brasile, fornendo acqua potabile a circa 14 milioni di persone. “Il deficit idrico dell’estuario dovuto allo sfruttamento del territorio è il principale responsabile dell’erosione”, spiega il fotografo, poiché lo scarso afflusso di acqua e sedimenti non riesce a garantire l’equilibrio con l’oceano e a contrastare la risalita dell’acqua di mare.

Una striscia di sabbia

Atafona fa ormai parte del 4 per cento delle coste terrestri che arretrano di più di cinque metri all’anno. Sui circa undicimila chilometri di costa del Brasile, Atafona è la città più colpita dall’erosione: ogni anno l’oceano avanza in media di 2,7 metri, con dei picchi di oltre otto metri, come accadde tra il 2008 e il 2009. Finora l’acqua ha distrutto più di 500 edifici. Oggi quattordici isolati della città sono completamente sommersi: sono spariti lo storico faro della spiaggia, i bar, le discoteche e i mercati, i quattro piani di un albergo, la stazione di rifornimento per le barche, la scuola, le ville, le due chiese e un’isola in cui vivevano trecento pescatori con le loro famiglie, la Ilha da Convivência, che si trovava a duecento metri dalla riva e di cui rimane solo una striscia di sabbia coperta di rovine. Molti abitanti hanno già lasciato le loro case inghiottite dal mare. Gli scienziati ritengono che dagli anni sessanta l’erosione abbia provocato duemila profughi ambientali.

Atafona vive un’inesorabile tragedia ambientale, simile a quella di altre regioni costiere. In Texas, per esempio, da più di trent’anni nella città di Freeport si assiste a un’erosione costiera media di tredici metri all’anno. Nel 2050, più di duecento milioni di persone rischiano di dover fare i conti con l’aumento del livello dei mari e le frequenti inondazioni, e questo anche se l’umanità dovesse riuscire a controllare le emissioni di gas serra. Secondo uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista Nature Communications dalla Climate central, un’organizzazione non profit che si occupa di clima, se l’aumento delle emissioni dovesse continuare a provocare lo scioglimento così rapido dei ghiacci, il numero di persone coinvolte potrebbe salire a 480 milioni entro il 2100.

Un grido d’allarme

Felipe Fittipaldi è nato nel 1982 a Rio de Janeiro e vive a Vancouver, in Canada. Dopo aver studiato giornalismo e comunicazione, oggi collabora con mezzi d’informazione in tutto il mondo e con alcune istituzioni internazionali. Dal 2014 al 2023 ha realizzato il progetto intitolato Eustasy (eustatismo), un termine che indica le variazioni su scala globale del livello medio dei mari, misurate partendo da un punto fisso, di solito il centro della Terra. Dal progetto è nato il libro La marche de l’océan (La marcia dell’oceano).

Nelle sue immagini scattate ad Atafona, Fittipaldi fa convivere paesaggi e ritratti con immagini più misteriose, dimostrando di essere un abile colorista, che conosce i classici della pittura. Dal suo lavoro con la luce e la materia emerge una preferenza per i toni sordi, al limite dell’espressionismo, ma sempre padroneggiati con sufficiente moderazione da evitare facili effetti. Grazie alla coerenza cromatica, il lato documentario del suo lavoro si trasforma in un mondo quasi onirico. Le foto sembrano lanciare un grido di allarme, un appello alla mobilitazione: “Il mio obiettivo è parlare di questioni importanti come la crisi climatica, i profughi ambientali, lo sfruttamento e la conservazione delle risorse naturali, per contribuire alla comprensione del mondo in cui viviamo e mettere l’accento sulla relazione complessa tra gli esseri umani e la natura, e le sue conseguenze”. ◆ adr

Da sapere
Il libro

◆ Il libro La marche de l’océan (La marcia dell’oceano) è stato pubblicato da Éditions d’une rive à l’autre, una casa editrice creata nel 2019 con l’obiettivo di far dialogare fotografia e scienze sociali. Le immagini di Felipe Fittipaldi sono accompagnate dai testi della geomorfologa Marie-Hélène Ruz.


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Questo articolo è uscito sul numero 1547 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati