La Corte penale internazionale (Cpi) ha cominciato una nuova indagine sui presunti crimini di guerra commessi in Sudan. L’ha annunciato il 13 luglio il procuratore capo Karim Khan, nel suo rapporto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sui tre mesi di conflitto tra generali sudanesi rivali, che hanno fatto sprofondare il paese nel caos.

Dal 2005 la Cpi indaga sui crimini di guerra commessi nella regione sudanese del Darfur e ha accusato l’ex presidente Omar al Bashir di genocidio. In questi tre mesi le accuse di atrocità si sono moltiplicate e il più alto funzionario dell’Onu in Sudan ha chiesto che entrambe le fazioni rendano conto delle loro azioni. Si calcola che da quando sono scoppiate le ostilità tra l’esercito sudanese, guidato dal generale Abdel Fattah al Burhan, e il gruppo paramilitare Forze di supporto rapido (Rsf), comandato dal suo ex vice Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemetti, tremila persone siano state uccise e tre milioni abbiano abbandonato le loro case.

L’Onu ha avvertito di possibili nuovi massacri in Darfur. In un caso, i corpi di almeno 87 persone, probabilmente uccise dalle Rsf e dai loro alleati, sono stati ritrovati in una fossa comune. “Corriamo il rischio che la storia si ripeta”, ha detto Khan. Secondo il procuratore, l’impunità per i crimini commessi nella regione all’inizio degli anni duemila – quando Al Bashir scatenò le milizie janjawid contro le minoranze non arabe – “ha gettato i semi di quest’ultimo ciclo di violenze e sofferenze”. Al Bashir è stato accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, e dal 2009 la Cpi chiede invano il suo arresto. Dopo che il dittatore è stato deposto nel 2019, il Sudan si è impegnato a consegnarlo all’Aja, ma non l’ha mai fatto. Finora l’unico a essere stato processato per le violenze in Darfur è stato Ali Muhammad Ali Abd al Rahman, uno dei comandanti janjawid. Secondo le stime dell’Onu, tra il 2003 e il 2004 in Darfur furono uccise trecentomila persone e 2,5 milioni furono costrette alla fuga.

Due problemi

La scorsa settimana il segretario generale dell’Onu António Guterres si è detto preoccupato che gli scontri spingano il paese sull’orlo di una guerra civile, in grado di destabilizzare la regione. Mentre si moltiplicano gli sforzi per promuovere la pace, anche la battaglia per salvare il Sudan si sta trasformando in un miscuglio velenoso di sospetti, egoismi politici e incertezza. Con le violenze che si diffondono in tutto il paese, dal Kordofan al Darfur, al Nilo Azzurro, i mediatori non sembrano in grado di convincere gli avversari ad accordarsi su un cessate il fuoco. Un problema emerso di recente è che il generale Al Burhan sta cercando di presentarsi come il legittimo leader del Sudan, e non accetta di essere messo sullo stesso piano del rivale Hemetti nei negoziati.

Potrebbe esserci un secondo problema. Quando sono esplose le violenze, il 15 aprile, lo scontro era soprattutto tra l’esercito e le Rsf. Ora neanche i due principali protagonisti sono in grado di controllarne gli sviluppi. A giugno le agenzie umanitarie nel Darfur meridionale hanno riferito di una gravissima esplosione di violenza che ha causato almeno trenta morti.

A Nyala, nel Darfur Occidentale, sono stati registrati scontri tra le Rsf e l’esercito sudanese. Ma poi, secondo l’Onu, ci sono state anche esecuzioni e uccisioni per strada di comuni cittadini. Nello stato del Nilo Azzurro, una fazione del movimento ribelle Splm-North si è scontrata con l’esercito sudanese.

L’Egitto e l’Etiopia potrebbero invece essere coinvolti involontariamente: dall’inizio dei combattimenti i due paesi hanno visto arrivare mezzo milione di profughi sui loro territori. Inoltre, sono coinvolti con il Sudan in una disputa sulle acque del Nilo, che da tempo crea tensioni.

Il Sudan resta quindi il principale rompicapo in Africa e il conflitto è aggravato da interessi discordanti, che s’intrecciano nella regione e oltre, per ragioni economiche e di sicurezza. Non aiuta che molti paesi, tra cui Sud Sudan, Kenya, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Egitto, Ciad ed Eritrea siano a loro volta alle prese con crisi interne. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1521 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati