Vladimir Pechtelev percorre rapidamente uno stretto corridoio su cui affacciano diverse porte. La luce è fioca. Pechtelev si ferma davanti a una porta grigia di ferro: è divelta nella parte superiore e ammaccata ai lati, dove i vicini hanno usato un piede di porco. Si fa il segno della croce: non ha voglia di rimanere a lungo. Nel 2020 dietro a questa porta grigia è morta sua nipote.

All’epoca l’omicidio di Vera Pechteleva fu uno shock per tutta la Russia. La ragazza era stata picchiata, seviziata e strangolata dall’ex fidanzato. I vicini, nel corso della notte, l’avevano sentita urlare e chiedere aiuto per ore e più volte avevano chiamato la polizia. Su internet si trovano ancora le registrazioni delle telefonate: “Come sarebbe ‘apra la porta’?”, si indigna un vicino che ha chiamato, “la sta ammazzando, maledizione!”; la poliziotta al telefono risponde che le forze dell’ordine sono in arrivo e che “non c’è motivo d’imprecare”. Solo che la polizia arrivò un’ora e mezza dopo. Troppo tardi.

Da allora sono passati quattro anni e solo ora Vladimir Pechtelev torna nella casa buia di Kemerovo, in Siberia, dove fu commesso l’omicidio.

In ascensore ci mostra le foto scattate dagli inquirenti: l’appartamento, i coltelli, il cadavere sfregiato. Vuole che ci rendiamo conto chi è l’uomo a cui il presidente ha concesso la grazia. Vladislav Kanjus, l’assassino di sua nipote, non è più in carcere, anche se la condanna a diciassette anni di detenzione, da scontare in una prigione di massima sicurezza, gli è stata inflitta nell’estate 2022.

Se Kanjus e altre migliaia di criminali, assassini inclusi, sono potuti uscire di prigione prima del tempo, lo devono alla guerra di Vladimir Putin. Ai giornalisti che gli chiedevano della liberazione di Kanjus, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha spiegato che ai condannati viene data la possibilità di “espiare le proprie colpe con il sangue sul campo di battaglia, sotto una pioggia di proiettili e granate”.

Lo zio della ragazza uccisa ripete le parole di Peskov inspirando profondamente. Dalla strada guarda la facciata fatiscente del palazzo: settimo piano, quarta finestra a destra sulla Leningradskij prospekt. Quella nipote, tredici anni più giovane, era per lui come una sorella minore. Fu Vladimir Pechtelev a venire qui a Kemerovo, dove la ragazza frequentava l’università, per prenderne in consegna il corpo dall’obitorio. Al momento della morte lei aveva 23 anni e lui 36. È fu sempre lui a seguire le indagini, anche per togliere un peso ai genitori. Oggi si sente tradito.

Nella Russia attuale un assassino può diventare un eroe. Tra i primi a parlare pubblicamente di questa possibilità è stato il capo dei mercenari del gruppo Wag­ner, Evgenij Prigožin, che si è fatto filmare mentre reclutava detenuti nelle carceri. In uno di questi video, Prigožin spiega a un gruppo di uomini in divisa grigia che il candidato ideale per la sua squadra di mercenari deve avere avuto una condanna pesante “per omicidio, aggressione aggravata, rapina a mano armata. E preferibilmente non una sola”. Se poi qualcuno aveva anche fatto a botte con la polizia, tanto meglio: “Ci servono i vostri talenti criminali”, dice Prigožin a quegli uomini.

Stando a quanto lui stesso ha dichiarato, sarebbero quasi cinquantamila i detenuti russi mandati dalla Wagner al fronte in Ucraina, con la promessa che, se fossero sopravvissuti ai primi sei mesi, gli sarebbe stata concessa la grazia. A giugno, due mesi prima di morire precipitando con il suo jet privato, Prigožin affermava che 32mila ex detenuti erano tornati a casa da uomini liberi. A febbraio, però, aveva fatto sapere di aver smesso di reclutare detenuti. Del reclutamento nelle carceri oggi si occupa direttamente il ministero della difesa. Solo che, al contrario di Prigožin, le autorità parlano malvolentieri degli assassini che fanno ritorno a casa. Le amnistie sono un segreto di stato.

Vladislav Kanjus e la sua vittima, Vera Pechteleva, si erano conosciuti a Kiselëvsk, una cittadina mineraria nella Siberia occidentale. Oggi Vladimir Pechtelev non riesce a sopportare l’idea di poterlo incontrare in giro. Per mesi la famiglia della ragazza uccisa non ha saputo nulla del suo rilascio. Poi, a metà maggio, all’improvviso sono arrivate delle foto. La madre di Vera le ha ricevute da un’amica. Mostrano l’assassino armato e in uniforme militare, solo o in compagnia di altri combattenti. Dove sono state scattate? Lo vorrebbero sapere anche i Pechtelev.

Un reato minore

Al volante della sua jeep, Vladimir Pechtelev racconta di aver scritto a tutti. Da Kemerovo andiamo verso Kiselëvsk, oltrepassando campi innevati, boschi di betulle e miniere. Sono più di due ore di viaggio. In teoria, la sentenza obbliga le autorità carcerarie a comunicare ai familiari della vittima ogni spostamento dell’assassino. A febbraio, Kanjus era stato trasferito nel carcere di Novosibirsk, poi era passato all’amministrazione penitenziaria di Rostov sul Don, vicino al confine ucraino. In seguito i Pechtelev ne hanno perso le tracce.

Vladimir Pechtelev si è rivolto a Putin, al ministro della difesa, all’amministrazione penitenziaria, a commissioni di inchiesta e autorità carcerarie, scrivendo più di trenta lettere. “Vi prego, diteci dov’è Kanjus”. Ma ha ricevuto solo risposte evasive e contraddittorie.

La faccenda si è fatta ancora più surreale con il processo d’appello, nel settembre 2023. La famiglia della vittima sperava di ottenere una condanna più pesante: “Vera aveva oltre cento ferite”, spiega lo zio. Ma neanche i giudici sono riusciti a reperire l’assassino, nonostante fosse già stato condannato. Così il processo si è svolto senza l’imputato e la sentenza è rimasta immutata. “Stavano processando un uomo a cui era già stata concessa la grazia”, osserva lo zio. Poi, a novembre, è arrivata una lettera: secondo la procura della regione di Rostov, Kanjus aveva ricevuto la grazia il 27 aprile ed era stato rilasciato il giorno dopo. Non c’erano informazioni sul suo domicilio.

L’attivista femminista Alëna Popova ha pubblicato la lettera su Telegram, per fare sì che la notizia della grazia concessa a Kanjus, con un provvedimento che sembrava essere stato firmato prima della sua partenza per l’Ucraina, arrivasse alla stampa. Popova lotta ormai da anni perché la violenza domestica non sia più considerata un reato minore. Ma oggi la situazione rischia di peggiorare drammaticamente: dopo ogni guerra i maltrattamenti aumentano, basta pensare a tutti i veterani che tornano a casa traumatizzati dal conflitto. “A queste persone il sistema non offre nessun aiuto per reinserirsi nella società”, spiega l’attivista. E a farne le spese è soprattutto chi non può difendersi: gli anziani, i bambini, le donne.

Oksana Pechteleva sulla tomba della figlia Vera a Kiselëvsk, Russia, 15 novembre 2023  (Silke Bigalke)

Una cosa, però, sono i soldati traumatizzati, un’altra i criminali reclutati per andare in guerra. Quando si è saputo che anche gli assassini venivano mandati a combattere in Ucraina, le donne russe hanno subito capito cosa sarebbe successo. “Siamo sempre più impaurite”, racconta Popova, che al momento non si trova in Russia. Cosa devono fare quelle vittime che improvvisamente vedono i loro carnefici tornare a casa da eroi di guerra?

Dietro l’uniforme

Oksana Pechteleva, la madre della ragazza uccisa, aspetta il cognato. Come tanta gente del posto, anche lei lavora per un’azienda mineraria. Dopo essersi sistemata sul sedile posteriore della jeep, parla della figlia, di come cantava bene, di come cucinava bene, di com’era ordinata, delle collezioni che faceva da bambina, Barbie e sorprese degli ovetti di cioccolata. Racconta che continuava a metterle i cioccolatini sotto il cuscino anche quando era ormai grande e che Vera le lasciava dei bigliettini per ringraziarla: “Mamočka, ti voglio tanto bene”. La andava a trovare tutti i fine settimana.

Dopo la morte della figlia, Oksana Pechteleva ha dovuto fare sforzi enormi per continuare ad alzarsi, a mangiare, a vivere. I fine settimana erano particolarmente duri. Oksana ha cambiato anche casa. Il vecchio appartamento le ricordava troppo la sua unica figlia. Anche adesso, però, preferisce girare in macchina per la città che stare a casa. “Andiamo in chiesa?”, propone lo zio. Lei annuisce. Si intravedono le cupole dorate. Lui si mette gli occhiali da sole. “Non piangere”, dice lei.

Per tanto tempo Oksana Pechteleva non è riuscita a mettere piede in chiesa: le sembrava di rivedere la bara della figlia. Il suo corpo era talmente pieno di ferite che l’addetto alle pompe funebri aveva chiesto un vestito lungo per poterle coprire. Seduti in macchina, madre e zio raccontano del funerale: tutti i fiorai della città furono svuotati e la chiesa era affollatissima. A Kiselëvsk, la storia di Vera Pechteleva la conoscono praticamente tutti e molti, se dovessero incontrarlo per strada, riconoscerebbero anche l’assassino. Oksana Pechteleva spera che, se non altro per questo motivo, lui non abbia il coraggio di tornare. Racconta che quando ha visto le sue foto in uniforme ha avuto un trauma: non riusciva a capire cosa stesse succedendo.

L’ultima volta che ha visto Kanjus di persona è stata in tribunale. Era l’estate 2022. Le tremavano le mani e le gambe. In aula si erano presentati in tre: i genitori di Vera e lo zio. Si tenevano per mano. Davanti a loro c’era l’assassino, “arrogante e sfacciato”, ricorda Vladimir Pechtelev. Spesso alle domande del pubblico ministero rispondeva con un ghigno.

Meglio il silenzio

La famiglia di Vera sapeva che Kanjus era cinico e manipolatore. Agli amici di lei quell’uomo non piaceva, racconta la madre seduta in un caffè. Se Vera non lo aveva lasciato era solo per compassione e perché, aggiunge lo zio, lui minacciava di uccidersi. Ma quando poi la ragazza si decise, fu lei a essere uccisa. “Continuiamo a batterci per la mia bambina,” dice la madre. “Vogliamo che l’assassino sconti la sua pena”. Finché lo saprà a piede libero, non riuscirà a dormire tranquilla. Alla fine del 2023 sui mezzi d’informazione russi si sono moltiplicate le notizie di condannati per omicidio che ricevevano la grazia. A Perm è stato scarcerato un uomo che aveva stuprato e ucciso un’infermiera. Invece di passare vent’anni in un carcere di massima sicurezza, dopo soli sei mesi è stato mandato al fronte in Ucraina. A Čita, città non lontana dal confine con la Mongolia, ne è stato liberato uno che quattro anni prima aveva assassinato una ragazza di diciotto anni, facendola a pezzi e gettandola in un fiume.

Stando a un giornale locale, dopo il ritorno in Russia è stato di nuovo accusato di omicidio. Per il fronte è stato reclutato perfino un uomo di Jaroslavl che aveva commesso atti di cannibalismo e sarebbe dovuto rimanere in carcere fino al 2030. Secondo il sito d’informazione indipendente Agentstvo, Putin ha concesso la grazia ad almeno diciassette assassini. Guerra e impunità, osserva l’attivista Popova, fanno sì che queste persone si sentano “autorizzate a fare tutto ciò che vogliono”.

Conoscere il tasso di recidiva tra chi è stato graziato e sapere quanti soldati commettono reati dopo il loro ritorno è impossibile: raccogliere informazioni sull’esercito è vietato, e qualsiasi critica rivolta a chi partecipa alla guerra è considerata una diffamazione, punibile dalla legge. Secondo il sito indipendente Meduza, il Cremlino avrebbe intimato ai mezzi d’informazione di stato di non menzionare i reati commessi dai combattenti di ritorno dall’Ucraina. In base a quanto scrive Meduza, che cita una fonte anonima interna all’amministrazione presidenziale, era necessario per evitare che i russi percepissero questi combattenti “come criminali di cui avere paura”.

Per tanto tempo Oksana Pechteleva non è più riuscita a mettere piede in chiesa: le sembrava di rivedere la bara della figlia

Analizzando i dati forniti dalle autorità giudiziarie regionali, un gruppo di avvocati specializzati in violenza domestica ha scoperto che, per la prima volta in vent’anni, nel 2022 in Russia il numero degli omicidi e dei tentati omicidi è cresciuto. Le regioni vicine al confine ucraino, come quelle di Belgorod e Kursk, sono state particolarmente colpite. Secondo i giornalisti del sito Vërstka, tra gennaio e agosto 2023 ci sono stati dodici omicidi commessi da detenuti reclutati per la guerra.

Due di questi omicidi sono avvenuti su una buia strada di campagna nella regione di Krasnodar, nella Russia meridionale, a 3.500 chilometri in linea d’aria dalla cittadina dove morì Vera Pechteleva. Era aprile del 2023, pioveva e la macchina di Kirill Čubko, 37 anni, si era fermata con una gomma a terra. Con lui viaggiava la collega Tatjana Mostyko, studente di diciannove anni. Era tardi, e Kirill e Tatjana stavano tornando da una festa. Oltre a lavorare nel negozio di ferramenta della famiglia, Kirill Čubko faceva infatti anche l’animatore ai compleanni. Spesso portavano le torte preparate da Darja, la moglie pasticcera di Kirill. Quella notte lui le aveva telefonato diverse volte per dirle di non preoccuparsi, che delle persone si erano fermate per aiutarli e che poteva andare a dormire tranquilla.

Ma la mattina, quando Darja Čubko si è svegliata, il marito ancora non era tornato e il suo cellulare era irraggiungibile. Accompagnata da un collega, Darja Čubko ha ripercorso la strada fatta da Kirill, fermandosi in ogni autofficina per chiedere della Hyundai bianca del marito. La ricerca degli scomparsi è durata giorni e ha coinvolto centinaia di volontari. La polizia ha trovato i cadaveri solo il quinto giorno. Erano stati sotterrati. Sul canale Instagram solitamente riservato alle foto delle sue torte, Darja Čubko ha pubblicato un video in cui ringraziava in lacrime i volontari: “Credevamo tutti di trovarlo ancora vivo”.

Rispettare gli impegni

I tre sospettati del duplice omicidio sono stati arrestati in diretta tv. Alcuni video mostrano uno di loro in commissariato: “Abbiamo squartato un uomo e una ragazza”, racconta. “Posso farvi vedere dove”. Sembra che i tre abbiano rubato 250mila rubli (2.500 euro), costringendo le vittime a prelevare i soldi al bancomat, per poi accoltellarle, seppellirle nella boscaglia e dar fuoco alla macchina. L’investigatore incaricato delle indagini ha dichiarato in tv che il principale responsabile degli omicidi poteva essere il presunto capobanda, Demjan Kevorkjan, l’unico degli arrestati a negare tutto. Nel 2016 era già stato condannato a diciotto anni di carcere per un reato simile: aveva messo insieme una banda armata di un fucile a canne mozze, un coltello e una mazza da baseball, aveva fermato una macchina su una strada di campagna e legato i passeggeri per portarli in un campo e derubarli. Nel tentativo di estorcergli denaro, uno di loro aveva sparato in testa a uno dei passeggeri.

In una situazione normale il rilascio anticipato di Demjan Kevorkjan sarebbe stato possibile solo dopo il 2028. Ma la stampa ha scritto che, dopo la condanna per quel caso, l’uomo avrebbe combattuto con i mercenari del gruppo Wagner. Tuttavia non ci sono conferme della sua presenza al fronte in Ucraina. “Nessun altro motivo poteva giustificare una scarcerazione”, osserva Darja Čubko, la vedova di Kirill, in videochiamata. Da quando è morto il marito, si è tagliata i capelli e ha tinto le punte di rosa. A molte domande risponde a monosillabi e spesso scoppia in lacrime. Lei e l’avvocato hanno dovuto firmare degli accordi di riservatezza e non sono autorizzati a parlare delle indagini.

Da sapere
Dal carcere all’Ucraina

◆ La pratica di reclutare combattenti per la guerra in Ucraina tra la popolazione carceraria della Russia è stata avviata nell’estate 2022 dal gruppo di miliziani privati Wagner, guidato da Evgenij Prigožin, poi morto in circostanze mai chiarite nello schianto del suo aereo privato il 23 agosto 2023. All’inizio del 2023 il reclutamento tra i detenuti è stato preso in mano dal ministero della difesa russo. Ai condannati che accettavano di andare a combattere era offerta la grazia presidenziale al termine di sei mesi di servizio. Alla fine del gennaio 2024 le regole sono cambiate: i detenuti non riceveranno più la grazia, ma solo la liberazione condizionale, e dovranno rimanere in servizio per tutta la durata del conflitto. Secondo diverse stime, i carcerati reclutati per la guerra in Ucraina sono più di centomila. Bbc Russia, Newsweek


Solo dopo alcuni mesi ha sentito parlare di Kevorkjan, della sua infanzia difficile e degli altri reati che aveva commesso. In un programma tv ha incontrato un’altra delle sue vittime, una donna che era stata aggredita in casa nel 2014. “Se penso agli assassini di mio marito mi sento male”, dice Darja Čubko, incapace di accettare che l’uomo che ha ucciso Kirill sia stato liberato dopo sei mesi e senza nessuna sorveglianza. Nella speranza che gli assassini siano condannati e finiscano in carcere, ha avviato una raccolta firme online. Ma le indagini proseguono comunque a rilento.

Di rado Putin parla pubblicamente dei condannati a cui ha concesso la grazia. “Lo stato deve fare di tutto per rispettare gli impegni presi con chi va a combattere”, ha dichiarato a giugno ai cosiddetti corrispondenti di guerra russi, cioè i blogger vicini al Cremlino. E, senza fornirne prove, ha aggiunto che solo lo 0,4 per cento dei detenuti reclutati ha commesso dei reati dopo il ritorno dall’Ucraina.

La lapide nera

A Kiselëvsk, la madre e lo zio di Vera Pechteleva stanno andando in macchina al cimitero. Oksana Pechteleva ci va ogni volta che il dolore diventa insopportabile. D’inverno, però, è più difficile. Le strade sono pessime, e quando piove si rischia di rimanere impantanati. Per Oksana e Vladimir Pechtelev è come perdere Vera una seconda volta. Sentono che le autorità li hanno abbandonati non una, ma tre volte: i poliziotti che avevano ignorato le richieste di aiuto dei vicini se la sono cavata con la condizionale; per alleggerire la loro posizione, i giudici hanno sminuito la gravità del reato; e adesso ci si mette anche l’amministrazione penitenziaria con i suoi silenzi. “Perché nessuno ci dice la verità sull’assassino?”, chiede lo zio. “Scrivere lettere, lottare per avere giustizia. Non ce la faccio più”.

Ultimamente, la madre di Vera ha sfogato la sua rabbia in un messaggio vocale pubblicato sul canale Telegram dall’attivista Elena Popova. Da figlia di un tenente-colonnello dell’aeronautica, Oksana Pechteleva aveva sempre avuto un buon rapporto con lo stato. Oggi, però, dice: “Io amo il mio paese. Ma il mio paese cosa mi sta costringendo a subire?”.

Oksana e Vladimir Pechtelev stanno oltrepassando in macchina le tombe scavate per i caduti nella guerra in Ucraina. Sua nipote è sepolta più in là, nel boschetto di betulle. Hanno portato venti rose rosse. “La mia bambina”, dice la donna, spazzando via la neve dalla lapide nera. Il cognato le mette il braccio intorno alle spalle. Non vuole arrendersi, vuole presentare ricorso, far dichiarare illegale il provvedimento di grazia, non lasciare nulla di intentato. Camminando nella neve raggiungono la macchina e tornano a casa attraversando la città con le sue strade dissestate. “Ricordi com’era paffuta da piccola? La chiamavamo paninetto”, dice all’improvviso Oksana, scoppiando in una risata. Poi racconta delle gite, di quando andavano a raccogliere i funghi, di una grigliata in autunno, di quando decoravano l’albero di Natale e di tante altre cose. Come se sua figlia fosse ancora viva. ◆ sk

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1549 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati