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Kony 2012

Kony 2012, un anno dopo

  • 5 marzo 2013
  • 14.06

Un gruppo di ugandesi assiste alla proiezione di Kony 2012 a Lira, nel nord Uganda (Afp).

Un anno fa l’ong statunitense Invisible children ha pubblicato su YouTube Kony 2012, un video di trenta minuti sul signore della guerra ugandese Joseph Kony. Il video è diventato in poche ore “un fenomeno virale senza precedenti, soprattutto per un’organizzazione non profit”, scrive Mashable.

L’obiettivo della campagna era rendere famoso Joseph Kony, il leader ugandese dell’Esercito di liberazione del signore, un gruppo ribelle accusato di aver ucciso, stuprato e rapito bambini nel corso di 27 anni di guerra contro l’esercito governativo.

L’impatto della campagna
Mashable ha commissionato uno studio sull’impatto della campagna su Twitter, con un’analisi dei tweet che citavano Joseph Kony: il 7 marzo, due giorni dopo la pubblicazione del primo video, i tweet sul tema erano 2.468.227.
Di questi, 868.209 erano positivi e 694.881 negativi. I tweet negativi erano legati principalmente alle critiche emerse dopo la pubblicazione del video.

Una delle prime voci negative nei confronti di Invisible Children è stata quella di Grant Oyston, che sul blog Visible Children ha attaccato l’organizzazione per la sua posizione a favore di un intervento militare nella regione. Oyston ha denunciato anche l’uso dei fondi da parte dell’ong, che secondo il bilancio del 2011 aveva destinato ai progetti in Africa solo il 32 per cento delle donazioni ricevute, mentre il restante era stato usato per pagare gli stipendi dello staff, la produzione del film, le spese di viaggio e i trasporti. Anche la giornalista e blogger ugandese Rosebell Kagumire aveva pubblicato un video in risposta alla campagna di Invisible Children deunciando il pericolo del raccontare una storia complessa come quella della guerra nel nord Uganda con un linguaggio e uno stile di comunicazione superficiali. Un limite della campagna denunciato da David Rieff, ma anche un espediente che ha permesso a Invisible children di raggiungere 100 milioni di visualizzazioni su YouTube in sei giorni.
“Ciò che rende Kony 2012 particolarmente frustrante è il fatto che il video mostri una versione sentimentale e infantile dell’Africa: chiamare invisibili i bambini soldato solo perché prima di un viaggio in Uganda un gruppo di studenti americani non ne aveva mai sentito parlare, è paternalistico”, scriveva pochi giorni dopo la pubblicazione del video lo scrittore etiope Dinaw Mengestu su Warscapes.

Alle critiche nei confronti dell’organizzazione ha contribuito poi il crollo nervoso di uno dei registi del video, Jason Russell, fermato dalla polizia a San Diego mentre, completamente nudo in strada, correva e urlava disturbando il traffico e picchiando i pugni sul marciapiede. Il 3 marzo Carole Cadwalladr sull’Observer ha intervistato Russell per farsi raccontare come ha vissuto quella che i medici hanno definito “psicosi reattiva” al successo del video, che ha mandato in crisi il suo sistema nervoso.

Un anno dopo, un nuovo video

Il 5 marzo 2013 Invisible children ha pubblicato un nuovo video per tracciare il bilancio della campagna: secondo i fondatori dell’ong, con la marcia di 12mila attivisti a Washington il 17 novembre 2012 è stato raggiunto uno dei principali obiettivi della campagna, cioè sensibilizzare migliaia di persone sulla questione dei bambini soldato in Africa e fare pressione sui politici per chiedere l’arresto di Joseph Kony. Invisible children è particolarmente soddisfatta della legge firmata il 15 gennaio 2013 dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama che stabilisce una taglia in denaro per la cattura del ribelle ugandese.

Cosa succede in Africa centrale
Secondo un rapporto realizzato da Invisible children e l’organizzazione Resolve molti ufficiali dell’Lra hanno abbandonato le armi e nel 2012 gli omicidi commessi dai ribelli sono diminuiti del 67% rispetto al 2011. Tuttavia 400mila persone sono state costrette a fuggire dalla zona di guerriglia, che si è spostata nella Repubblica Centrafricana. Joseph Kony è ancora libero e, secondo il rapporto, si trova in Sudan.

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