Internazionale

mercoledì 23 maggio 2012 aggiornato alle 02.15

Pop

Weekend con le canzoni tristi

  • 19 luglio 2011
  • 12.12

David Samuels, Harper’s Magazine, Stati Uniti

È un venerdì pomeriggio di dicembre quando approdo nella cittadina costiera inglese di Minehead. Mi aspetta un weekend di musica tristissima organizzato da Barry Hogan, il fondatore dei concerti All tomorrow’s parties (Atp), e curato dal gruppo pop scozzese Belle and Sebastian, che notoriamente fa musica tristissima.

Il festival ha attirato quattromila fan in un villaggio turistico gestito da Butlin’s, una catena specializzata in vacanze economiche per famiglie a cui piace mangiare tutti insieme, guardare la televisione tutti insieme e giocare a bingo. Il posto sembra una base militare della seconda guerra mondiale riconvertita per usi civili: file di bungalow in stile caserma (qui li chiamano “chalet”) spuntano dalle aree centrali riservate all’intrattenimento e alla ristorazione. I gabbiani planano nel cielo grigio e freddo prima di posarsi, in paziente attesa di qualche avanzo. Ovunque noto dei cartelli con il logo di Butlin’s che indicano la direzione verso i bungalow. Gli strani caratteri tondeggianti, di colore rosso ciliegia e giallo acceso, mi fanno pensare a un campo estivo per bambini con un ritardo di sviluppo. Svettante sopra ogni cosa, con la sua aria da mille e una notte, il tendone del palco principale evoca venti caldi del deserto e visioni di una vita diversa.

“Negli anni ottanta ho lavorato tre anni in un villaggio turistico Butlin’s”, mi racconta Stuart Murdoch all’ombra dello scivolo chiuso. Murdoch è la voce principale e l’autore dei testi dei Belle and Sebastian. Le sue canzoni nostalgiche si soffermano sulle fragili emozioni dell’adolescenza in un modo che affascina anche gli adulti delusi. Voleva esibirsi con indosso una delle giacche rosse degli addetti all’intrattenimento di Butlin’s, ma i gestori non hanno apprezzato l’idea. “Le giacche rosse in genere erano un gruppo di sfigatissimi comici televisivi di terza categoria”, spiega, cercando l’ufficio di produzione di Atp, dove dobbiamo ritirare i nostri pass. “Se ne uscivano con frasi tipo: ‘Non so se mi vedrete l’anno prossimo, ho grossi progetti in vista’. Ovviamente l’anno seguente erano di nuovo lì”.

Murdoch ha 42 anni, i capelli rossi, gli occhi azzurri e una pelle quasi traslucida. Indossa un pesante trench blu marino e porta stretto contro le spalle uno zaino di nylon nero. Mentre passeggia nell’ultima luce del giorno potrebbe sembrare il personaggio di una delle sue canzoni, che catturano quella vulnerabilità infantile e quella riluttanza alla Peter Pan sempre più diffuse tra uomini e donne della sua età o più giovani. Adoro questo genere di musica, in cui il sentimento tragico e soffocante della vita s’intreccia a un umorismo discreto e a piacevoli melodie da ascoltare in metropolitana, in aereo e in tutti quei posti dove non ci si aspetta che uno pensi o provi nulla di particolare. La moglie di Stuart, Marisa, è una rockettara con i capelli neri e i tratti delicati. Viene dalla Florida e si veste con parsimoniosa eleganza. Intorno a noi, vari patiti di musica triste trascinano grosse valigie con le rotelle verso i loro bungalow, dove andranno a letto ubriachi e si sveglieranno sentendosi ancora più soli e abbandonati.

Nostalgia per l’indie rock
I concerti di All tomorrow’s parties, diretti da Barry Hogan e da sua moglie Deborah, sono cominciati nel 1999 con il Bowlie Weekender, un evento organizzato dai Belle and Sebastian in un villaggio turistico della catena Pontin’s. Barry ha ripreso l’idea del weekend musicale centrandola sulla sua nostalgia per il mondo indie rock di fine anni ottanta. Il nome è preso da una canzone di The Velvet Underground and Nico (1967), l’album che ha staccato il blues dal rock puntando su musica statica da intellettuale, doo wop e cabaret di Weimar. Nel 1986, questa estetica da ragazzino bianco istruito è diventata quasi ballabile ed emotivamente scoperta nell’album degli Smiths The Queen is dead. La regina in questione era il cantante del gruppo, Morrissey, i cui testi di ricercata sofferenza erano sostenuti dal chitarrista Johnny Marr, l’uomo che ha sposato il sound della Motown con il ronzio di un rasoio elettrico.

Quasi tutte le storie del post punk a questo punto si dividono in filoni legati a delle band, come Hüsker Dü, Echo & the Bunnymen e i Pixies, o a zone, come la San Francisco Bay Area e Glasgow. Molti dei gruppi presenti a Minehead questo weekend sono di Glasgow, come Frances McKee e Eugene Kelly, anche noti come The Vaselines. Nel 1988 hanno pubblicato un ep intitolato Dying for it, che conteneva le canzoni Molly’s lips e Jesus wants me for a sunbeam (che poi prese il titolo Jesus doesn’t want me for a sunbeam). Misteriosamente arrivati fino a Seattle, i due brani sono stati interpretati da Kurt Cobain, che a quanto pare definiva il duo scozzese “i miei autori di canzoni preferiti in assoluto”. Cobain ha preso il sound di queste perle minori dell’alt rock, e con i Nirvana l’ha trasformato nell’ultimo rantolo della grande industria del rock, prima di sviluppare un lancinante dolore allo stomaco dal quale si sarebbe liberato una volta per tutte sparandosi alla testa con un fucile, in una stanza sopra un garage vuoto accanto alla sua villa. Cobain è stato sostituito nel mio cuore da Elliott Smith, che ha scritto una serie di canzoni sorprendentemente amare e sensibili prima di – così pare – pugnalarsi il petto e morire in una pozza di sangue sul pavimento di un appartamento di Los Angeles.

Questo weekend, oltre ai Vaselines e ai Belle and Sebastian, si esibiranno Dean Wareham (ex leader dei Galaxie 500), New Pornographers, Teenage Fanclub, Camera Obscura e un’altra quarantina di gruppi che credono – chi più chi meno – che l’arte possa migliorare la vita delle persone e che da vent’anni sfornano melodiche variazioni sulla musica dei Beatles e dei Velvet Underground. Ringo Starr fece vari concerti estivi nei villaggi Butlin’s con la sua band Rory Storm and The Hurricanes. Uno di questi fu interrotto da una telefonata di John Lennon, che gli proponeva di diventare il batterista dei Beatles. Mentre Lennon avrebbe detto dei Beatles che erano “più grandi di Gesù”, Ringo è sempre rimasto legato alle sue origini: per descrivere il periodo trascorso nell’ashram sul Gange di Maharishi Mahesh Yogi disse che “era un po’ come da Butlin’s”. Oggi il cerchio musicale si è chiuso.

Un piano perfetto
Se si escludono i gabbiani, il paesaggio è più o meno come me l’aspettavo: una rappresentazione esteriore delle vite interiori di anime sensibili che preferiscono i sussulti emotivi dell’adolescenza alle più levigate delusioni dell’età adulta. La mia esperienza del mondo è stata modellata tanto dalla musica pop quanto dalle persone che ho incontrato, ed è una cosa che ammetto senza capire bene cosa significa o dove mi porterà. Il fatto che le canzoni, a differenza dei film e dei romanzi, non abbiano trame vere e proprie, mi lascia incerto e a disagio, come immagino capiti a chiunque abbia preferito la musica rock a forme d’arte più tradizionali. Ho sempre seguito con attenzione la vita di quegli artisti che hanno raggiunto la quarantina cantando di dubbi e nostalgia e che alle aspirazioni trascendentali giovanili hanno sostituito la consolazione del pop. Come esplorare il senso e il valore di questa tecnica? Ridicolizzando bonariamente l’estetica della tristezza irrevocabile fornendo un chiaro esempio dell’oggetto stesso del mio scherno e, per coronare il tutto, bevendo un tè con i Vaselines. Ecco il mio piano, elaborato durante il viaggio in treno da Londra mentre contemplavo la congiunzione naturale ma pur sempre sconcertante tra un pesante cielo d’inverno e l’erba verde e rigogliosa.

Sulla copertina di Tigermilk (1996), il primo album dei Belle and Sebastian, c’è una foto in bianco e nero di una ragazza con i capelli corti e neri, una versione modesta dell’attrice Jean Seberg in Fino all’ultimo respiro. Nuda, tranne che per un orologio anni sessanta al polso, è seduta in una vasca bianca e allatta al seno un tigrotto di peluche. La vasca è vuota e il tigrotto è un giocattolo, un oggetto di desiderio infantile. I vari elementi della foto sembrano suggerire la soluzione di un enigma: in amore, il tempismo è tutto.

Ricordo di essermi fissato su Seeing other people, una canzone del loro secondo album, If you’re feeling sinister (1996), in parte perché non riuscivo a capire cosa c’entrasse l’introduzione al pianoforte – che dura circa trenta secondi – con il resto della canzone. Quell’accostamento sembrava al tempo stesso necessario e privo di senso. Stuart alza le spalle. “Basta mettere tutto insieme”, dice, calcolando che deve aver scritto l’introduzione una settimana prima del testo. “Ti avverto, questo non è un approccio produttivo quando si parla di canzoni”, aggiunge. “Se non posso spiegartelo meglio di così è proprio perché è diventata una canzone”.

Nelle canzoni di Stuart nessuno vuole crescere. La speranza di mantenere il più a lungo possibile l’immediatezza emotiva della gioventù è un po’ una posa e un po’ autentica, forse perché i suoi personaggi prediligono il sentimento a qualsiasi altra forma di esperienza, o forse perché sono bloccati. La ragazza della canzone Marx and Engels era un miscuglio di tutte le ragazze in Doc Martens e gonna lunga fino al ginocchio che vendevano il giornale Socialist Worker davanti alla stazione della metropolitana accanto alla casa dello studente della Queen Margaret University di Edimburgo. La lavanderia a gettone nella casa dello studente lo ispirava, ricorda Stuart. “Ci andavo in continuazione, a un certo punto ero diventato ridicolo”. All’epoca, racconta, parole e musica sgorgavano in modo confuso e inarrestabile. Poi, tra il 2002 e il 2003, la tecnica ha preso il sopravvento. Oggi Stuart si interessa tanto alle possibilità latenti di una canzone brutta quanto al piacere di scriverne una bella. “Ho rattoppato pezzi che non dicevano quasi niente”, dice. “Alcuni sono entrati in un album. Ma appena finisco il lavoro sul disco li mollo, perché so che non hanno cuore”.

Davanti al palco
Torniamo verso il palco principale appena in tempo per vedere gli Zombies, che negli anni sessanta cantavano She’s not there e Time of the season. Rod Argent, lo stravagante tastierista e autore dei testi del gruppo, ha anche avuto un successo incredibile con Hold your head up, un motivetto alla tastiera di rara stupidità. Tutti sanno che gli Zombies sono importanti nella storia dell’indie rock, anche se dal vivo sono penosi. I teatrali gesti di esortazione del cantante mi fanno sentire come un cane in uno spettacolo da circo. O forse il cane è lui.

Davanti al palco, tra un’esibizione e l’altra, americani e scozzesi si mescolano agli studenti d’arte londinesi, tutti concentrati sui loro cellulari. Sono dilaniati tra la consolazione di essere uniti nell’oscurità e una nuova, profonda connessione neurale in cui nessuno è mai davvero solo pur rimanendo un atomo distinto.

Il silenzio è riempito da un disco di Neil Young and Crazy Horse che suonano Cortez the killer, con i suoi lenti, dolenti e preistorici riff. Stuart Murdoch è qui con Marisa per sentire The Go! Team, che esplodono sul palco con l’energia di una lezione di aerobica mattutina a Lower Manhattan. Il gruppo è guidato da una spumeggiante ragazza nera in canottiera bianca che saltella rappando come ai vecchi tempi davanti a tre tizi bianchi e secchi (due chitarristi e un bassista), a una ragazza giapponese alla batteria e a un’altra ragazza giapponese alla chitarra. Dopo ogni canzone, vari membri del gruppo si scambiano gli strumenti. La chitarrista, il cui berretto di lana munito di pompon penzolanti la ripara dagli sguardi intrusivi della folla, scivola sulle ginocchia triturando accordi alla Hendrix mentre sul retro luci di scena con stelle a sei punte lampeggiano come resti di un bar mitzvah al mare. Qualcosa, nel culto tutto britannico dell’erudizione pop, dà vita a idee deliziosamente frizzanti che, per me, durano sì e no cinque minuti. Gli stili si scontrano, a volte ne esce un singolo di successo, altrimenti finiscono tutti a suonare in un bar.

Tornando verso il bungalow uso lo schermo del mio cellulare come guida. Al buio diventa una piccola torcia, penso. Magari può anche farmi un maglioncino che mi terrà caldo.

Le parole non sono un gioco
Il torneo di Scarabeo si svolge al Crazy Horse, versione inglese di un saloon del Far West. Compro il mio primo irish whisky del mattino al bar Young Dudes e mi guardo intorno. La stanza è occupata da un centinaio di tavolini da gioco, ognuno dei quali è dotato di due, tre o quattro esili sedie pieghevoli con i sedili di plastica verde ospedale. Sulle decine di tavoli rimasti vuoti uno squilibrato ha creato una serie di pile perfettamente geometriche di microscopici stampi di alluminio, che contengono rinsecchite crostatine alla frutta.

Per quelli che evitano lo Scarabeo ci sono giochi come la battaglia navale. Io odio lo Scarabeo per lo stesso motivo per cui lo odiano tutti quelli che lo odiano, e cioè perché sono una sega, e poi perché le parole non sono un gioco. Un’unica parola può distruggere una persona, la sua fede nel prossimo e altre importanti risorse. Chi ne è consapevole non sprecherà mai delle parole su un tabellone di Scarabeo.
Mentre le tessere dello Scarabeo vengono mescolate, un dj mette una triste musica romantica. Ha la barba, gli occhiali, una sciarpa e un cappotto di lana, come tutti gli uomini nella stanza. Dal rumore delle tessere sbattute l’una contro l’altra sembrerebbe che dentro il sacchetto stia succedendo qualcosa di losco. Il vincitore del torneo affronterà Stuart Murdoch. Se lo batterà, vincerà un viaggio per andare a vedere i Belle and Sebastian a Barcellona. Se perderà, andrà a vederli a Londra.

La sera prima mi sono ubriacato con Brian e Sarah, una coppia cresciuta con Stuart in Scozia. Ora ci fermiamo insieme per il bingo, che qui è uno strano incrocio tra un salace spettacolo di music hall e un gioco letterario, in cui le persone vincono dei libri. Il banditore con le guance colorite estrae un numero e recita il brano di un libro. “William Burroughs”, urla qualcuno. “La metamorfosi”, mormora Brian. Dopo altre due risposte sbagliate, qualcuno grida “La metamorfosi” e vince una copia del libro. Sarah si gira verso Brian e chiede: “Perché non hai risposto?”. Lui ha un’aria afflitta: “Perché sono timido”, risponde. Il banditore estrae altri numeri. “Cenerentola è di nuovo nella merda”, dice, “dodici”. Risata generale. “Barry White si fa fare un pompino da un’anatra, ottantadue”. Risata generale più forte. “Svegliarsi in un monolocale con la puzza d’erba addosso, ventitré”. “Barry White s’incula un’anatra, ventotto”.

Al piano di sopra, Edwyn Collins sta cantando un medley di hit degli Orange Juice accompagnato dai Teen­age Fanclub. Come bis fa Blue boy, che – mi assicura uno scozzese sbronzo – è uno dei dieci più grandi capolavori mai creati dall’uomo. Ho la sensazione che ogni volta che ricomincio ad amare il rock il mio cantante preferito si uccide oppure m’imbatto in un coglione tipo questo tizio.

Estetica dei perdenti
Quelli dell’organizzazione di Atp dicono che il pass per il backstage che mi hanno appena dato non esiste, e questo riassume abbastanza bene la loro estetica dei perdenti che diventano fighi ma continuano ad alimentare l’estetica da perdenti per mostrare che sono al tempo stesso più fighi e più umani degli altri. “Io vi conosco, stronzi”, spiegava Kurt Cobain nel suo biglietto di addio, l’ultima opera di un genio incapace di trovare una via di uscita da una fase particolarmente spinosa della dialettica della figaggine. Stasera per cena, nella sala da pranzo dei fighi, servono coq au vin, purè e insalata. Edwyn Collins è in compagnia di Carl Newman dei New Pornographers e di Norman Blake dei Teenage Fanclub. I Dirty Projectors si sono presi un tavolo tutto per loro. L’unico che mangia da solo, qui, sono io.

M’incontro con Dean Wareham in un finto pub irlandese frequentato soprattutto da scozzesi. Quando gli chiedo di descrivere l’influenza della sua musica sugli artisti più giovani, risponde: “Credo abbia permesso alle persone di mostrarsi sensibili e fare musica più tranquilla”. Mi spiega che per lui era essenziale non essere lamentoso, io ribatto che la cosa che mi piaceva di più dei Galaxie 500 era che erano lamentosi. “Sì, è una linea sottile”, ammette. Poi mi racconta che l’idea di Tugboat (rimorchiatore) – che mi è sempre piaciuta, perché evoca un sostegno robusto in momenti emotivamente delicati – l’ha presa da un articolo in cui si diceva che Sterling Morrison dei Velvet Underground era stato comandante di rimorchiatore. Improvvisamente capisco il senso della canzone: Wareham trovava i Velvet Underground fighi. Gli chiedo perché non ha mai scritto una vera seconda strofa. “Ero incredibilmente pigro all’epoca, o forse ero compiaciuto”, risponde. “Vivevo a Boston”.

È sabato sera, e dal palco Stuart sta guidando quattromila fan in maglione e cappotto in una “passeggiata attraverso le tre età dei Belle and Sebastian”. Sembra il simpatico responsabile di un campo estivo intento a spiegare ai ragazzi il linguaggio della tristezza e della delusione, che si è sviluppato in reazione a una condizione emotiva e sociale ancora estranea agli antidepressivi, e che per questo ora appare remoto quanto i colletti rigidi dei dandy di fine ottocento. Oggi la tristezza è una semplice scelta. Una scelta fatta da persone che rifiutano i limiti imposti al loro campo d’azione e decidono di non fare nulla.

Stuart attacca Stars of track and field e i ragazzi emarginati del pubblico lanciano sguardi d’amore ai ragazzi fighi, che si muovono con aria disinvolta. Accanto a me una ragazza con un berretto di lana nero e un bracciale d’argento ondeggia su e giù con gli occhi socchiusi, immersa nella magia del cha cha cha dei perdenti.

Stuart invita il pubblico a battere le mani a tempo, poi fa salire sul palco una selezione di battimani e, alla fine della canzone, comincia a distribuire medaglie a ognuno di loro. Quando arriva a un tizio ciccione in fondo alla fila, non ci sono più medaglie. Il pubblico scoppia a ridere, poi tutti si sentono in colpa. Stuart è mortificato. “Ora te ne troviamo una, campione, ok?”, lo rassicura. “Da qualche parte ce l’abbiamo”. I ragazzi scendono saltellando allegramente con le loro medaglie. Hanno vinto tutti, tranne il ciccione. Stuart lancia la sua sciarpa e manda un bacio alla folla: “Godetevi il resto del weekend, stronzetti”.

Approfitto del mio pass per vagare nel labirinto dei camerini dietro il secondo palco. Sto cercando quello dei New Pornographers, dove dovrei incontrare Carl Newman, il cantante e compositore del gruppo. I suoi seguaci (The Shins, Death Cab for Cutie, Bonnie “Prince” Billy) ne hanno ripreso l’approccio emotivo e la sofferta voce da soprano. Oggi Newman si sente vicino a classici dei primi anni sessanta come Jimmy Webb e Burt Bacharach. “Certo, uno evita di dire: ‘Mi piace da morire Dionne Warwick!’”, ammette. “Però quelle canzoni sono pazzesche”.

Il giorno dopo
Domenica mattina mi sveglio accolto da un pallido sole e dalle grida dei gabbiani. Passo accanto a scozzesi ubriachi di prima mattina che giocano a minigolf e mi dirigo verso la finale del torneo di Scarabeo. Alistair, il favorito, indossa un paio di jeans, scarpe Hush Puppies e un golf a girocollo, l’uniforme di un noioso mammone borghese che frequenta un’università privata e conquisterà una ragazza grazie alla sua stabilità sentimentale e alle sue decenti prospettive di lavoro. Sarah, la sua avversaria, indossa una maglia sintetica rossa con una renna bianca. In svantaggio di 70 punti, Alistair usa tutte le sue tessere e compone una parola da 94 punti. “Mi ha battuto. Se lo merita”, dice Sarah, con il tono di chi sa perdere.

Mi siedo a chiacchierare con Sarah Martin, la voce femminile dei Belle and Sebastian, nella speranza di capire perché Stuart scrive canzoni così tristi. A quanto pare tutto è dovuto a una lunga malattia – una qualche forma di sindrome da fatica cronica – e a un temperamento romantico che ha trovato la sua espressione più movimentata nella storia tra Stuart e Isobel Camp­bell. Sarah è stata una testimone diretta di quella storia. “All’inizio, Isobel era la presenza femminile nel gruppo”, ricorda. “La cosa positiva era che Stuart la sosteneva molto. Ma a lei non bastava. Isobel non è una che segue. Preferisce fare le cose per conto suo”. Gli alti e bassi di Stuart e Isobel a volte erano difficili da sopportare, ammette Sarah. Il suo viso sincero da inglese è totalmente privo di emozioni, il che tradisce la sua disapprovazione. “Ci stroncavano in una recensione e Isobel se ne andava in mezzo a un concerto. Poi Stuart le correva dietro. È capitato un bel po’ di volte che Stuart lasciasse il palco per inseguire Isobel”.

Sarah si considera una persona senza grandi idee, che si realizza favorendo la creatività degli altri. “Mi piace cantare le canzoni di Stuart”, dice, e spiega di aver scelto il ruolo di strumento ben accordato delle passioni altrui. “Sono ricche di sentimento. Secondo me Stuart sa creare splendide melodie e splendidi testi”, aggiunge. “Lui dice che non è più bravo come una volta, ma non sono d’accordo”.

Stuart Murdoch arriva con il suo trench blu marino e una bottiglia di Bushmills nella mano destra. Mette con cautela la bottiglia in una borsa e si siede per la partita di Scarabeo. “Buona fortuna”, dice Stuart ad Alistair. Alla fine il punteggio è 429 per Alistair e 260 per Stuart. La parola preferita di Stuart, tra quelle che ha composto, è “igloo”. Quella di Alistair è “aboma”, un serpente dell’America Latina. “Non so cosa vogliono dire”, spiega. “So solo che sono parole”.

Il culto delle emozioni
Quando torno nel mio bungalow a Surfer’s Point trovo tre uccelli marini appollaiati sul tetto. Quello più vicino al bordo ha un’aria particolarmente aggressiva. Mi fermo fuori, fumo una sigaretta e li fisso a mia volta. Una ragazza passa lì vicino, nota l’uccello con la testa inclinata e il becco proteso e stringe il braccio del suo accompagnatore. “Fa paura”, dice. Poco distante, un uccello marino con il piumaggio marrone simile a quello di un’anatra tuba dolcemente verso la compagna. Fumo un’altra sigaretta, poi entro nel bungalow e rifletto sul mio rapporto con il culto delle emozioni eccessive o dell’assenza di emozioni, e sull’attenzione che le emozioni – che parola trita – meritano davvero. Nonostante tutte queste riflessioni, le emozioni non scompaiono.

Metto le cuffie e ascolto We rule the school, la mia canzone preferita dei Belle and Sebastian. L’attacco è molto bello – un saggio di pianoforte da scuola elementare – e afferma il primato del desiderio di prolungare le prime, pure emozioni dell’adolescenza nell’età adulta finché è possibile, a prescindere da quanto quelle emozioni possano essere state dolorose all’epoca e quanto possa essere doloroso rimanervi aggrappato. Stuart canta con la sua voce struggentemente dolce e insolente, accompagnato da un violoncello lento e melenso: “Fa’ qualcosa di bello finché puoi. Non ti addormentare”. Due frasi che per me sono quanto di più vicino ci sia a un motto. Quello che amo, in questa musica ingegnosa e al tempo stesso non originale, è l’insistenza sulla consapevolezza della propria condizione, e il fatto che ai piaceri dell’oblio e della trascendenza venga preferita la consolazione della sconfitta. “Chiamami profeta se vuoi”, canta Stuart, con una voce diffidente e bruscamente assertiva, che sale fino a raggiungere i toni alti e cristallini che più di ogni altra cosa caratterizzano la musica di questo week­end. “Lo sai, il mondo è fatto per gli uomini. Lo sai, il mondo è fatto per gli uomini. Lo sai, il mondo è fatto per gli uomini. Non per noi”.

Fumo un’altra sigaretta, bevo un altro whisky, faccio una telefonata, poi esco. Abituarsi al tempo ininterrottamente grigio e freddo è facile una volta che un certo livello di depressione comincia a sembrarti normale. “Dove cazzo sono?”, chiede un ragazzo, vagando sotto un cavo del telefono coperto di gabbiani.

Raggiungo l’ufficio di produzione di Atp e mi siedo su un freddo divano di vinile ad aspettare Eugene Kelly e Frances McKee, i Vaselines. Aria elegante, visi segnati dal tempo, camminano con il passo rigido e innaturale di chi è appena emerso dal sedile posteriore di una macchina. Eugene ha i capelli grigi e il portamento regale di un barista. Frances è celtica, e si vede dai suoi colori e dal suo temperamento. Entrambi lanciano spesso battute pungenti. In un angolo, noto dei rotoli di carta igienica, una pila di bicchierini da caffè di plastica e un mucchio di bustine di tè usate.

Ci sediamo e decantiamo le qualità della stufetta, che piazzo accanto a un cestino di plastica nero pieno di carta. “Eravamo quasi una leggenda, poi abbiamo rovinato tutto tornando in scena”, mi dice Eugene. Mi accorgo che il cestino sta fondendo. “Comunque non abbiamo fatto molti concerti”, aggiunge, rimanendo ritto e impassibile mentre scatto in avanti per allontanare la plastica puzzolente dalla sua gamba. “Non riuscivo quasi più a suonare il mio strumento”. Quando gli chiedo di descrivere la musica dei Vaselines, dice “ubriaca ed esuberante”, ma Frances obietta, proponendo “suicida”. Gli chiedo della versione di Molly’s lips di Kurt Cobain. “L’ha sfrondata molto e l’ha resa punk”, dice Frances. “Quando l’ho sentita ero sorpreso”, ricorda Eugene. “Ma era comunque la mia canzone”.

Molte canzoni dei Vaselines sono nate con Frances che raccontava cose che le erano capitate, e Eugene che trasformava i suoi racconti in un testo. Chiedo a Frances se ora che ha dei figli vede i ragazzi nel pubblico con occhio diverso. Annuisce. “A Vancouver c’era una ragazza vicino al palco, la stavano schiacciando. Continuavo a segnalarla agli addetti alla sicurezza”, ricorda. “Avrei voluto portarla nel backstage, darle una tazza di tè, abbracciarla e prendermi cura di lei. E poi me la sarei scopata”, aggiunge. “Avrebbe passato una serata eccezionale”. Non posso fare a meno di dirle che i Vaselines sono il mio gruppo preferito, e Frances ricambia con un sorriso amorevole, quasi materno. “Allora ti va una trombatina?”, chiede allegramente.

In uno degli ultimi concerti del weekend Frances McKee si rivolge ai 4.500 presenti. “Chi di voi si sente fragile? Chi si sente una merda? Chi si fa scopare? Chi ha voglia di una scopata?”. Pausa. “Io voglio essere scopata”, dice. “Quando qualcuno mi ama. E mi rispetta”.

Eugene introduce il pezzo seguente: “Questo è un po’ cupo e sinistro. Per cui non esitate a masturbarvi, tanto per scaldarvi”. Le emozioni all’origine dei brani migliori dei Vaselines sono di Frances. Quando suonano Molly’s lips, con le stelle gialle e rosse proiettate dietro i musicisti, nell’aria qualcosa cambia. Il pubblico è risucchiato indietro, ai tempi del gelido appartamento scozzese dove Eugene e Frances hanno scritto la canzone sull’attrice stramba, che Kurt Cobain avrebbe ascoltato a 7.300 chilometri da lì, nella sua gelida casa di legno di Aberdeen, nello stato di Washington. Cobain si è identificato con le emozioni di Molly’s lips e ha accentuato la rabbia, trasformando la musica dei Vaselines nella base di una nuova estetica pop.

È il turno di Frances. “Dato che è domenica, suoneremo una canzone dedicata a nostro signore Gesù Cristo”, dice, prima di attaccare i suoi pacati versi di rifiuto e disprezzo. Mi stupisco della delicatezza di Jesus doesn’t want me for a sunbeam. Approfittando del momento, Frances pubblicizza il loro nuovo album. “Se volete potete comprarlo”, annuncia. “Oppure ve lo potete ficcare in culo”. Un momento come un altro per chiudere il concerto, che invece va avanti.

Al banco del merchandising, in fondo al tendone, Barry Hogan è esaurito dal lavoro organizzativo per questo weekend di concerti, del quale ha venduto 4.500 biglietti sui 5.500 disponibili. Vediamo passare Eugene Kelly, che con i suoi stivali di pelle nera e il cappotto lungo nero sembra un impresario delle pompe funebri. “Non sai quanto vorrei che Neil Young venisse a suonare qui”, dice Barry. “Ma è inutile sperarci”.

Atp è un’attività economica, dice Barry, ma è soprattutto altro: un’esperienza sull’estetica dell’essere fan e sui modi in cui possiamo ricreare il passato. “La musica nuova fa quasi tutta schifo. È importante che i musicisti possano suonare le loro canzoni come facevano nei vecchi album”, sostiene Barry con la sua voce stridula, che mi fa ripiombare nella tristezza. “Ho provato a convincere Echo & the Bunnymen a rifare dal vivo Porcupine. Era una bella idea, e infatti l’hanno presa e hanno fatto da soli. Ma Ian non ce la fa più con le note alte”, dice. “Quindi, se sta leggendo questo articolo: ‘Vaffanculo, Ian McCulloch’”, lancia in tono furioso e compiaciuto al tempo stesso. “Vaffanculo. Sei un disonesto. Sei un pezzo di merda. Sei un coglione. Avresti fatto meglio a farlo con noi”.

Traduzione di Francesca Spinelli.

Illustrazione di Francesca Ghermandi.

Internazionale, numero 904, 1 luglio 2011

David Samuels è un giornalista statunitense. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Paparazzi. Questo articolo è uscito su Harper’s Magazine con il titolo Underachievers please try harder.

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