I Kula Shaker: da sinistra, Paul Winterhart, Alonza Bevan, Crispian Mills e Harry Broadbent.
  • 03 Mar 2016 10.32

I Kula Shaker raccontano il nuovo album K 2.0

03 marzo 2016 10:32

In Italia è difficile trovare tanti fan dei Kula Shaker. Quello della band londinese è un seguito di nicchia. Ma non è sempre stato così. Nel 1996 K, l’album d’esordio del gruppo guidato da Crispian Mills, è stato un caso discografico, arrivando primo nella classifica del Regno Unito e aprendo alla band la strada del successo verso il resto del mondo.

I Kula Shaker, per un paio d’anni, sembravano in grado di ereditare il successo di altre band britanniche come Blur e Oasis, anche se facevano una musica abbastanza diversa dal cosiddetto britpop. Poi qualcosa si è inceppato. Il secondo disco, Peasants, pigs and astronauts, non è riuscito a ripetere il successo del primo, nonostante fosse un ottimo album, e dopo poco tempo la band si è sciolta. Nel 2004 il gruppo si è riunito, ricominciando a pubblicare musica, seppur con minor frequenza.

Risentito a distanza di anni, K conferma tutti i suoi pregi: belle melodie, uno stile nostalgico ma onesto, una felice contaminazione tra la musica tradizionale indiana e il rock britannico. E almeno un paio di canzoni di livello assoluto: su tutte Govinda, l’unico singolo cantato integralmente in sanscrito ad essere entrato nella top ten britannica.

Si parla di passato, ma non è per snobbare il nuovo album K 2.0, pubblicato il 12 febbraio dopo sei anni di silenzio. Anzi. È proprio che tra K e K 2.0 c’è un legame che va al di là del titolo. Non è un caso che Infinite sun, la canzone che apre il nuovo disco, sia stata scritta vent’anni fa. “È una vecchia gemma, la suonavamo ai nostri primi festival in Inghilterra quando eravamo giovani”, dice la band. Il brano mescola le influenze induiste con i canti dei nativi indiani e, naturalmente, le melodie beatlesiane da sempre care ai Kula Shaker.

K 2.0, come dichiara la stessa band, è la chiusura del cerchio aperto all’inizio. La scelta pubblicare in occasione del ventesimo anniversario dell’uscita di K, che cadrà a settembre, è un’altro indizio. Le influenze indiane, nei testi e nella musica, sono sempre in primo piano. Il brano di chiusura del disco, Mountain lifter, è la sintesi della musica dei Kula Shaker di ieri e di oggi: il testo è ispirato alla storia di Krishna e della montagna Govardhan, la musica è sospesa tra folk e prog rock.

Abbiamo incontrato i Kula Shaker poche ore prima del loro concerto all’Orion di Ciampino, in provincia di Roma, per farci raccontare com’è nato il loro ultimo disco. All’intervista erano presenti Crispian Mills, cantante e chitarrista, e Paul Winterhart, batterista. Per Mills, leader e autore di quasi tutte le canzoni del gruppo, il tempo non sembra essere passato. Il suo caschetto biondo è solo un po’ più corto, ma è rimasto quasi uguale.


Il tour della band è partito il 13 febbraio dal Regno Unito e ha toccato l’Italia per due date: Milano e Ciampino. La scaletta dei concerti raccoglie il meglio del repertorio passato e al momento solo un paio di canzoni nuove (Infinite sun e Mountain lifter). Mills e Winterhart hanno confermato a Internazionale che aggiungeranno altre date alla tournée la prossima estate e torneranno nel nostro paese. “Suoneremo a un festival in Italia, lo annunceremo presto”, hanno dichiarato senza dare altri dettagli.

Il pubblico italiano è uno di quelli europei più affezionati ai Kula Shaker , una cosa che capita con molte band britanniche degli anni novanta. Ed è curioso sentire a Ciampino delle persone cantare a squarciagola un pezzo in sanscrito come Govinda. Anche la band è rimasta un po’ sorpresa dall’accoglienza ricevuta.


La band non si è mai sentita molto vicina al britpop, il genere inventato dalla stampa britannica per etichettare il pop rock britannico degli anni novanta. Né si è mai sentita in competizione con gli Oasis e i Blur.

“Non ci siamo mai sentiti emotivamente legati a queste band e non li conoscevamo di persona”, spiega Crispian Mills. “Il nostro riferimento è sempre stato il rock degli anni sessanta e settanta. Negli anni novanta guardavamo più agli Stati Uniti: Nirvana, Soundgarden, Beck e Faith No More. Ma quello è stato un periodo positivo per la musica britannica, perché le etichette discografiche investivano su band che scrivevano e suonavano i loro pezzi. Dal 2000 in poi invece l’industria si è buttata sui cantautori e sul pop, con un team di autori in grado di scrivere canzoni semplici e dal successo assicurato”.

I Kula Shaker hanno in programma di pubblicare nuova musica dopo K 2.0. Si tratterà di un ep o, come lo definisce scherzosamente Mills, un et. “Uscirà un disco che raccoglie altre canzoni registrate negli ultimi anni che non sono state incluse nell’ultimo disco. Sarà un et, una raccolta di extra tracks”. Potrebbe essere il primo di una serie di pubblicazioni sparse nei prossimi mesi.

Il gruppo, come tanti altri musicisti oggi, crede ancora che sia importante pubblicare album, ma sta cercando di adattarsi al mercato, ormai dominato dai servizi di streaming come Spotify e Apple Music.


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