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Paul Kennedy

Nato nel 1945 a Wallsend, in Gran Bretagna, è professore di storia alla Yale University.

Perché il dollaro non è più il numero uno

  • 19 giugno 2011
  • 09.43

Chi legge gli editoriali, le pagine delle lettere e anche gli inserti dei giornali finanziari (The Wall Street Journal, Financial Times, The Economist) si sarà accorto che in queste settimane c’è un dibattito interessante tra banchieri ed economisti su come potrebbe diventare il mondo se il dollaro perdesse il suo status speciale di unica valuta di riserva mondiale e diventasse solo una delle tre: dollaro, euro e renminbi (o yuan che dir si voglia).

Il dibattito è stato rilanciato il 17 maggio da una “riflessione” della Banca mondiale sui nuovi equilibri economici globali, che si creano via via che alcuni paesi emergenti (Brasile, Indonesia, Corea del Sud, India, eccetera) diventano locomotive della crescita economica del pianeta e gli scambi finanziari tra questi paesi smettono di essere dipendenti dal dollaro, per avviarsi verso un regime in cui le valute di riserva saranno almeno tre. Come suggeriva lo stesso giorno il Financial Times, sta tramontando l’era del primato del dollaro.

In uno speciale sull’ascesa finanziaria della Cina, pubblicato dal Wall Street Journal, si lascia intendere che visto il suo incessante apprezzamento il renminbi potrebbe conquistare presto lo status di valuta di riserva. Un fatto che riscuote più attenzione da quando, il 2 giugno, Moody’s ha detto che potrebbe declassare il rating del governo statunitense se non riporterà sotto controllo il suo colossale deficit.

Proviamo per un attimo a metter da parte la nostra incredulità sulla possibilità che nel 2025 il mondo si ritrovi davvero con tre valute di riserva di pari forza. C’è da farsi venire il mal di testa, a forza di leggere questi editoriali pedanti, scritti per “dimostrare” che il biglietto verde conserverà la sua posizione inattaccabile. Ammettiamo invece che entro il 2025 i governi, le banche nazionali e quelle private, gli operatori di borsa, le multinazionali, le società petrolifere e i cittadini vivranno in un mondo con più di una valuta di riserva in cui accantonare le loro scorte di liquidità. Cosa succederebbe? Be’, posso solo fare delle ipotesi teoriche.

La transizione avverrebbe sicuramente con gravi turbolenze finanziarie, perché nella storia non è mai successo che un sistema internazionale sia passato da una struttura a un’altra serenamente, senza vincitori né vinti. Da un certo punto di vista, infatti, potrebbero rimetterci perfino gli ipotetici vincitori, cioè l’euro e il renminbi, che vedrebbero crescere il proprio status. Questo perché si vedrebbero scaricare addosso le gravose responsabilità internazionali che il tesoro statunitense e la Federal reserve hanno sopportato per settant’anni.

I vincitori sarebbero innanzitutto i trader, cioè gli operatori valutari senza scrupoli che, nel nostro mondo senza confini, non conoscono fedeltà di bandiera e passano la giornata alla ricerca di un guadagno immediato. Sono loro che hanno praticamente cancellato dai mercati delle materie prime qualsiasi razionalità: oggi infatti uno non compra futures sul rame perché produce filo di rame, li compra per rivenderli il giorno dopo con un profitto del 15 per cento. I trader hanno poteri allarmanti: possono condurre i loro scambi in modo da nuocere a una valuta e possono provocare brusche oscillazioni dei prezzi del trasporto merci a livello mondiale. Figuratevi se non si leccano i baffi alla prospettiva di poter giocare non con una, ma con tre valute.

E non ci sono solo loro. Non credete, infatti, che anche ai prudenti gestori del fondo sovrano di Dubai piacerebbe essere meno dipendenti da un’unica valuta? E il fondo pensioni dei dipendenti statali norvegesi? Perché non ridurre i rischi delle proprie scommesse distribuendo le puntate su più cavalli? In fondo, di qui al 2025 le tre economie di gran lunga più grandi del mondo saranno gli Stati Uniti, l’Unione europea e la Cina, quindi perché una sola dovrebbe portare il peso dell’unica valuta di riserva? Già oggi solo il 61 per cento delle riserve straniere è in dollari, e la percentuale si abbassa ogni anno. Per gli Stati Uniti magari sarà anche un sollievo non accollarsi come un titano stanco tutto il peso della valuta di riserva. Ma la transizione comporterà comunque un costo.

Washington dovrà dire addio ai tempi in cui poteva risolvere il problema del suo deficit colossale stampando altri dollari, mentre gli altri paesi non potevano farlo. Quel giorno il resto del mondo avrà altre scelte, e Moody’s e le altre agenzie di rating potrebbero continuare a declassare gli Stati Uniti, trasformandoli in un paese normale, che dovrebbe – orrore! – adottare le stesse regole di economia su tasse, spesa pubblica e deficit di altri paesi, come la Germania o la Svizzera. Insomma, non sarà una passeggiata, e l’incapacità dei politici statunitensi di pensare in modo strategico su questo tema rischia di affrettare ancora di più questo nuovo ordine mondiale, instabile e forse anche ostile.

Quindi, per il futuro del nostro pianeta, quegli articoli dei giornali finanziari pieni di tecnicismi potrebbero essere più importanti del nuovo modello di iPod, che ci sommerge con la sua pubblicità. In fondo sono le monete, non gli iPod, che fanno girare il mondo.

Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 902, 17 giugno 2011

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