Internazionale

mercoledì 23 maggio 2012 aggiornato alle 19.50

Le correzioni

Refusi

  • 5 novembre 2010
  • 08.29

Quella dell’870 era una di quelle settimane che te le pregusti.
Sette pagine sui primi due anni della presidenza Obama, un bell’articolo del corrispondente dalla Casa Bianca per il New York Times. L’avevi aggredito già al secondo paragrafo, e d’accordo con la traduttrice avevi sostituito quel passato remoto faticoso con uno smagliante presente storico. Avevi fatto del tuo meglio per rendere in italiano il politichese un po’ ammiccante della lingua originale. Avevi controllato nomi, citazioni, numeri e date. La copy editor aveva fatto il resto: aggiustato i passaggi farraginosi, suggerito un paio di tagli molto opportuni e scovato almeno un errore (chissà perché il glass half empty era diventato un bicchiere mezzo pieno, invece che mezzo vuoto, p. 47). Avevi inserito le correzioni, stampato tutto e passato le pagine al vicedirettore, che le aveva controllate di nuovo. Pure il direttore le aveva lette, lasciando le sue tracce inconfondibili con il pennarellino rosso. Avevi accolto gli ultimi aggiustamenti e ristampato l’articolo per la correttrice di bozze, inserito le correzioni, eliminato i doppi spazi, fatto il controllo ortografico con il correttore automatico.

Possibile che non te ne sei accorta? Sotto al titolo c’era scritto, in corpo 13, New Yok invece di New York (p. 44).

Possibile.

Non se ne sono accorti neanche tutti gli altri, più un paio che non ho citato. Per un totale di sette persone.

Il mondo dei refusi può essere misterioso e sorprendente. A volte un errore clamoroso si nasconde nella più banale delle frasi.
Guardate qua:

L’avete trovato?

L’articolo “la” è ripetuto due volte.
Se il francese è la vostra lingua madre probabilmente ci avete messo un po’ ad accorgervene. Quando leggiamo un testo nella nostra lingua madre gli occhi non hanno bisogno di soffermarsi su ogni singolo carattere, ma procedono a salti puntando alle parole importanti e trascurando quelle secondarie. Leggono quello che basta per capire. Tanto più se è una frase semplice e prevedibile come questa: L’arbre est dans la forêt, l’albero è nella foresta.
L’errore può sfuggirvi facilmente anche se non siete francofoni ma conoscete il francese. Se lo ignorate completamente, invece, vi soffermerete sulle parole una lettera dopo l’altra. E chissà, quella ripetizione potrebbe insospettirvi…
Naturalmente la ripetizione sarebbe più visibile per tutti se in mezzo non ci fosse un a capo. E se provassimo a scriverla usando un altro carattere tipografico? O dei colori?

Leggere, comprendere, vedere, comunicare: Design &Typo, il sito di Peter Gabor a cui ho rubato la scritta ingannatrice, è un luogo stimolante per chi è interessato a esplorare questi territori. Gabor è un grafico di origini ungheresi, figlio d’arte del prolifico tipografo e designer Paul Gabor. Lavora e insegna in Francia.

Noi invece torniamo a New Yok

I copy editor statunitensi quando si parla di refusi – e della loro capacità di ingannarci – citano Mark Twain:

And then there is that other thing: when you think you are reading proof, whereas you are merely reading your own mind; your statement of the thing is full of holes & vacancies but you don’t know it, because you are filling them from your mind as you go along. Sometimes – but not often enough – the printer’s proof-reader saves you – & offends you – with this cold sign in the margin: (?) & you search the passage & find that the insulter is right – it doesn’t say what you thought it did: the gas-fixtures are there, but you didn’t light the jets.

Bello no?

In realtà l’autore delle Avventure di Huckleberry Finn aveva molto da ridire sui suoi editori e sui revisori dei suoi testi. E non aveva particolarmente a cuore l’ortografia. Anzi, la considerava una specie di freno alle possibilità espressive della lingua. Nella sua Autobiografia scriveva:

I never had any large respect for good spelling. That is my feeling yet. Before the spelling-book came with its arbitrary forms, men unconsciously revealed shades of their characters and also added enlightening shades of expression to what they wrote by their spelling, and so it is possible that the spelling-book has been a doubtful benevolence to us.


Mi piacerebbe poter dire che New Yok è il frutto di un’intuizione creativa, ma non lo è e a Mark Twain non piacerebbe, perché non vuol dire niente.

Le potenzialità di una lingua anarchica senza ortografia hanno affascinato molti grandi della letteratura. Eugenio Montale invocò i refusi nei suoi versi (Altri versi, 1980):

La verità e è che nemmeno
l’incorporeo
può eguagliare il tuo cielo
e solo i refusi del cosmo
spropositando dicono qualcosa
che ti riguardi.

Il mondo dei refusi può anche essere divertente. Gli aneddoti si sprecano. Ecco una correzione apparsa recentemente su un sito d’informazione statunitense:

This blog post originally stated that one in three black men who have sex with me is HIV positive. In fact, the statistic applies to black men who have sex with men. Also, the photo caption incorrectly attributed Bayard Rustin’s photo to “Wikipedia Commons.” The correct title is “Wikimedia Commons.”

Nel caso di New Yok, però, non c’è proprio niente da ridere.

La grammatica di about.com, che cita Mark Twain (con un refuso! Walter Besant è diventato Walter Bessant), elenca dieci suggerimenti per una correzione di bozze infallibile.

1. Lasciar passere passare un po’ di tempo tra la scrittura e la rilettura.
2. Controllare un problema per volta, per esempio prima l’ortografia e poi la punteggiatura.
3. Verificare dati, numeri e nomi propri.
4. Stampare il testo e rivederlo su carta.
5. Leggere o far leggere a qualcuno il testo a voce alta.
6. Usare un correttore automatico.
7. Nel dubbio consultare il vocabolario.
8. Leggere parola per parola dalla fine all’inizio.
9. Creare una lista degli errori che si fanno più spesso.
10. Far leggere il testo a qualcun altro.

L’undicesima l’aggiungo io: fare il controllo ortografico automatico non solo sul testo dell’articolo, ma su tutti i testi del documento, compresi i titoli, i sommari e gli occhielli. Sarebbe bastato questo per non guastarsi una settimana cominciata bene.
–zolig

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