Sono tornato parla del fascismo in modo ambiguo

02 febbraio 2018 15:33

Si poteva fare a meno del film Sono tornato, con la regia di Luca Miniero e scritto con Nicola Guaglianone: uno dei primi problemi è che parte da un’idea fin troppo semplice.

Benito Mussolini (Massimo Popolizio, molto di mestiere ma bravo) risorge nei giardini di piazza Vittorio a Roma: è stordito di ritrovarsi nel 2017, ma non ha perso l’ambizione di credersi il duce e di poter riconquistare l’Italia. Se all’inizio è una specie di goffo marziano, e le persone lo scambiano per un matto travestito da Mussolini, dopo poco Andrea Canaletti, giovane e velleitario regista precario (Frank Matano, un’interpretazione disastrosa), capisce il potenziale per trasformarlo in un personaggio famoso, prima su YouTube e poi in tv. A uno strampalato viaggio in Italia postato su internet segue un reality show in prima serata pensato come una paradossale satira politica: Mussolini fa degli stand up semplicemente citando i suoi discorsi più famosi. Le visualizzazioni dei filmati sono milioni, lo show è un successo con uno share alle stelle.


Sono tornato – remake del film tedesco del 2014 Lui è tornato, tratto a suo volta dal romanzo di Timur Vermes del 2012 – quindi alterna parti costruite come una commedia fantapolitica a inserti documentaristici di interviste alla “gente vera” che esprime le sue reazioni di fronte al possibile ritorno di Mussolini, cosicché il film e il programma messo in scena nel film sono un po’ uno il riflesso dell’altro.

Il messaggio è talmente riduttivo che Luca Miniero può sintetizzarlo bene nelle conferenze stampa: oggi se tornasse Mussolini vincerebbe le elezioni, perché l’Italia è essenzialmente, anche a distanza di ottant’anni, un paese fascista. Lo è caratterialmente, per (cattiva) educazione, per inerzia. Mussolini non è altro che la risposta a questo impulso viscerale.

Il fascismo raccontato nel film, nelle parole del duce, nelle sue citazioni, non sembra altro che il populismo di oggi: la sfiducia totale nella democrazia rappresentativa, i partiti, i sindacati, la politica in generale; il desiderio di una dittatura morbida; l’ignoranza storica; il maschilismo; la ferocia televisiva o dei social network nell’acclamare un uomo che arringa la folla e nel gettarlo nella polvere il giorno dopo. A un certo punto di Sono tornato questa equivalenza è addirittura esplicitata: “Molti teatranti hanno provato a imitarmi!”.

Autoassoluzione
Di fatto, la scelta è quella di prescindere da un fascismo storico e di trasfigurarlo in un fascismo immaginato, una sorta di autoritarismo bonario. Un’operazione di autoassoluzione di Mussolini e del fascismo che viene condotta dal film alla luce della tesi che dopo il fascismo l’Italia non è stata molto meglio.

Ecco alcune frasi del personaggio Mussolini, in cerca del consenso del pubblico: “Gli italiani hanno cambiato 63 governi in settant’anni. La democrazia è un cadavere in putrefazione” (di sfondo immagini a caso di Craxi sotto le monetine, della strage di Capaci, del muro di Berlino), “Aveva ragione Hitler a dire che non meritavate un uomo come me. Sono morto per assolvere un’intera classe dirigente”, “L’italiano non ha mai voluto pagare le tasse”, “Eliminerei tutti questi partiti”, o guardando la televisione per la prima volta colonizzata da programmi di cucina “Mi viene da mandare uno di questi cuochi in una cucina da campo in Abissinia, venitemi poi a parlare di frittatine al ribes nero”, e ancora: “Eravate un popolo di analfabeti, dopo 80 anni torno e vi ritrovo un popolo di analfabeti”. Tanti applausi e risate.

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L’interpretazione notevole di Popolizio non può non far proprie queste ambiguità e si ritrova a dover dare vita a un personaggio che non ha la tragicità di un clown, ma la bidimensionalità bonaria di un pagliaccio: assume sempre le pose ducesche (petto in fuori, mascella sollevata, mani ai fianchi), si muove impacciato per il mondo contemporaneo come un mister Magoo arrogante, canta in auto L’italiano di Toto Cutugno fino a immedesimarcisi nonostante il verso “un partigiano come presidente” che però sembra un accenno tutto sommato inessenziale, risulta amabile perché cerca di scroccare una colazione quando può o arraffa quel che trova ai minibar, si commuove ricordando Claretta Petacci.

Ma soprattutto ha un talento: fa da consulente al suo sodale Canaletti-Matano per le questioni sentimentali e lavorative. Lo sprona a comportarsi da maschio e non da rammollito e così Canaletti riesce a rimorchiare una sua collega. Gli dà uno schiaffo per esortarlo ad alzare la testa con il suo capo e così Canaletti prende coraggio e fa una scenata in ufficio e riesce a ottenere il riconoscimento che voleva. Il sottinteso è che essere fascisti vuol dire farsi valere, mostrarsi duri in un mondo debosciato, “voi tutti schiavi e chini sui social network”.

Sono tornato diventa un’opera di revisionismo soft che racconta il fascismo per quello che non è stato

Perché addentrarci però in quest’analisi di Sono tornato e non considerarlo come un prodotto tutto sommato innocuo? Per diverse ragioni. La prima è che esce in piena campagna elettorale – i manifesti giganti del film a piazza Venezia, per dire – e il suo lancio (400 copie, non poche) cerca di sfruttare il momento per attirare spettatori su una commedia che parla di politica in modo semplicistico e ambiguo. La seconda è che chiaramente è un film costruito anche per un pubblico giovanile: la presenza di Frank Matano serve a confezionare il film come una specie di gioco irrisorio. Così Sono tornato diventa, non del tutto suo malgrado, un’opera di revisionismo soft, che racconta il fascismo per quello che non è stato: un populismo con alcuni eccessi.

Si prova un brivido quando per esempio Miniero e Guaglianone citano Matteotti: “Indicatemi la strada per casa mia”, chiede Mussolini. “Deve prendere un autobus qui, a piazza Matteotti”, “Piuttosto vado a piedi”.

Il vero progetto fascista
Il fascismo in sé contiene un elemento di violenza che non è il suo eccesso trascurabile, ma la sua natura costitutiva. Le leggi razziali o la tragica avventura imperialista o l’alleanza con Hitler sono l’esito di un progetto che vuole eliminare la democrazia liberale con la violenza. Anche per questo è rischioso e sbagliato ridurre il fascismo a Mussolini – il retore efficace, l’uomo innamorato di Claretta, lo statista, l’interprete della pancia del paese – immaginando che il fascismo coincida con il rapporto quasi sponsale tra un duce e il popolo: questa è già un’interpretazione fascisteggiante.

Il fascismo era un’ideologia che alla democrazia liberale non voleva sostituire un cesarismo ma – come accadde – un regime che inquadrasse tutta la società in senso militare e gerarchico. In questo senso Sono tornato è un film che spreca una grande occasione per ragionare sul fascismo e sull’Italia attraverso il codice della commedia all’italiana.

Tra i vari commenti di questi giorni, c’è anche quello di Alessandra Mussolini, che l’ha visto e ha detto: “È un film molto calato nella realtà, sono le cose che io vivo, mi sono divertita ed emozionata”. A chi l’ha fatto è sembrato un segno della bontà dell’operazione. Forse per qualcun altro è il segno opposto.

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