Il 24 aprile del 2013 a Dhaka, la capitale del Bangladesh, un palazzo crollò su cinquemila dipendenti di un’azienda tessile che lavoravano in condizioni indegne e senza misure di sicurezza. Il bilancio fu di 1.135 morti. Il crollo del Rana Plaza, uno dei peggiori disastri industriali della storia moderna, è diventato un simbolo dello sfruttamento della manodopera asiatica da parte degli appaltatori delle multinazionali dell’abbigliamento, che fanno finta di non sapere cosa succede all’altra estremità della catena.

La catastrofe del Rana Plaza ha avuto almeno un effetto positivo: risvegliare l’opinione pubblica dei paesi sviluppati e stimolare le organizzazioni internazionali che proteggono i diritti degli operai tessili in Asia. È stato creato un fondo per il risarcimento alle vittime. Sono nati diversi sindacati. Il Bangladesh, secondo esportatore di abiti al mondo (dopo la Cina), ha beneficiato di questa mobilitazione, culminata con la firma di un accordo sulla sicurezza patrocinato dall’Organizzazione internazionale del lavoro. Finora 222 grandi aziende lo hanno sottoscritto. L’accordo coinvolge 1.600 fabbriche e due milioni di lavoratori, di cui il 70 per cento sono donne. Ha permesso ai sindacati tessili di denunciare i datori di lavoro che si rifiutano di adottare misure di sicurezza. A gennaio una grande azienda internazionale è stata condannata da un tribunale dell’Aja a pagare 1,9 milioni di euro di danni ai sindacati tessili bangladesi.

Sono buone notizie, ma c’è ancora molto da fare. Migliaia di strutture in Bangladesh non hanno ancora sottoscritto l’accordo, che scade il primo maggio 2018. Dopo una lunga trattativa, è stato concordato un testo di transizione che ne prolungherà la validità fino al 2021, ma non è stato ancora ratificato da tutti. Gli imprenditori e il governo sono riluttanti. Il lavoro minorile resta un problema enorme, come le condizioni salariali dei lavoratori tessili: gli scioperi proclamati in Bangladesh per sostenere rivendicazioni in questo senso sono stati duramente repressi. I giganti dell’abbigliamento dovrebbero riflettere sul loro modello economico, basato sull’abbassamento dei prezzi. E anche i consumatori occidentali dovrebbero chiedersi qual è il costo umano delle magliette a prezzi stracciati. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati