Il cambiamento climatico è una minaccia alla sopravvivenza della specie umana. Può sembrare un’affermazione assurda o allarmistica, dato che anni di crescita senza precedenti ci hanno portato a convincerci che non ci sono catastrofi insormontabili. Perfino la fantascienza apocalittica parla di bande di sopravvissuti che, per definizione, sono riusciti a sopravvivere. E noi ci immaginiamo sempre tra i sopravvissuti.
Ma la minaccia è reale. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) afferma che abbiamo poco più di una decina di anni per cambiare radicalmente le nostre economie se vogliamo mantenere gli effetti del riscaldamento già in corso entro livelli gestibili. Per raggiungere questo obiettivo tutti i paesi del mondo dovrebbero rispettare gli impegni più ambiziosi dell’accordo di Parigi sul clima, evitando che la temperatura media globale aumenti di più di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Un aumento di appena mezzo grado superiore, fino a due gradi, avrebbe effetti molto peggiori. Questo sembra già lo scenario più probabile. Tutti i coralli spariranno, insieme a molte specie di insetti e piante.
Tra le possibili conseguenze del cambiamento climatico c’è la prospettiva di ondate migratorie senza precedenti, con intere popolazioni costrette a scegliere tra morire e fuggire
La scomparsa delle piante, in particolare la deforestazione delle regioni tropicali, è doppiamente pericolosa, perché trasforma aree che assorbono anidride carbonica in aree che la producono. Ma questo è solo uno dei molti punti critici che potrebbero portare a un’improvvisa e violenta accelerazione del cambiamento climatico dovuta a una serie di processi e reazioni a catena.
Questi elementi rendono molto credibile l’ipotesi che finiremo per avere un riscaldamento di tre o quattro gradi, o anche maggiore. Le conseguenze sarebbero terribili su tutto il pianeta, e nessun luogo sarebbe risparmiato. Centinaia di milioni di persone potrebbero morire a causa della siccità, delle inondazioni, della scomparsa delle specie marine dovuta all’acidificazione degli oceani e probabilmente dello sconvolgimento dei cicli meteorologici a lungo termine da cui dipende l’agricoltura mondiale.
Queste persone non aspetteranno passivamente il loro destino. Tra i punti critici che non possiamo prevedere in dettaglio c’è la prospettiva di ondate migratorie senza precedenti nella storia, con intere popolazioni costrette a scegliere tra morire e fuggire che andranno in cerca di terre dove vivere. Le ripercussioni politiche e militari non saranno certo trascurabili.
Razionalità perversa
Niente di tutto questo sarà imputabile solo a grandi forze impersonali, non più della crisi in cui ci troviamo oggi. Le nostre azioni sono sempre il risultato di scelte politiche ed economiche. Recentemente uno studio ha identificato novanta organizzazioni, dagli stati alle aziende private, complessivamente responsabili di quasi due terzi delle emissioni di anidride carbonica dal 1864. Si sono tutte comportate come attori razionali motivati dal profitto, e in questo modo ci hanno portato sull’orlo della catastrofe. Questo tipo di razionalità perversa amplifica i pericolosi effetti fisici del cambiamento climatico.
Jair Bolsonaro, che molto probabilmente sarà eletto presidente del Brasile, vuole far uscire il suo paese dall’accordo di Parigi sul clima, seguendo l’esempio del presidente statunitense Donald Trump. Le sue proposte per l’Amazzonia accelererebbero enormemente la deforestazione. In Australia, il governo di Scott Morrison deve affrontare la realtà del cambiamento climatico sotto forma di siccità e incendi, ma continua a negare ogni responsabilità per le sue politiche che contribuiscono a peggiorare la situazione.
Per superare questo miope egoismo non bastano gli appelli all’altruismo e alla solidarietà. Solo l’interesse personale a lungo termine può essere più forte: forse la paura che l’anarchia globale porti a una guerra internazionale in un’era di armi nucleari e batteriologiche.
Non è solo per le conseguenze dirette, ma anche per quelle indirette sulle strutture politiche ed economiche mondiali che il cambiamento climatico è una minaccia alla nostra esistenza. Noi cittadini dei paesi ricchi dovremmo mangiare meno carne e usare meno combustibili fossili. Ma l’azione individuale non sarà mai sufficiente. Dobbiamo anche lavorare per rafforzare le strutture politiche capaci di promuovere – e se necessario imporre – la cooperazione, che è la sola alternativa a una distruttiva anarchia.◆ gac
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati