“Non mollo di un millimetro!”. Matteo Salvini ha pubblicato il 3 gennaio insieme a questo tweet un fotomontaggio dei quattro sindaci del Partito democratico con il finto slogan “prima i clandestini”. Un gesto che riassume l’entità dello scontro sul decreto sicurezza e immigrazione voluto dal ministro dell’interno di estrema destra.

Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha annunciato per primo l’intenzione di sospendere in parte l’applicazione del decreto. I dipendenti dell’amministrazione pubblica della città siciliana hanno ricevuto l’indicazione di continuare a iscrivere all’anagrafe qualsiasi migrante che abbia un permesso di soggiorno. Orlando afferma che Palermo è un simbolo di apertura e di resistenza alla politica di chiusura dei porti rivendicata dal ministro dell’interno.

La battaglia si sta conducendo non solo intorno ai simboli ma anche sul terreno giuridico. Per il sindaco di Palermo la nuova legge sulla sicurezza viola i diritti fondamentali garantiti dalla costituzione italiana. “È un provvedimento disumano e criminogeno”, ha detto il sindaco, “poiché trasforma in irregolari persone che si trovano legittimamente sul nostro territorio”. Il sindaco è pronto a ricorrere alla corte costituzionale contro il testo.

Una delle principali misure del decreto è l’abrogazione dei permessi di soggiorno umanitari di due anni che consentivano un accesso al lavoro e ai servizi sociali per i migranti presenti in Italia. Per molti sindaci questi permessi garantivano la stabilità del tessuto sociale del loro comune. Consentivano in particolare l’accesso al servizio sanitario nazionale, passaggio obbligato per beneficiare delle cure di base, a cominciare dall’assegnazione del medico di famiglia. “È necessario valutare l’impatto sociale ed economico del decreto sulle nostre città, già penalizzate dai tagli alla legge di bilancio”, si preoccupa Beppe Sala, il sindaco di Milano, del Partito democratico, che teme di vedere in strada un numero sempre maggiore di migranti la cui assistenza peserà sul bilancio dei comuni.

Altri sindaci, a Napoli, Firenze o Parma, hanno seguito l’esempio di Orlando. Matteo Salvini non ha esitato a definirli “traditori”, minacciando di chiamarli a rispondere davanti alla giustizia. Il decreto sicurezza e immigrazione prevede anche lo smantellamento della rete degli Sprar, il sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati frutto di un accordo approvato nel 2002 tra i comuni e il ministero dell’interno. Il sistema era rivolto ai cittadini stranieri e gli consentiva di beneficiare di corsi di italiano o di usufruire di un alloggio.

Mancanza di fondi

Il decreto prevede, invece, che solo i minori non accompagnati e i profughi di guerra potranno accedere allo Sprar. Gli altri migranti dovranno essere trasferiti in centri di accoglienza che alcuni paragonano a centri di detenzione. “Questa legge ci ricorda anni bui”, dice Gennaro Capparelli, sindaco di Acquaformosa, un piccolo comune della Calabria da tempo considerato un modello di integrazione. È grazie ai migranti se questo paese di poco più di mille abitanti è rinato. Sono state create delle opportunità lavorative e la scuola non ha chiuso.

Tra qualche mese però Capparelli non beneficerà più dei fondi dello Sprar. “Non avrei mai pensato che un ministro sarebbe arrivato a tanto, questo è fascismo”, ha dichiarato, scoraggiato. Alcuni sindaci si schierano a favore del dialogo. Tra questi il sindaco di Bari Antonio Decaro, presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani, che ha richiesto una riunione d’urgenza al ministero dell’interno. Per il momento Matteo Salvini non ha accolto la richiesta. ◆gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati