La scarcerazione di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, i giornalisti birmani che a settembre erano stati condannati a sette anni di carcere, è un’ottima notizia. I due reporter dell’agenzia Reuters hanno passato 511 giorni in prigione per aver fatto il loro lavoro con un’inchiesta sui crimini dell’esercito birmano contro la minoranza dei rohingya.
Le autorità gli avevano teso una trappola ed erano stati trovati in possesso di presunto materiale segreto. Poco dopo si era scoperto che quei documenti erano noti da tempo, ed era apparso chiaro che la sentenza contro Wa Lone e Kyaw Soe Oo serviva soprattutto a intimidire e a mettere a tacere i giornalisti che criticano il governo birmano.
Ma è importante sottolineare che l’amnistia che ha permesso la scarcerazione dei due giornalisti non è un’ammissione che si era trattato di un processo politico messo in piedi per limitare la libertà di stampa. Al contrario, il presidente Win Myint – che agisce in stretto legame con la persona che di fatto è a capo del paese, Aung San Suu Kyi – ha adottato questo provvedimento per liberarsi di un caso ingombrante per l’immagine della Birmania e di un governo che ha promesso molte riforme.
Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno la fortuna di lavorare per un’agenzia di stampa internazionale, che ha esercitato più pressioni di quanto avrebbero potuto fare i mezzi d’informazione locali, controllati dall’esercito e dai suoi alleati.
I due giornalisti hanno avuto il coraggio di sfruttare la possibilità di andare a fondo nell’inchiesta, più di quanto avrebbero potuto fare altri reporter, contribuendo così a portare alla luce il massacro dei rohingya disarmati. Per questo sono stati accusati di diffamazione e tradimento.
Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno anche aperto gli occhi a chi fa finta di non vedere che il problema in Birmania non è solo l’esercito ma anche Aung San Suu Kyi, che in passato ha giustificato l’arresto e la condanna dei giornalisti. Quella che un tempo era un’icona di libertà si è rivelata parte integrante di una politica nazionalista con tratti autoritari. Il provvedimento di clemenza non cambia il fatto che i mezzi d’informazione birmani continueranno a subire le limitazioni alla libertà di espressione. ◆ ct
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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati