Lo spettacolo delirante del presidente salvadoregno Nayib Bukele, che il 9 febbraio è entrato in parlamento e ha minacciato di scioglierlo circondato da militari armati e poliziotti in assetto antisommossa, è il momento più basso vissuto dalla democrazia del Salvador negli ultimi trent’anni. Se a questo aggiungiamo il populismo messianico portato all’estremo sorgono seri dubbi sulla maturità e sulla responsabilità di Bukele come presidente. Durante l’irruzione in parlamento Bukele ha chiuso gli occhi e si è coperto la faccia, per poi dire ai suoi sostenitori che aveva parlato con Dio ed era stato lui a consigliargli di non andare avanti con il colpo di mano.

Bukele è stato sul punto di mandare all’aria le istituzioni. Probabilmente lo avrebbe fatto, se non fossero intervenuti governi stranieri, sindacati e organizzazioni nazionali e internazionali per fargli capire che stava spingendo il paese sull’orlo del precipizio. L’8 febbraio i parlamentari avevano confermato che il lunedì successivo, il 10 febbraio, avrebbero discusso il prestito di 109 milioni di dollari chiesto dal presidente al Banco centroamericano de la integración económica per finanziare il suo programma di sicurezza. Un presidente e un governo interessati alle sorti del paese avrebbero atteso qualche ora. Invece Bukele ha preferito dare l’immagine di un presidente forte, che arringa le folle contro gli oppositori ed è in comunicazione diretta con un essere supremo.

San Salvador, 9 febbraio 2020 (Afp/Getty)

In queste condizioni non è possibile discutere della fattibilità di un prestito. Secondo la commissaria per le operazioni di governo, Carolina Recinos, questo scontro tra il governo e il parlamento è normale. Invece non lo è e non può essere normalizzato. Non quando il governo ordina alle forze di sicurezza di sorvegliare le case dei deputati dell’opposizione. Non quando ci si vanta di avere il potere (le armi) per sciogliere il parlamento. Non quando si dà ai deputati una settimana di tempo per votare a favore di una legge, minacciando di scatenare un’insurrezione popolare. I parlamentari hanno solo un modo per mantenere la loro dignità: non accettare il ricatto.

La formula perfetta

Noi salvadoregni ci credevamo al riparo dalle avventure dei caudillos con cui devono fare i conti alcuni nostri vicini nella regione, ma abbiamo scoperto che ci sbagliavamo. Questa crisi ha messo a nudo la realtà del Salvador: dopo vari governi corrotti, in un momento in cui in tribunale si discute di accordi tra i principali partiti politici e le gang criminali, il nostro sistema politico ha perso credibilità. Il presidente ha trasformato la comprensibile voglia di novità della popolazione in una piattaforma per il suo progetto personalistico. In soli otto mesi di governo, la popolarità guadagnata con le sue esternazioni è la prova della nostra debolezza istituzionale. Lo stile di governo di Bukele è il risultato di un sistema marcio ed è una parte fondamentale del problema, non la sua soluzione. Fa male scoprire che non ci siamo liberati dell’incubo in cui si usano l’esercito e le armi per imporre decisioni politiche e intimidire oppositori e voci critiche. Che i vertici delle forze armate e della polizia si siano prestati alla perversa messa in scena del presidente crea un nuovo precedente e obbliga a ricordare ancora una volta che non devono mai più intervenire in politica, neanche se a ordinarlo è il loro comandante in capo.

La difesa della democrazia non si fa con i bagni di folla organizzati da Bukele. Si fa invece attraverso una società civile organizzata che offre risposte, che si basa sui princìpi democratici, che lotta contro la corruzione e per il rispetto dello stato di diritto. Si fa con una comunità internazionale che non abbassa la guardia, con una riflessione e una revisione profonda di tutte le forze politiche, con un impegno collettivo per rafforzare il pluralismo.

Consegnare tutti i poteri a una sola persona, o consentire che se li prenda, è la formula perfetta per il disastro. La storia ha già fornito esempi a sufficienza. Ora basta. ◆ fr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati