“Una società sana non dovrebbe avere una sola voce”. La frase di Li Wenliang, il giovane medico morto di coronavirus a Wuhan, riassume la tempesta politica scatenata dall’epidemia in Cina. Queste parole sfidano la struttura del contratto sociale cinese, che sacrifica alcune libertà individuali sull’altare dello sviluppo economico. Li aveva scoperto il virus alla fine di dicembre e aveva lanciato l’allarme. Ma le autorità locali lo avevano accusato di diffondere voci infondate e lo avevano costretto a ritrattare. In seguito la Corte suprema gli ha dato ragione.
La vicenda è potenzialmente esplosiva per il Partito comunista. Il presidente cinese Xi Jinping promuove l’idea del “sogno cinese”, in cui Pechino s’impegna a governare nell’interesse del popolo. Ma la morte di Li e l’iniziale silenzio sull’epidemia sollevano pesanti interrogativi sull’efficienza dell’amministrazione comunista. In una lettera aperta pubblicata a febbraio dieci professori di Wuhan affermano che censurando Li e altri sette medici che avevano lanciato l’allarme le autorità hanno violato la costituzione cinese, che garantisce la libertà di espressione.
Questi conflitti sono in contrasto con il modello di sviluppo cinese. Non c’è alcun dubbio sulla portata dei successi ottenuti dal paese negli ultimi quarant’anni: centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà e la Cina è diventata la seconda economia mondiale. Questi risultati sono stati ottenuti anche grazie a un potere centralizzato che ha saputo mobilitare enormi risorse per costruire infrastrutture e fare profonde riforme. Man mano che la gente diventava più ricca, però, oltre al benessere materiale ha cominciato a desiderare più dignità.
L’insabbiamento dell’epidemia a Wuhan, di cui la morte di Li è diventata un simbolo, dimostra che lo stato cinese è disposto a mentire ai propri cittadini pur di salvare la faccia, anche quando in gioco c’è la vita delle persone. In Cina molti lo considerano l’ennesimo episodio di una tendenza diffusa. Il professor Xu Zhangrun, noto dissidente, ha scritto che “il caos nella provincia di Hubei è solo la punta dell’iceberg” e il risultato della svolta autoritaria intrapresa da Xi Jinping.
Pechino deve capire che stadi dello sviluppo diversi richiedono stili di governo diversi. Un’economia avanzata e basata sulla conoscenza non può pretendere dai suoi cittadini un’obbedienza robotica. La trasparenza e la verità devono essere incoraggiate. Come ha detto Li, una società sana è una società che tollera e ascolta voci diverse. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati