I geni dicono tante cose di noi, da chi erano i nostri antenati a quale probabilità abbiamo di sviluppare certe malattie. E dato che in futuro probabilmente diranno ancora più cose, alcuni governi si stanno dotando di leggi per limitare l’uso che datori di lavoro e assicurazioni potrebbero fare di queste informazioni.
Ma ci sono anche molte cose che i geni non sono in grado di rivelare. Ignorano cosa mangiamo, quanto esercizio fisico facciamo, quant’è sicura la casa in cui viviamo e qual è la nostra religione. E meno male, se consideriamo la facilità con cui è possibile ricavare campioni di dna dalla saliva, dal sudore e dai capelli. In giro, però, non disperdiamo solo dna, ma anche le sostanze chimiche presenti nell’alito, nell’urina, nelle feci e nel sudore. Nel loro insieme queste molecole prendono il nome, non del tutto corretto, di metaboliti. Alcune sono davvero il prodotto del nostro metabolismo, ma altre sono sostanze con cui entriamo in contatto, perché le ingeriamo o le inaliamo. E tutte forniscono informazioni.
Fino a qualche tempo fa la cosa non aveva particolare importanza per due motivi: i campioni non si potevano prelevare di nascosto, senza la collaborazione della persona o un obbligo di legge; inoltre, interpretare i complessi pattern di metaboliti era difficile. Ma oggi questi due ostacoli stanno per essere superati.
Dal 2 al 6 per cento
L’anno scorso una squadra coordinata da Pieter Dorrestein, dell’università della California a San Diego, ha ideato il cosiddetto motore di ricerca dei metaboliti, che li collega tra loro permettendo di confrontare simultaneamente un campione con il contenuto di tutti gli altri. I database si stanno espandendo. “Appena quattro anni fa eravamo in grado d’individuare solo il 2 per cento dei metaboliti trovati nei campioni, mentre oggi siamo al 6 per cento”, spiega Dorrestein. “Probabilmente tra quattro anni arriveremo al 20 per cento”.
Progressi sono stati fatti anche per il tipo, le dimensioni e lo stato di conservazione dei campioni da esaminare. Sangue, urina e alito non sono più necessari, bastano sudore, lacrime, saliva e placca dentale. In uno studio appena pubblicato, Feliciano Priego-Capote dell’università di Córdoba, in Spagna, dimostra che perfino da una goccia di sudore secco è possibile ricavare informazioni, alcune delle quali impossibili da individuare in quello fresco.
Alcol, sigarette e droghe
Queste informazioni rivelano molte cose di noi. Religione? La regolare esposizione all’incenso, e quindi le visite frequenti alle chiese che lo usano, si deduce dalle sostanze chimiche presenti nel fumo d’incenso. Abitudini alimentari? Le diete kosher e halal si deducono dall’assenza di metaboliti di alcuni alimenti vietati. Tempo libero? Il consumo di alcol, sigarette e droghe risulta da varie sostanze chimiche. Esercizio fisico? È indicato da livelli di leucina, glicerolo e fenilalanina inferiori alla norma. Ambiente circostante? Respirare aria inquinata ha un forte effetto sui metaboliti. Salute? Le malattie che vanno dal parkinson al diabete lasciano abbondanti tracce metaboliche. “Presto per ottenere informazioni riservate su una persona basterà prelevare un campione dalla scrivania, dallo sterzo o dal telefono”, dice Cecil Lewis, antropologo molecolare dell’università dell’Oklahoma.
A differenza di quel che succede con il dna, l’eventuale uso di informazioni ricavate dai metaboliti ha poche restrizioni legali. Lewis è preoccupato, e non è il solo. Oggi il prelievo di campioni per verificare il consumo di alcol o droghe non si può fare di nascosto, perché implica l’esame del sangue, dell’urina o dell’alito. Questo vale per chiunque effettui il prelievo, che si tratti della polizia o di un datore di lavoro. Ma tecniche come quella di Priego-Capote potrebbero facilitare la campionatura clandestina, permettendo alle aziende di scoprire informazioni riservate, per esempio se un dipendente assume antidepressivi.
Anche la polizia potrebbe essere tentata di oltrepassare i limiti. Quindi è importante rifletterci a fondo, perché molti metaboliti sono duri a morire. La cocaina ne è un esempio. Dagli studi è emerso che due terzi delle banconote da un dollaro in circolazione negli Stati Uniti contengono tracce di questa sostanza, che quindi potrebbe finire sui polpastrelli degli innocenti, oltre che dei colpevoli. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati