In Cina la repressione continua anche durante l’epidemia di coronavirus. L’arresto di due importanti esponenti dell’opposizione ha confermato i timori di molti esperti, convinti che il regime di Xi Jinping stia approfittando della paura scatenata nella popolazione dalla malattia per rafforzare il controllo sulla società. Il professor Xu Zhiyong, sostenitore dello stato di diritto e già in carcere tra il 2014 e il 2017, è stato arrestato il 15 febbraio a Guangzhou. Secondo il Guardian un altro famoso docente universitario, Xu Zhangrun, rimosso dall’incarico nel 2018 dopo aver criticato la riforma della costituzione che ha permesso a Xi di diventare presidente a vita, è agli arresti domiciliari e non può comunicare con l’esterno.

In piena “guerra del popolo” contro il coronavirus, le autorità cinesi sfruttano la crisi sanitaria per rafforzare la sorveglianza di massa e limitare le libertà. La pratica dell’isolamento sistematico, facilitata dall’impiego di un numero enorme di volontari e dall’uso della tecnologia per il riconoscimento facciale e dell’intelligenza artificiale, è sostenuta da una popolazione ormai in preda al panico, e ha già prodotto eccessi come il blocco totale delle vie d’accesso alle città, il divieto per alcuni cittadini di entrare nelle proprie case o la diffusione dei dati personali dei pazienti.

Dopo un primo periodo in cui sono state tollerate alcune critiche alla gestione della crisi, la censura è stata nuovamente rafforzata. All’inizio di febbraio le autorità hanno annunciato un aumento dei controlli sui social network, mentre l’apparato propagandistico del Partito comunista è stato incaricato di “guidare l’opinione pubblica e aumentare il controllo dell’informazione”. Secondo l’organizzazione China human rights defenders, fino al 7 febbraio 351 persone sono state punite per aver diffuso notizie false sul coronavirus. L’espulsione dal paese di tre giornalisti del Wall Street Journal conferma questa tendenza.

Il contrasto fra gli ultimi dati sulla diffusione dell’epidemia, che sembra rallentare, e il rafforzamento della sorveglianza solleva forti dubbi sui veri obiettivi di Pechino. La sorveglianza serve a proteggere la salute dei cittadini o a limitare ulteriormente la loro libertà? Queste limitazioni spariranno con l’epidemia o diventeranno permanenti? Il rafforzamento delle misure di sicurezza, gli avvertimenti ai medici o i corsi per “rieducare” chi ha osato uscire di casa senza autorizzazione non fanno ben sperare.

L’inquietudine è alimentata anche dalle ultime rivelazioni sulla repressione dei musulmani uiguri nella provincia dello Xinjiang, con il pretesto di un programma di “deradicalizzazione”. L’uso della “schedatura telematica” per internare un milione di persone nello Xinjiang, abbinato alla sorveglianza di massa legata al coronavirus, trasmette l’impressione di un impero del controllo che ricorda molto il Grande fratello, non certo una potenza in ascesa che rispetta le regole universali. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati