Un tribunale egiziano ha respinto il 15 febbraio l’appello per la scarcerazione presentato dal ricercatore Patrick George Zaki. L’ha riferito l’Egyptian initiative for personal rights (Iniziativa egiziana per i diritti personali, Eipr), un’organizzazione non governativa con sede al Cairo. Il caso ha suscitato preoccupazione tra le organizzazioni per i diritti umani. Zaki, 27 anni, è in congedo dall’Eipr dallo scorso agosto per poter seguire i suoi studi in Italia. È stato arrestato il 7 febbraio dopo essere atterrato all’aeroporto internazionale del Cairo. Era tornato in Egitto per una visita alla famiglia.
La corte di appello di Mansura, una città sul delta del Nilo, ha stabilito che Zaki resterà in carcere mentre sarà condotta un’indagine sulle accuse che gli sono rivolte: aver diffuso false notizie e aver incitato a proteste non autorizzate. L’Eipr ha spiegato che Zaki è accusato tra le altre cose di aver gestito un account sui social network con l’obiettivo di sovvertire l’ordine sociale e la sicurezza pubblica e di aver istigato a commettere violenza e crimini “terroristici”.
L’ong ha confermato che Zaki resterà in detenzione preventiva fino al 22 febbraio, quando è fissata una nuova udienza. In seguito alla decisione del tribunale, Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty international Italia, ha scritto su Twitter che la campagna per la scarcerazione di Zaki è oggi “ancora più forte”, e che la prossima udienza sarà “ancora più decisiva”.
La repressione di Al Sisi
Gli avvocati di Zaki hanno dichiarato che il ragazzo è stato picchiato, sottoposto a scariche elettriche, minacciato e interrogato sul suo lavoro e il suo attivismo prima di comparire nell’ufficio di un pubblico ministero a Mansura, la sua città di origine, un giorno dopo l’arresto. Secondo l’Eipr è stato presentato un verbale di polizia che afferma che Zaki è stato arrestato a un posto di blocco a Mansura, circa 120 chilometri a nord del Cairo.
Il 9 febbraio il ministero dell’interno ha stabilito che Zaki avrebbe dovuto scontare 15 giorni di detenzione preventiva, suscitando il timore degli attivisti per i diritti umani, che hanno sottolineato la tendenza delle procure egiziane a rinnovare i 15 giorni di custodia a tempo indeterminato.
7 febbraio 2020 Patrick George Zaki, uno studente egiziano e ricercatore sui diritti umani di 27 anni, prende un aereo a Bologna, dove frequenta un master. All’aeroporto del Cairo è arrestato dagli agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale. Durante l’interrogatorio rimane bendato e ammanettato per 17 ore e viene picchiato e torturato con scosse elettriche. È interrogato sul suo lavoro sui diritti umani e sullo scopo della sua residenza in Italia.
8 febbraio I pubblici ministeri di Mansura, la città di origine di Zaki, ordinano la sua detenzione per 15 giorni in attesa di indagini su accuse come “diffusione di notizie false”, “incitamento alla protesta” e “istigazione alla violenza e ai crimini terroristici”.
15 febbraio I giudici confermano la detenzione preventiva e fissano una nuova udienza per il 22 febbraio.
Amnesty international
Gli attivisti denunciano che, da quando ha preso il potere nel 2013 e poi ha vinto le elezioni nel 2014, il presidente Abdel Fattah al Sisi ha avviato una repressione senza precedenti. Le manifestazioni non autorizzate sono state vietate e sono state approvate leggi che hanno ampliato la definizione di “terrorismo” per includere qualunque forma di dissenso, concedendo alle procure un ampio potere per tenere le persone in carcere mesi o perfino anni senza formalizzare accuse o fornire prove.
Il 15 febbraio l’Eipr ha chiesto “l’immediato rilascio di Patrick George Zaki, il ritiro delle accuse e l’avvio di un’indagine sulle torture e i maltrattamenti che ha subìto”.
L’arresto di Zaki ha irritato l’Italia (dove il ricercatore segue un master in studi di genere e delle donne all’università di Bologna) per il timore che si verifichi un nuovo caso Regeni. Il corpo del ricercatore italiano Giulio Regeni fu ritrovato alla periferia del Cairo il 3 febbraio 2016, con evidenti segni di tortura. Dopo quattro anni di indagini nessuno è stato arrestato o incriminato per la sua uccisione, nonostante mesi di presunta cooperazione tra gli inquirenti italiani ed egiziani. L’Italia sta facendo pressioni sul Cairo perché acceleri l’inchiesta.
“Inaccettabile. Disumano”, ha scritto su Twitter il 15 febbraio Erasmo Palazzotto, presidente della commissione d’inchiesta parlamentare sulla morte di Regeni. “Abbiamo il dovere di tenere i riflettori puntati su un paese, l’Egitto, che non può più permettersi di giocare impunemente con la vita delle persone”. ◆ fdl
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 21. Compra questo numero | Abbonati