La paura può essere contagiosa. Il mondo ha bisogno di una risposta coordinata alla rapida diffusione del coronavirus, non solo per affrontare i danni a finanza, commercio e industria, ma anche per rassicurare i cittadini e ripristinare la fiducia. L’Ocse ha avvertito che il virus potrebbe dimezzare la crescita globale. La chiusura delle fabbriche in Cina basterebbe a provocare un calo dello 0,5 per cento. Un’epidemia più diffusa potrebbe ridurre la crescita dal 2,9 all’1,5 per cento.
Dato che la Cina è un centro manifatturiero che fornisce componenti e materiali alle fabbriche di tutto il mondo, le chiusure hanno bloccato la filiera su cui si regge la produzione industriale. I porti statunitensi hanno avvertito che i volumi degli scambi commerciali potrebbero ridursi di un quinto nei primi tre mesi di quest’anno. Il prezzo del petrolio è crollato sotto i cinquanta dollari al barile. Il danno tuttavia non si limita alla produzione manifatturiera. Il turismo e i trasporti sono già stati colpiti: le aziende hanno ridotto i viaggi d’affari, varie conferenze sono state cancellate e le compagnie aeree hanno avvertito che i loro profitti caleranno, perché le persone rinunceranno a viaggiare. Altre attività del settore dei servizi potrebbero essere danneggiate se il virus non sarà arginato. Il rischio di contagio potrebbe spingere a evitare ristoranti, cinema e altri spazi pubblici. L’incertezza può autoalimentarsi, con il calo delle spese che diventa un circolo vizioso, e le aziende che cancellano i loro piani d’investimento.
Il virus è arrivato quando l’economia globale era già in difficoltà. La guerra commerciale aveva già colpito il settore manifatturiero. L’ascesa del populismo ha reso difficile un coordinamento delle risposte. Fino a quando i cittadini non vedranno una via d’uscita, la paura aggraverà l’impatto economico. I tentativi di fermare o rallentare la diffusione del virus finora sono stati intrapresi a livello nazionale, ma dev’esserci anche una risposta internazionale visibile. Man mano che il nazionalismo ha preso piede, il mondo si è frammentato. Ora gli stati devono dimostrare di essere ancora capaci di collaborare per il bene comune. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati