Poche opere letterarie sono riuscite a cogliere il senso della decadenza meglio del romanzo Il gattopardo, il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che racconta le difficoltà della nobiltà siciliana di adattarsi all’unificazione dell’Italia, a metà ottocento. Se sostituiamo i borghesi con i parvenu della Silicon valley e le masse uscite dalla povertà in Cina, il romanzo diventa una metafora del declino dell’industria italiana dopo i fasti del passato.
“Avevamo la regione più ricca e perfetta del mondo, ma ora siamo come vecchi nobili che stanno esaurendo le energie”, si rammarica Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato della Pirelli, azienda produttrice di pneumatici fondata a Milano nel 1872. Oggi molti grandi imprenditori italiani potrebbero sottoscrivere le parole pronunciate nel romanzo dal principe di Salina: “Noi fummo i gattopardi, i leoni”. Esattamente come il patriarca descritto da Tomasi di Lampedusa, gli imprenditori osservano un mondo che sta cambiando, ma non riescono a reagire. Paradossalmente, ai tempi della pubblicazione del Gattopardo, nel 1958, l’Italia viveva una condizione opposta alla decadenza: tra il 1951 e il 1963 il prodotto interno lordo italiano raddoppiò e nel decennio successivo aumentò di altri due terzi.
In Italia ci sono ancora tracce del vigore industriale del dopoguerra
I gioielli di famiglia
A partire dal 1970 le azioni terroristiche delle Brigate rosse inaugurarono un decennio difficile per il settore imprenditoriale, che però resse all’urto. La Olivetti diventò il secondo produttore mondiale di computer, dopo l’Ibm. La Montedison si affermò come settima industria chimica del pianeta, Mediobanca era in competizione con la Lehman Brothers. La Benetton portò maglioni colorati a molti consumatori nel mondo. Giorgio Armani, Gianni Versace e Dolce & Gabbana disegnarono gli abiti dei ricchi finanzieri di Wall street e delle star di Beverly Hills. Oggi, però, il made in Italy è fuori moda. I problemi dell’Italia non sono una novità: quindici anni fa l’Economist la definì “il vero malato d’Europa”. Anche prima dell’arrivo del covid-19 l’economia del paese aveva dimensioni più ridotte rispetto agli anni che hanno preceduto la crisi finanziaria del 2007-2009. Il mercato azionario italiano ha un valore di 500 miliardi di euro e rappresenta appena il 3,7 per cento dell’indice europeo Msci (che comprende i titoli più importanti del mercato continentale), in ribasso rispetto al 6,2 per cento del 2000 secondo i dati della banca Morgan Stanley. Nella lista delle mille società più importanti del mondo ci sono solo sette aziende italiane. Il totale delle azioni della prima azienda italiana, l’Enel, non supera i 77 miliardi di euro, una cifra irrisoria rispetto a quelle dei giganti statunitensi della tecnologia, il cui valore ammonta a migliaia di miliardi.
Anziché affrontare questi problemi, molti imprenditori italiani si sono limitati a vendere i gioielli di famiglia. Tra i marchi storici finiti in mani straniere nell’ultimo decennio ci sono Bulgari, venduta al gruppo francese Lvmh; Luxottica, che si è fusa con la francese Essilor; e Versace, acquistata dalla casa di moda statunitense Michael Kors. Dal 2015 il principale azionista di Pirelli è ChemChina, un gigante controllato dallo stato cinese.
Altri imprenditori hanno deciso di lasciare il paese. Dopo la fusione con Chrysler, nel 2014, la Fiat ha spostato il suo quartier generale a Londra e la sede legale nei Paesi Bassi. Oggi la storica casa automobilistica italiana sta preparando una nuova fusione con il gruppo francese Psa (la Exor, la holding finanziaria della famiglia Agnelli con sede nei Paesi Bassi che ha il 28,9 per cento delle azioni della Fiat-Chrysler, è tra gli azionisti della società che controlla l’Economist). La Ferrero si è trasferita in Lussemburgo. Nel 2020 la Campari ha scelto i Paesi Bassi e presto potrebbe essere raggiunta da Mediaset. “Mantengo meno del 5 per cento del mio patrimonio in Italia. Sono molto prudente rispetto a questo paese”, ha confessato nel 2018 Francesco Trapani, della dinastia Bulgari.
Molte altre aziende sono ormai solo l’ombra di quello che erano in passato. Negli ultimi vent’anni il valore di mercato della compagnia assicurativa Generali si è più che dimezzato e oggi ammonta a 19 miliardi di euro. L’attività di Telecom Italia si è ridotta del 90 per cento, fino ad assestarsi sui 7 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno provato a espandersi tentando ambiziose avventure in Europa, ma sono state costrette a fare marcia indietro.
Il processo che ha portato l’imprenditoria italiana all’irrilevanza è legato a una triplice mancanza di capitale: finanziario, sociale e umano. Secondo l’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il 40 per cento delle risorse imprenditoriali italiane è finanziato da debito a breve termine, una percentuale che supera nettamente quella degli altri paesi europei. Dato che di solito il credito è garantito dalla storia di un’azienda, per le nuove arrivate è difficile ottenere un finanziamento. Il rischio politico – incarnato dall’ascesa al potere nel 2018 del Movimento 5 stelle, ostile alle aziende – crea ulteriori problemi. La dipendenza dalle banche significa che in caso di difficoltà degli istituti di credito, saranno tutte le aziende a pagarne le conseguenze, comprese quelle sane.
Questa situazione limita gli investimenti ed espone le aziende italiane ai traumi macroeconomici, l’ultimo dei quali è la pandemia. Le previsioni più ottimiste dell’agenzia di rating Cerved indicano che il 7 per cento delle società non finanziarie rischia il fallimento nell’anno in corso. Nell’ipotesi peggiore la percentuale potrebbe superare il 10 per cento.
Ottusa ostinazione
I mercati di capitali italiani sono poco articolati se paragonati a quelli del resto d’Europa, per non parlare degli Stati Uniti. In Italia non esiste un settore dei venture capital (l’investimento istituzionale in aziende con un elevato potenziale di sviluppo che cominciano la loro attività e che non sono quotate in borsa). Le élite imprenditoriali si lamentano dell’avversione degli italiani nei confronti degli investimenti nel mercato azionario nazionale, nonostante siano tra i maggiori risparmiatori del mondo. Il problema è che gli investitori non si fidano delle aziende controllate dalle famiglie fondatrici o dallo stato, quelle che dominano il panorama azionario italiano. La fiducia nelle grandi società è intaccata anche da una sequela infinita di scandali. In Italia quasi ogni mese un nome importante dell’imprenditoria finisce in cattive acque. A luglio le autorità giudiziarie hanno chiesto una condanna a otto anni di carcere per l’amministratore delegato dell’Eni, accusato di aver corrotto alcuni funzionari nigeriani per ottenere una concessione petrolifera. Il manager e l’azienda hanno respinto le accuse.
In Italia è la burocrazia che ostacola la creazione di nuove aziende. Il paese è al 58° posto, su 190 paesi, nel rapporto Doing business della Banca mondiale, che studia l’effetto di regolamentazioni e prassi sulle piccole e medie imprese. È al 97° posto per la facilità di ottenere le autorizzazioni, al 98° per la nascita di nuove aziende, al 122° per il rispetto dei contratti e al 128° per le regole fiscali.
Intanto il governo continua a stanziare cifre enormi per aiutare le aziende che falliscono. Quest’anno lo stato ha salvato per l’ennesima volta Alitalia, compagnia aerea che sembra produrre bilanci in rosso all’infinito. L’economista Fabrizio Barca, ex ministro dello sviluppo, sottolinea che in Italia non esiste un equivalente degli istituti Fraunhofer che aiutano le medie imprese a restare competitive. “Se avessimo le infrastrutture della Germania saremmo sei o sette volte più competitivi”, sottolinea Marco Giovannini, capo di Guala Closures, leader nel mercato dei tappi di bottiglia. “Dobbiamo lottare contro l’inefficienza”. Nel 2017 Giovannini ha scelto di aprire il centro di ricerca della Guala in Lussemburgo e non in Italia.
I personaggi del Gattopardo potrebbero riconoscere nella mancanza di capitale umano una conseguenza dell’orgoglio. Nell’epoca postbellica l’orgoglio alimentava la devozione degli imprenditori per le loro aziende, ed era una virtù. Ma nell’Italia di oggi l’orgoglio si è trasformato in una forma di ottusa ostinazione. I banchieri raccontano di molteplici tentativi andati a vuoto di convincere Armani a costruire un gruppo più grande, sul modello della Lvmh. Durante il lockdown una foto di Armani impegnato ad allestire le vetrine del suo punto vendita di Milano ha rafforzato il mito del genio creativo italiano. Nel frattempo Bernard Arnault, miliardario e proprietario della Lvmh, affida ad altri queste mansioni secondarie, concentrandosi sugli affari.
Secondo le stime di Guido Corbetta, dell’università Bocconi, nel 2017 metà delle aziende italiane di prima generazione aveva un proprietario ultrasessantenne, e un quarto uno ultrasettantenne. In Italia i componenti dei consigli di amministrazione sembrano antichi quanto l’arte rinascimentale che ne adorna le sale. I più famosi imprenditori del paese (quasi tutti maschi) sono ottuagenari: Silvio Berlusconi (84 anni), Leonardo Del Vecchio (85), Luciano Benetton (85) e Armani (86). Non c’è da stupirsi, dunque, se gli italiani sono convinti che il sistema sia truccato per favorire un manipolo di vecchi miliardari.
Eppure, nonostante questo circolo vizioso, in Italia ci sono ancora tracce del vigore industriale del dopoguerra. L’Enel è tra i leader mondiali nell’energia pulita. In alcuni settori le “multinazionali tascabili”, come le ha definite negli anni novanta l’imprenditore Vittorio Merloni, vendono prodotti apprezzati in tutto il mondo: Lavazza e Illy (caffè), Moncler ed Ermenegildo Zegna (moda), Ima e Marchesini (confezionamento) o Technogym (attrezzature sportive). L’Italia, ancora oggi, resta un paese sostenuto dalle aziende.
Secondo l’Ocse quasi un quarto delle aziende italiane cresce molto più che nei grandi paesi europei. Johann Rupert, finanziere sudafricano, è convinto che gli artigiani italiani potrebbero trarre benefici dalla loro incapacità di adattarsi alla globalizzazione, perché oggi il mondo apprezza sempre di più le loro abilità tradizionali. Tronchetti Provera elogia l’accordo con ChemChina che ha permesso a Pirelli di mantenere la sede e i dipartimenti tecnologici a Milano.
In Italia l’imprenditoria sembra aggrappata ai fasti del passato, ma come consigliava Tancredi, ambizioso nipote del principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati