Un disastro elettorale ma potenzialmente una buona notizia per la democrazia: il risultato del referendum del 1 novembre sulla modifica della costituzione in Algeria è un paradosso. Per un regime a corto di ossigeno, e che sperava di riacquisire legittimità promuovendo delle riforme, il boicottaggio da parte degli elettori è stato un’umiliazione. Invece per i militanti dell’hirak, il movimento di protesta che aveva chiesto di disertare le urne, è una rivincita eclatante. Il “sì” ha vinto, ma tre quarti degli algerini non hanno partecipato all’iniziativa promossa dal presidente Abdelmadjid Tebboune.
Il fatto che le autorità abbiano riconosciuto che l’affluenza è stata molto bassa è una svolta, in un paese dove le statistiche sembrano spesso decise dai generali. Il potere sperava di essersi lasciato alle spalle le proteste, congelate dal covid-19, ma ha dovuto ammettere il suo deficit di legittimità. L’opposizione ha davanti a sé una grande sfida. Gli attivisti dell’hirak finora si sono opposti a ogni forma di organizzazione e a nominare dei rappresentanti. Ma ora che hanno costretto il potere a trattare dovranno fare qualche concessione. Sarebbe un progresso decisivo in un paese da decenni in mano a un’oligarchia cresciuta sui proventi del petrolio.
La riflessione avviata all’interno del movimento su come passare dal “rifiuto del vecchio sistema” a “una vera transizione democratica” fa ben sperare. Il fallimento del referendum assegna ai suoi leader la responsabilità di trovare i modi più adatti per continuare a portare avanti le rivendicazioni democratiche. E impone al regime di abbandonare la repressione e di impegnarsi subito nel dialogo. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati