Alla guida di uno dei pochi paesi ricchi che non si sono impegnati ad azzerare le emissioni di CO2, il primo ministro australiano Scott Morrison è più isolato che mai. Dopo l’elezione di Joe Biden, infatti, gli Stati Uniti si uniranno ai paesi che hanno promesso di raggiungere la carbon neutrality. Alcuni di loro (Giappone, Cina e Corea del Sud) comprano grandi quantità di combustibili fossili dall’Australia.

Morrison, che per sostenere l’industria degli idrocarburi una volta ha portato un pezzo di carbone in parlamento, è in difficoltà anche nel suo paese, dove i capitali si stanno concentrando sulle energie rinnovabili e molti cittadini chiedono più impegno contro il cambiamento climatico dopo un’estate caratterizzata da incendi devastanti. Allo stesso tempo, però, il primo ministro è uscito rafforzato dalla rimonta elettorale del 2019, arrivata grazie al sostegno mostrato all’industria mineraria. E se il suo governo conservatore regge nei sondaggi grazie alla gestione della pandemia, Morrison non sembra intenzionato a invertire la rotta, anche se l’Australia è uno dei paesi più inquinanti del mondo in termini di emissioni pro capite. “Le scelte politiche si baseranno sugli interessi nazionali”, ha detto il 9 novembre, rispondendo a chi gli chiedeva se l’impegno di Biden ad azzerare le emissioni degli Stati Uniti entro il 2050 influenzerà la politica energetica di Canberra.

Le esportazioni di carbone e gas rappresentano un quarto delle entrate dell’Australia. Secondo un rapporto di luglio dell’università del New South Wales, questo ha conseguenze non trascurabili: oggi il paese è il principale esportatore mondiale di carbone e gas, dunque è uno dei primi responsabili del cambiamento climatico attraverso le emissioni “esportate”. Con Biden alla Casa Bianca, circa il 70 per cento degli accordi commerciali bilaterali dell’Australia coinvolgerà paesi che hanno promesso di azzerare le emissioni.

Canberra cerca di privilegiare quelle che definisce “tecnologie a basse emissioni” (tra cui i motori a idrogeno) per ridurre l’inquinamento prodotto dai gas serra. Alle prese con la prima recessione in trent’anni, Morrison ha proposto una ripresa economica “guidata dal gas”. E come strumento per incrementare la produzione sta promuovendo l’energia elettrica affidabile e a basso costo derivata dai combustibili fossili. Una strategia criticata dagli imprenditori e dagli ambientalisti, che preferirebbero investimenti in energie rinnovabili come l’eolico o il fotovoltaico, oltre a una tassa per le aziende più inquinanti.

Da sapere
I grandi inquinatori
I paesi ricchi che inquinano di più, tonnellate di CO2 pro capite, 2018. (Fonte: International energy agency)

Danno politico

Alla fine il sostegno di Morrison ai combustibili fossili potrebbe danneggiarlo anche politicamente. La maggioranza degli australiani crede che il riscaldamento globale sia un problema grave, da affrontare al più presto. Il Partito laburista, principale forza di opposizione, spinge per azzerare le emissioni.

Ma anche provare a convincere la sua coalizione a cambiare posizione sulle emissioni potrebbe esporre Morrison a un forte rischio. Il suo predecessore, Malcolm Turnbull, è stato espulso dal partito nel 2018 proprio perché aveva chiesto una svolta ambientalista. Secondo Turnbull la posizione dell’Australia diventerà sempre più insostenibile, perché “tutti i nostri maggiori partner commerciali si stanno allontanando dai combustibili fossili, e capiscono che il mondo non può continuare a bruciare carbone”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati