Vari paesi dell’Unione europea hanno stabilito (o lo faranno all’inizio del 2021) nuove regole per l’attività delle grandi piattaforme digitali. Queste aziende, in gran parte statunitensi, riescono a minimizzare le somme versate al fisco nonostante una presenza altamente redditizia nei mercati europei. L’impegno dei governi per mettere fine a questa ingiustizia è lodevole, ma insufficiente.

Bruxelles ha proposto di concordare una tassa digitale a livello globale. Ma trovare un’intesa in un panorama così vasto e diversificato è difficile. L’Unione non può continuare a nascondersi dietro l’assenza di un accordo internazionale, per ritardare la creazione di un sistema che garantisca un contributo equo da parte di tutte le imprese. Oggi il pasto portato dal ristorante di una capitale europea a una casa privata viene fatturato quasi sempre nei Paesi Bassi o in Lussemburgo. Le entrate pubblicitarie di Google o Facebook in Spagna sono trasferite in Irlanda. Alcuni stati europei preferiscono lasciare le cose così. Per esempio quelli che hanno una tassazione ridotta che sfiora il dumping fiscale, come Irlanda e Lussemburgo, ma anche i paesi che temono effetti negativi per l’innovazione digitale, come la Svezia.

Questo favorisce il blocco inaccettabile della cosiddetta “tassa Google” europea, tornata sul tavolo del negoziato in occasione del lancio del Recovery fund contro gli effetti della pandemia. L’Unione europea deve trovare un accordo sul tema. È una questione di equità e una necessità impellente in un contesto segnato dall’aumento del debito pubblico e dal calo vertiginoso delle entrate fiscali. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati