L’8 settembre i francesi hanno cominciato a rivivere la notte degli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, che fecero precipitare la città nell’abisso del terrorismo di massa. È una prova che affronteranno attraverso un processo: si prevedono nove mesi di udienze davanti alla corte d’assise speciale di Parigi. Sarà un processo filmato per la storia, con misure di sicurezza eccezionali. Venti imputati, di cui tredici appartenenti alla cellula jihadista responsabile dell’operazione, risponderanno degli attentati che provocarono la morte di 130 persone e il ferimento di altre centinaia in tre ore di massacri allo Stade de France, al Bataclan e nei caffè vicini.

Un solo componente del commando, Salah Abdeslam, è ancora in vita: sarà nella gabbia, davanti a 1.780 persone che si sono costituite parte civile. Il gigantesco lavoro d’inchiesta e di raccolta delle prove compiuto in più di cinque anni dagli esperti della polizia e della magistratura sarà depositato al processo. Toccherà quindi alla società civile esaminare retrospettivamente quegli attentati, i più sanguinosi mai compiuti in Europa dai terroristi del gruppo Stato islamico.

È l’estrema risposta delle democrazie alla sfida della violenza terrorista: il diritto, solo il diritto. È il momento in cui i cittadini passano dalla condizione di bersagli e vittime a quella di artigiani di un processo razionale e responsabile, quello della giustizia. Ed è anche il momento in cui riprendono il controllo umano e morale sui traumi individuali e collettivi.

Il caso ha voluto che il processo per gli attentati di Parigi cominciasse nella stessa settimana in cui negli Stati Uniti si celebra il ventesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001. Sarebbe avventato stabilire un legame diretto tra questi due eventi, tante sono le ramificazioni del terrorismo islamico. Tuttavia è impossibile non sottolineare le differenze della risposta giudiziaria negli Stati Uniti e in Europa.

La potenza statunitense ha risposto all’11 settembre con le prigioni segrete della Cia, i rapimenti di sospettati in tutto il mondo e il loro trasferimento nel campo di detenzione militare di Guantanamo, aperto con questo scopo specifico e collocato fuori dalla sfera del diritto penale statunitense e lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.

Come una ferita impossibile da rimarginare, vent’anni dopo quella prigione non è ancora stata chiusa. È anche a questo che deve servire il processo che si è aperto a Parigi: mostrare che è possibile giudicare il terrorismo in modo democratico. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati