La resistenza
di Bologna

◆ Nell’articolo di Le Monde su Bologna (Internazionale 1520) si sostiene che “la città emiliana è sempre stata all’avanguardia nelle battaglie politiche e sociali. E oggi, con il paese governato dall’estrema destra, il suo impegno è ancora più importante”. Sono una ricercatrice britannica e vivo a Bologna da quasi tre anni. La città, come sostiene l’articolo, si distingue per il suo comune senso di accoglienza. Sicuramente a Bologna esistono degli spazi di resistenza ma, purtroppo, non credo che si possa dire che “si vive in un clima di resistenza, tolleranza e originalità”. A mio avviso questa è una versione romanticizzata. Per chi cerca una casa in città, soprattutto per chi è “straniero”, la situazione è molto diversa. Dalla mia ricerca sui ragazzi africani immigrati in Italia sono emerse notevoli difficoltà dopo la prima accoglienza, inclusa la discriminazione nel settore abitativo. Il razzismo è un tema centrale della mia ricerca. Infatti a Bologna la frase “non si affitta agli stranieri” è comunemente detta dagli agenti immobiliari come se la cittadinanza fosse un semplice requisito. Io stessa sono una “migrante”, ma a differenza di altri ho la pelle bianca e il passaporto britannico, perciò sono meno stran(ier)a rispetto a loro, e sono accettata dai proprietari di casa. È davvero triste che questi ragazzi in cerca di una vita migliore, che lavorano e pagano le tasse, debbano affrontare esclusione e razzismo. Nonostante questo, vorrei riportare l’attenzione su alcuni veri spazi di resistenza in città. Resistenza alle politiche di esclusione dell’estrema destra e anche alle politiche del capitalismo e alla speculazione edilizia. Un ottimo esempio è l’ex caserma Masini, occupata da attivisti e migranti e chiamata H.o.me. Hub di organizzazione meticcia, che ha l’obiettivo di dare una casa e uno spazio di convivialità di fronte alla grave emergenza abitativa, in lotta da anni contro gli sgomberi.
Sarah Walker

Una scalatavergognosa

◆ Ho letto l’articolo sulla morte del trasportatore pachistano Mohammad Hassan sul K2 (internazionale.it): una storia terribile. Pur comprendendo il punto di vista della giornalista e condividendo la stessa indignazione vorrei dissociarmi dal collegamento tra alpinisti occidentali e razzismo. Queste persone che vanno sull’Himalaya in cerca di imprese e record che con le loro sole forze non potrebbero nemmeno sognare non hanno nulla a che vedere con l’alpinismo autentico.
Patrizio Gabetti

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Questo articolo è uscito sul numero 1527 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati