Il suono di una caduta è prima di tutto la storia di un luogo, una grande fattoria dell’Altmark, in un periodo di circa cento anni, dai tempi dell’Impero tedesco ai giorni nostri. Ma non è un affresco storico. Tutto è mostrato attraverso i ricordi di giovani personaggi femminili, segreti di donne sottoposte a sofferenze taciute, vittime o testimoni di dolori che non si possono raccontare: Alma, 7 anni, alla vigilia della prima guerra mondiale; Erika, un po’ più grande, nel pieno della seconda guerra mondiale; Angelika, che entra nell’età adulta nella Germania est degli anni ottanta; e Nelly, adolescente di oggi. Il film non segue una linea cronologica ma va avanti e indietro nel tempo seguendo avvenimenti, gesti, sensazioni, oggetti e immagini che rimandano l’uno all’altro. Non cade mai nel labirinto psicologico, testando semmai il confine con il fantastico. Sarebbe un peccato, comunque, fermarsi alle prime impressioni – una durezza protestante più bergmaniana che hanekiana – e non lasciarsi trasportare dalla vertiginosa esplorazione sensoriale dei meandri di una memoria collettiva a cui c’invita questo film unico.
__**Marcos Uzal,** **Cahiers du Cinéma**

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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati