Ci sono voluti quasi otto anni perché la giustizia condannasse i mandanti dell’omicidio della consigliera comunale Marielle Franco e del suo autista Anderson Gomes, avvenuto il 14 marzo 2018 a Rio de Janeiro. La corte suprema ha stabilito una pena di 76 anni di detenzione per i fratelli Domingos e Chiquinho Brazão, indicati come i mandanti, e di 18 anni per Rivaldo Barbosa, ex capo della polizia civile di Rio, accusato di depistaggio, ostruzione alle indagini e corruzione.

Un’attesa così lunga è comune nel sistema giudiziario brasiliano, ma in questo caso è ancora più inammissibile, visto il valore simbolico della morte di Franco. Donna, nera, nata nella favela del Complexo da Maré, era laureata in sociologia e aveva davanti a sé una promettente carriera politica. Denunciava le discriminazioni razziali e di genere, le azioni illegali delle milizie e della polizia.

Era stato subito chiaro che si trattava di un omicidio politico, una ferita per la democrazia. Di fronte alla reazione nel paese e all’estero, le autorità avevano reagito con atti solenni e promesse di un’inchiesta veloce, ma era successo il contrario. I primi due arresti erano arrivati dopo un anno, poi la polizia di Rio aveva girato a vuoto.

L’inchiesta ha ripreso slancio nel 2023, quando la polizia federale è subentrata nelle indagini. La vicenda che fa da sfondo al delitto rivela molto sulla penetrazione del crimine organizzato nello stato di Rio de Janeiro. Domingos Brazão era consigliere della corte dei Conti di Rio; il fratello era un parlamentare del partito União Brasil; e Barbosa era, come abbiamo detto, capo della polizia civile.

C’è stata giustizia, ma la violenza delle milizie e della polizia non è cambiata. ◆ ar

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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati