Come si addice a una star globale dalle possibilità infinite, Harry Styles appare nei luoghi più glamour del mondo. Ha corso una maratona a Berlino, si è precipitato in piazza San Pietro per assistere alla presentazione del nuovo papa ed è spuntato in un ristorante giapponese a Naas, in Irlanda. L’ex One Direction ha cercato ispirazione sempre più lontano. Il suo quarto album, Kiss all the time. Disco, occasionally, è stato preceduto da riferimenti agli LCD Soundsystem e a Vini Reilly dei Durutti Column. Come David Bowie, Styles ha scelto Berlino per registrare il disco. Ma il risultato ricorda Lodger: pieno di buone intenzioni, ma con uno stile che fatica a trovare una vera anima. Va riconosciuto a Styles il merito di aver convinto il mondo di essere un artista serio, anche quando la musica non sempre lo dimostra. Brani come Aperture, il primo singolo, mostrano ambizione. Tuttavia l’effetto è più un elegante pastiche che una dichiarazione artistica profonda, tra elettronica rétro e riflessioni leggere. Il paradosso è che Styles appare magnetico sul palco, ma questa aura emerge raramente nei dischi: un’icona pop da playlist che aspira alla grandezza, senza però raggiungere una vera sostanza.
Alexis Petridis, The Guardian

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati