“È importante non trattare la tua scialuppa di salvataggio come uno yacht”, canta Bill Callahan in Pathol O.G.. È uno dei suoi tipici versi, che ti colpiscono subito ma un’ora dopo non ti sai spiegare perché. Non è una critica, bensì una precisazione su quanto Callahan rifiuti le frasi a effetto buone giusto per finire su un adesivo. I dischi del cantautore statunitense ci chiedono invece di perdercisi dentro. Ogni canzone potrebbe essere un sentiero accidentato in mezzo a una foresta. In My days of 58 Callahan è intenso ed enigmatico come non mai, in una fase della vita in cui sa che i tramonti che vedrà saranno meno di quelli che ha già visto. Il suo baritono risuona mentre riflette su come i brandelli di esperienze passate possano incastrarsi tra loro. Il musicista ha descritto questo lavoro come “un album da salotto”. E se è facile immaginarlo con i suoi musicisti seduti su dei divani, è altrettanto sorprendente pensare a quanto movimento riescano a creare. Callahan intraprende tutte le strade, anche se le soluzioni appaiono remote. Per un uomo che una volta cantava “Ho cominciato a raccontare la storia senza conoscerne la fine”, quello che conta non è tanto ciò che lo aspetta, quanto il fatto di aver fatto il primo passo.
Matt Melis, Paste Magazine
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati