Il rischio di volare alto è che la caduta sia più rovinosa. La presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva mantenuto un’aura di invincibilità fin dal settembre 2022, quando la sua coalizione di destra ha vinto le elezioni legislative. I sondaggi indicano che il partito di Meloni, Fratelli d’Italia, è ancora più popolare di quanto lo fosse nel 2022. Ma il 23 marzo gli elettori hanno smorzato l’entusiasmo nei suoi confronti con un referendum che, pur essendo incentrato sulla riforma del sistema giudiziario, è stato trasformato dall’opposizione in un voto di fiducia sulla sua leadership. Il 53,7 per cento degli elettori ha votato no alla riforma e il 46,3 per cento sì. Elly Schlein, leader del Partito democratico, lo ha definito un “messaggio politico chiaro a Meloni e al governo”.
Se l’affluenza fosse stata bassa, la sconfitta per Meloni non sarebbe stata così grave. Invece è stata straordinariamente alta, con una partecipazione del 59 per cento, solo cinque punti percentuali in meno rispetto alle elezioni del 2022. Lo stesso discorso vale per il referendum: se avesse riguardato diverse riforme, probabilmente non avrebbe avuto molto peso. Invece la consultazione era su qualcosa di molto preciso.
Una delle ragioni della stabilità del governo Meloni è la sua riluttanza a contrastare i grandi interessi attraverso cambiamenti radicali, perciò una proposta per introdurre modifiche relativamente minori e piuttosto complesse all’amministrazione della giustizia è diventata il simbolo dell’intero programma di governo. La scelta di far approvare la riforma senza negoziare o consultare l’opposizione non ha aiutato. Il testo prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, introducendo il sorteggio per decidere i componenti delle istituzioni che governano entrambe le professioni. Ma per farlo bisognava modificare la costituzione, e poiché la riforma era stata approvata da meno dei due terzi del parlamento è stato necessario sottoporla a referendum. Pochi avevano previsto un risultato così netto. Erik Jones, direttore del Robert Schuman centre presso l’Istituto universitario europeo di Firenze, sottolinea: “È accaduto qualcosa. Gli italiani hanno una devozione quasi religiosa per la loro costituzione del 1948. Forse i partiti d’opposizione sono riusciti a fare presa sull’elettorato sostenendo che questo non era il modo giusto di modificarla”. Ma ci sono anche altri fattori che potrebbero aver influito sul risultato. Le ultime due settimane di campagna elettorale sono state caratterizzate da uno scandalo che ha travolto il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro (che poi si è dimesso), coinvolto in un accordo con la figlia diciottenne di un uomo condannato per favoreggiamento della criminalità organizzata. Nello stesso periodo è esplosa la guerra di Donald Trump contro l’Iran. Meloni fa parte dei populisti europei di destra che hanno legami con il presidente statunitense, sempre più impopolare. Anche questo non l’ha aiutata.
****Le altre riforme****
L’affluenza elevata suggerisce un’insoddisfazione nei confronti del governo Meloni. La riforma non avrebbe in alcun modo affrontato il reale problema dei tribunali italiani, ovvero la loro lentezza, e tra l’altro era una distrazione da questioni più importanti, come un’economia che cresce a malapena nonostante l’ondata di denaro dei fondi per la ripresa stanziati dall’Unione europea dopo la pandemia.
Meloni voleva capitalizzare la vittoria referendaria per cambiare la legge elettorale e introdurre un premio di maggioranza per le future coalizioni di governo. In Italia le elezioni legislative sono previste nel 2027. Dopo questo passo falso il governo dovrà valutare il rischio che cambiare le regole elettorali possa favorire l’opposizione. L’esito del referendum solleva un interrogativo anche su una proposta di modifica costituzionale che aumenterebbe l’autorità del presidente del consiglio a danno di quella del presidente della repubblica. Ma a questo punto è probabile che Meloni rinvierà la questione a dopo le prossime elezioni. ◆ ac
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati