Mentre la violenza dei coloni ebrei in Cisgiordania e a Gerusalemme ha causato più di mille morti in un anno e si continuano a registrare vittime nei bombardamenti sulla Striscia di Gaza, il 30 marzo il parlamento israeliano ha approvato una legge che introduce la pena di morte per impiccagione per chi è condannato da un tribunale militare per aver ucciso israeliani in atti di terrorismo compiuti con “l’intenzione di negare l’esistenza dello stato di Israele”. Il testo, proposto dal partito di estrema destra Potere ebraico, guidato dal ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, ha suscitato forti critiche perché è formulato in modo da non poter essere applicato agli israeliani. L’Associazione per i diritti civili in Israele ha annunciato un ricorso urgente alla corte suprema, definendo la legge “incostituzionale, discriminatoria e, per quanto riguarda i palestinesi della Cisgiordania, senza base legale”. Il giornale conservatore The Jerusalem Post pubblica l’intervista a un giurista, Yoram Rabin, che critica la nuova legge definendola “una macchia morale” e ricordando che, se in Israele la pena capitale è ancora prevista in alcune circostanze, è stata applicata solo in rarissimi casi. Il Club dei prigionieri palestinesi, l’associazione dei palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, sostiene che la nuova legge “formalizza le uccisioni extragiudiziali, in un’escalation senza precedenti della politica di sterminio”.
Il giorno prima la polizia israeliana aveva impedito al patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al custode di Terra santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella chiesa del Santo sepolcro per celebrare la messa della domenica delle Palme. La vicenda, nota il quotidiano panarabo Al Sharq al Awsat, dimostra le crescenti violazioni della libertà religiosa a Gerusalemme ai danni di cristiani e musulmani, come evidenziato già dalla chiusura della moschea Al Aqsa durante i festeggiamenti per la fine del Ramadan, il mese sacro per l’islam. Al cardinale italiano è stato poi consentito l’accesso alla chiesa ma quello che è accaduto, scrive Haaretz, è sintomatico dell’atteggiamento del governo di Benjamin Netanyahu verso i cristiani, in particolare verso la chiesa cattolica, dopo che il Vaticano ha criticato duramente la devastazione di Gaza e la violenza in Cisgiordania.
Intanto Israele prosegue la sua avanzata in Libano. Il 31 marzo il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha ribadito che l’esercito manterrà il controllo della parte del paese a sud del fiume Litani, distruggendo tutte le abitazioni e impedendo il ritorno di 600mila persone, anche dopo la fine della guerra contro i miliziani sciiti di Hezbollah, alleati dell’Iran. L’Orient-Le Jour scrive che “gli israeliani avanzano su più fronti: a ovest, lungo la costa a sud di Tiro; nel settore centrale; a est, distruggendo case e interi villaggi. Hezbollah, dal canto suo, rivendica la responsabilità di attacchi regolari contro le divisioni e i carri armati israeliani. Tra le battaglie degli ultimi giorni si segnala quella di Beit Lif, sul fronte centrale, in cui sono rimasti uccisi quattro soldati israeliani”.
Nei giorni precedenti erano morti anche tre caschi blu indonesiani che partecipavano all’Unifil, la missione di pace delle Nazioni Unite. La guerra indebolisce ulteriormente la missione, sottolinea il quotidiano libanese, e rende più difficile un suo rinnovo: “Coinvolta nel fuoco incrociato, la forza di pace sembra sopraffatta dalla piega che ha preso la guerra. Tuttavia, la sua missione continua, per quanto possibile, fino a dicembre”. Creata nel 1978, l’Unifil sorveglia una zona cuscinetto tra Israele e Libano, lungo la cosiddetta linea blu. Dall’inizio della missione sono stati uccisi circa 339 caschi blu. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati