Aliyeh Ataei, giovane poeta molto apprezzata in Iran, pubblica una serie di racconti, tutti ispirati alla sua storia familiare. Bisogna intendere questa parola in senso ampio, perché i suoi testi comprendono un numero infinito di zii, zie, cugini. La vicenda si svolge tra Iran e Afghanistan, nella provincia di confine di Farah (Afghanistan), a Birjand, Shahroud (Iran) o a Teheran. In questa regione dove i popoli si mescolano pur conservando forti antagonismi, l’autrice racconta vite spesso sconvolte dalla storia: la rivoluzione islamica, l’invasione sovietica, la guerra contro l’Iraq, il regime dei mullah e l’intervento occidentale in Afghanistan. L’autrice vuole dare voce alle donne: a Safia, sua zia, segnata da terribili cicatrici inflitte da un marito disperato per la morte del figlio; ad Anar, un’altra zia sposata con un iraniano che si è stabilito a Londra, a cui i talebani hanno tagliato la lingua: tornata a Kabul, insegnava inglese ai bambini. Altrove, due cugine si parlano attraverso gli schermi, discutendo di neonati e di geopolitica (una è sposata – orrore!– con un americano). Ma gli uomini ci sono, attori e vittime della violenza che alimentano e che ricade su di loro. Aliyeh Ataei scrive in una lingua semplice, concreta; il libro è composto da quadri, ritratti e dialoghi. Intreccia con abilità aneddoti familiari e intimi con la storia politica del suo paese.
Etienne de Montety, Le Figaro
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati